Riforma elettorale: l’addio al Porcellum se non ora…

Porcellum, Mattarellum, presidenzialismo alla francese, premierato alla tedesca, leadership in salsa tonnata. In passato quello della riforma elettorale è stato un  rompicapo che a fasi alterne è andato di moda nei corridoi del palazzo e ha conquistato le prime pagine dei giornali, per poi scomparire sotto terra come un fiume carsico. Ora sembrerebbe diverso. La questione non è secondaria perché dalle regole di una partita discendono le disposizioni delle squadre in campo, l’entusiasmo del pubblico, la lealtà dell’arbitro, l’autenticità di una vittoria. Dopo il terremoto delle amministrative si torna a parlarne.
Il Pdl in fase di rifondazione (o fondazione) sembra intenzionato a fare sul serio: riorganizzazione del forma partito, resettaggio delle gerarchie interne, eventuali primarie e, in cima alla classifica, la stesura condivisa delle regole del gioco. A partire dal sistema di selezione della classe dirigente e della scelta dei rappresentanti del popolo, problema che riguarda tutta la classe politica che, non da oggi, tuona contro il sistema varato nel 2005 ribattezzato una “porcata” dallo stesso ispiratore, Roberto Calderoli, un autogol sul quale si è tuffato l’irreprensibile Giovanni Sartori che l’ha definito porcellum.

Porcellum, addio
Dal Pdl al Pd, dalla Lega all’Udc, è un no quasi unanime al sistema attuale, non fosse altro per i fiumi di inchiosto che si sono riversati contro la casta che con certe leggi esautora i cittadini e con supponenza manda alle ortiche la democrazia per autoriprodurre oligarchie e privilegi. Qualunquismo a parte, tra i suoi punti più deboli («vergognosi», tuonano gli stessi parlamentari) c’è l’abolizione dei collegi uninominali, che permettono al cittadino di eleggere, per ogni suddivisione territoriale, il candidato più votato. E ancora l’introduzione delle liste bloccate, che impedisce all’elettore di indicare preferenze, permettendogli solo di votare la lista; i candidati eletti, dunque, non sono scelti direttamente dal cittadino, ma dal partito. Addio preferenze, addio libertà di scelta: un’opzione confezionata frettolosamente prima del voto del 2006 che, non c’è dubbio, svilisce il ruolo degli elettori, non soddisfa, almeno a chiacchiere, nessuno dei beneficiari (i tanto deprecati “nominati” dalle segreterie) e nella realtà non gratifica quei politici attivi, protagonisti con un reale seguito che avrebbero voglia e diritto di misurarsi con le urne.

Che fare?
Un altro aspetto molto contestato della legge (soprattutto da chi perde) è il premio di maggioranza, secondo cui chi ottiene la maggioranza dei voti (relativa, quindi anche un solo voto in più rispetto alla lista che si piazza seconda) ha diritto al 55% dei seggi alla Camera. Che fare? Occorre individuare al più presto un sistema elettorale valido e magari plasmato “ad hoc” per la realtà italiana, lasciando perdere le smanie esterofile, sostengono i più insigni costituzionalisti. Il dibatitto è ripreso nei corridoi di palazzo poco prima dei ballottaggi, con una parte del Pd e il terzo polo a sperare che, nel caso di sconfitta della maggioranza, si potesse riaprire il tavolo riforme per la spallata finale. Fli, centristi e Sel non hanno fatto mistero di fare un pensierino sul ritorno del proporzionale. Le proposte sul tappeto sono le più svariate, alcune di buon senso, altre un po’ troppo fantasiose, altre ancora un mix di formule tutte da verificare. Partiamo dai fatti. La Lega punta al voto di preferenza e pensa al ritorno del maggioritario a turno unico, il Mattarellum. Un ripristino, dunque del sistema elettorale misto: maggioritario a turno unico per la ripartizione del 75% dei seggi parlamentari, unito al recupero proporzionale dei più votati non eletti per il rimanente 25% dei seggi assegnati attraverso un meccanismo di calcolo denominato “scorporo” e al proporzionale con liste bloccate e sbarramento del 4% alla Camera.
Magari senza vincolo di coalizione per “smarcarsi” eventualmente da Berlusconi. Insomma, un proporzionale alla «tedesca» con lo sbarramento e senza l’obbligo di alleanze precostituite.

Aiuto lo scorporo
Ma non è tutto oro quello che luccica, il Mattarellum aveva due limiti da non trascurare: lo “scorporo”, un metodo complicatissimo per il recupero proporzionale dei voti (basato sul sottrarre dal conteggio dei voti totali di una lista nella parte proporzionale i voti ottenuti dai candidati collegati alla medesima lista che erano eletti con il sistema maggioritario), un pasticcio che determinò il proliferare delle liste civetta per aggirare l’ostacolo di liste con pochi candidati nella quota maggioritaria.

Il Pd gioca le sue carte
Con buona pace del Carroccio nel Pdl si è pensato di proporre alcune correzioni al Mattarellum disegnando collegi più piccoli. La proposta è contenuta nel ddl, primo firmatario il vicecapogruppo del Senato Gaetano Quagliariello, che introduce il rimpicciolimento dei collegi di Camera e Senato; la «riforma, nel rispetto della Costituzione, del premio di maggioranza anche al Senato» e il divieto di presentarsi come capolista in tutti i collegi a meno che non si tratti del leader del partito. «Se in breve tempo si riesce a restituire la possibilità di scelta ai cittadini e a consentire la possibilità di una maggioranza che non soffra di ribaltoni, allora noi siamo pronti a discutere con tutti, con Fli, la Lega, il Pdl. Ma non mi sembra che Berlusconi voglia cambiarla». Parola di Pier Luigi Bersani che, facendo l’occhiolino a Bossi spera che molli l’odiato Cavaliere. Anna Finocchiaro, gongolante per la vittoria ai ballottaggi, sottolinea una volta di più che la riforma della legge elettorale è fondamentale perché «ri-determina al questione delle riforme: con questa legge, non solo in questa legislatura, il Parlamento non conta più nulla». Del resto l’opposizione ha sempre usato il tema della riforma elettorale come una clava da agitare a ogni spiffero favorevole, «riformiamo questa legge che non va, e torniamo alle urne, Berlusconi ha le ore contate» è il refrain del centrosinistra. Un capitolo a parte riguarda le preferenze. Anche qui opposte visioni e soluzioni trasversali alle coalizioni.

Le preferenze?
Reintrodurre la preferenza – sostengono i contrari – significherebbe spostare il potere dai leader di partito ai cacicchi locali e a chi può spendere a piene mani per la campagna elettorale. Ma chi l’ha detto che il sistema delle preferenze alimenta il clientelismo? Dove sta l’equazione? Le preferenze non devono essere un dogma – sostengono i più illuminati nelle file del Pdl –  né per chi vuole mantenerle né per chi intende abolirle. I “nuovi” partiti devono proporre ai cittadini le “nuove” forme di sovranita’ e partecipazione popolare che ritengono di costruire. Si possono introdurre elezioni primarie per legge oppure riformare i partiti obbligandoli a partecipare le scelte con iscritti ed elettori, ma non si può fare una selezione discrezionale dei seggi parlamentari.