Quelle morti (evitabili) nel Mediterraneo

Laura Boldrini, portavoce dell’Alto commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati, l’ha definita una «roulette russa» e ha detto che «il numero delle vittime parla di una guerra nella guerra». Commentava il ritrovamento di 150 cadaveri recuperati dopo il naufragio di giovedì al largo della Tunisia. A dare la notizia era stato un funzionario dell’Onu, pare dopo averla appresa dalla Mezza Luna Rossa tunisina. La notizia è stata poi smentita dalla guardia costiera di Tunisi, che ha condotto le operazioni di soccorso e che ha confermato solo il recupero di due corpi avvenuto il giorno precedente. Ciò che è certo è che i dispersi sono intorno ai 270 e che, come è stato già detto nei giorni scorsi, le possibilità di salvarli sono davvero poche. In totale erano 850 i passeggeri che si trovavano a bordo del barcone diretto a Lampedusa.

Quei 1500 inghiottiti dal mare
Alcune stime riferiscono che dall’inizio dell’anno sono state almeno 1300 le persone inghiottite da quel pezzetto di mare che divide il Nord Africa dall’ultimo lembo di terra italiana. Ma anche in questo caso il bilancio è solo drammaticamente orientativo. Ancora la Boldrini ha riferito che «sulla base delle nostre stime, da fine marzo a oggi, sarebbero ormai oltre 1500 le persone partite dalla Libia e mai arrivate sull’altra sponda del Mediterraneo».

L’appello dell’Onu per i profughi
Il nuovo naufragio ha riacceso, e non poteva essere altrimenti, il dibattito intorno al tema dell’accoglienza e della prevenzione di questi viaggi, che spesso si trasformano in tragedie e diventano una vera e propria catastrofe umanitaria. L’altro giorno, proprio mentre si scopriva che altre vite erano precipitate nel Mediterraneo, il segretario generale dell’Onu Ban Ki-Moon ha rivolto un appello «a mantenete le frontiere aperte ai rifugiati». «Per favore proteggete i loro diritti umani», ha detto, rivolgendosi ai Paesi di riviera e facendo riferimento in particolare alla crisi libica.

Ma i naufraghi sarebbero stati clandestini
La cronaca del naufragio di Kerkennah però racconta una storia diversa. Non parla di profughi libici, ma di migranti, fra i quali anche donne e bambini, provenienti da altre zone: Pakistan, Camerun, Costa d’Avorio, Africa subsahariana. Senza poter accedere allo status di rifugiati, però, si è clandestini e quindi destinati al rimpatrio. È l’inizio di un nuovo calvario, come dimostra quello che sta accadendo in questi giorni a Lampedusa, dove decine di immigrati ospiti del centro di accoglienza, ingoiano lamette e pezzi di vetro per evitare il rientro nel loro Paese. Anche gli scampati al naufragio hanno visto franare tutte le loro speranze: dopo essere stati salvati, 193 sono stati trasferiti nel campo profughi di Shusha, vicino al confine tra Tunisia e Libia, e altri 385 dovrebbero raggiungerli dopo essere passati per Sfax.

Anche la Caritas richiama l’Ue
La Libia, dunque, non è il luogo di provenienza. Semmai, è quello da cui si torna a partire e da cui sarebbero partiti anche i migranti dell’ultimo naufragio. Sarebbe stata, come lo è stata in precedenza, il punto di raccolta da cui poi salpare. È la falla che si è aperta con la lotta al regime di Gheddafi e che pone con rinnovata forza un fenomeno che, come sottolineava ieri il vicedirettore della Caritas italiana Francesco Marsico, «va avanti da anni senza una soluzione effettiva». «Credo – ha aggiunto Marsico, parlando ai microfoni della Radio Vaticana – che quello che quello che non va sia il fatto che per questo problema non sia prevista una politica davvero coordinata e congiunta da parte dell’Unione Europea. C’è una sottovalutazione strutturale di questo tema».

«Serve una maggiore vigilanza»
Marsico ha anche fatto riferimento a Frontex, lo strumento di cui l’Ue si è dotata per dare vita a un’azione coordinata di pattugliamento delle frontiere. Il problema, ha sottolineato ancora, è che per rendere efficace lo strumento servono una volontà e un’azione politica. È la stessa carenza rilevata anche dalla Boldrini, che ha sottolineato «la necessità di una maggiore vigilanza, fondata su un coordinamento più pregnante tra tutti i soggetti che navigano sulle acque del Mediterraneo». È, soprattutto, la carenza che da mesi va sottolineando il governo italiano e che ieri è stata ribadita nuovamente dal ministro dell’Interno Roberto Maroni. «In Italia non esiste una carenza legislativa – ha ricordato il titolare del Viminale – la legislazione vigente mette in campo tutti gli strumenti necessari sia per contrastare l’immigrazione clandestina sia per gestire i flussi regolari. Ciò che manca, invece, è una politica concertata a livello europeo».

Uno sforzo necessario per salvare vite
Ma cosa vuol dire, in pratica, una maggiore collaborazione europea? Intanto un atteggiamento di solidarietà e co-responsabilità sul tema dell’accoglienza, questione che si è posta con forza all’inizio della primavera araba, quando in Italia è arrivato un gran numero di migranti che potevano davvero ambire allo status di rifugiato. Poi, e anzi prima, controlli più stringenti a monte, per impedire o fermare le partenze in modo che non si trasformino in tragedie del mare o dei centri d’accoglienza. E a dirlo, ieri, è stata la stessa portavoce dell’agenzia per i rifugiati dell’Onu: «Non bisogna attendere la chiamata di soccorso per intervenire, ma bisogna farlo prima, appena si intercettano imbarcazioni sospette e non quando sorgono problemi. Si tratta – ha concluso – di uno sforzo necessario per salvare vite umane».