Quella “sveglia” del Capranica…

Lui è là. Sorridente come una sagoma. Anzi, a ben vedere è proprio una sagoma di cartone quella del Cavaliere sul palco che per tutto il tempo veglierà sui convitati alla “festa” che gli hanno riservato ieri. Perché alla fine di ridere – almeno per Silvio Berlusconi annunciato ma non pervenuto – al teatro Capranica di Roma non ce ne sarebbe stata occasione. Nemmeno una, dato che è proprio lui il tamburo (un po’ “scordato” dopo le elezioni) che viene picchiato a turno dall’assemblea convocata dal direttore del Foglio. L’umore in sala nonostante tutto era piuttosto alto ma indulgenza per il premier, in questa adunata di “servi liberi del Cav” – ossimoro con cui adesso l’ampia letteratura sul servo, da quello “astuto” di Plauto a quello “sciocco” della tradizione popolare, aggiunge una maschera tutta giornalistica – non ce n’era poi così tanta. Qui, infatti, si è celebrata una rottura non di poco conto sul piano simbolico: l’infallibilità di Silvio. Certo, rimane sempre lui – come ha spiegato Ferrara – il «beniamino». Ma è un fatto che «la botta c’è stata ed è stata pesante». E di chi è la colpa? «Sua».

Sotto accusa
Mattatore della kermesse, come da programma, è stato lui: Giuliano Ferrara che con convinzione ha lanciato da giorni l’idea delle primarie dal suo Foglio e adesso si è messo in testa quella di rilegittimare la guida del Pdl invitando il premier a intestarsi «una grande campagna politica» invece di vivacchiare. Concetto sul quale i convenuti (Mario Sechi, Maurizio Belpietro, Vittorio Feltri e Alessandro Sallusti) non si sono tirati indietro pur con sfumature e idee diverse. Alla fine insomma, nel «primo processo politico» (copyright di Claudio Cerasa su Twitter) a Berlusconi da parte dei suoi amici, ce n’è stato per Silvio e non solo. Perché se sotto accusa è finito il berlusconismo delle ultime ore – per lo meno la versione che ha perso in malo modo le elezioni amministrative nella sua “capitale” Milano e nella “diletta” Napoli – è anche vero che il processo si allarga a una classe dirigente che è chiamata a prendersi sulle spalle («soprattutto le donne– invita Ferrara – alle quali Berlusconi ha riconosciuto grandi capacità in politica») l’iniziativa, invece che cercare vie d’uscita nel «processo di liquidazione» che qualcuno proprio nel Pdl vede in atto.

«Basta monologhi»
Stavolta, rispetto alla “difesa” organizzata dallo stesso Ferrara con la smutandata di Milano contro i “neopuritani”, la sortita è decisamente più dura. Perché la sconfitta registrata alle amministrative è qualcosa di più di un incidente di percorso. Il segnale, come ha registrato l’Elefantino, è grave se a sconfiggere l’outsider per definizione sono stati altri due outsider come Giuliano Pisapia e Luigi De Magistris. «Il problema non è qualcosa ma qualcuno». Ed è qui il nodo – per qualcuno impronunciabile – che aleggia nell’invettiva del direttore: Berlusconi deve cambiare, deve finirla con i monologhi, con il cattiverio, con i jingle. Un cambio di passo che è un cambio di linguaggio e, ovviamente, di agenda politica. Perché, è chiaro per Ferrara, «Berlusconi non deve più dimostrare di saper vincere, ma di sapere unire». In una definizione: deve imparare ad assumere anche un ruolo istituzionale.

Moretti? Non c’entra
Chi si aspettava, però, una riedizione da destra dell’invettiva di Nanni Moretti a piazza Navona contro i suoi è rimasto deluso. Nessuna frase del tipo «con questi dirigenti non vinceremo mai». Nessun episodio di tafazzismo né seduta psicologica collettiva. Ma un avvertimento chiaro al Cavaliere: «Non può più essere capo di una minoranza». Sotto accusa, quindi, una stagione che ha visto Berlusconi rifiutare il contraddittorio per chiudersi in un vortice troppo autoreferenziale: con la guerra alle procure su tutto. Non l’idea del Pdl in sé né quella del suo leader viene messa in discussione dagli “amici”: ma arriva l’invito a rimettere in moto un processo politico a partire da sé. Perché se Malaparte parlava dell’italiano («non ha paura della legge di natura e talvolta, anzi, corregge la natura della legge»), Berlusconi deve ricordarsi di essere un italiano sì, ma premier.

Un’exit strategy
Se questo non dovesse avvenire il rischio è l’implosione dell’esperienza del centrodestra. «Se non c’è rilancio del Pdl non sarà possibile un rilancio del governo» si urla dal palco. Per ottenere questo – e quindi il viatico per le elezioni del 2013 – è necessario fare «del Pdl un’altra cosa». Qui è il punto più complesso. Perché ciò per Ferrara significa democrazia interna («passare da un’autocrazia a una democrazia») e, ovviamente, primarie: anzi «libere primarie generali a data ravvicinata, il primo e due ottobre, con un regolamento semplice» dove «i leader potenziali si mettano in gioco anche loro». E su questo punto concordano quasi tutti («Eccitazione necessaria» le chiama Vittorio Feltri). Il motivo? Semplice: le risposte di Berlusconi dopo la sconfitta fino a questo momento sono state giudicate insufficienti.

Angelino? Non basta
Certo, l’individuazione di Angelino Alfano come segretario politico è un passo importante, ma qui al Capranica non basta. Anche perché, dall’altro lato, le sirene, i richiami e gli scetticismi sono tanti. «Primarie subito», esordisce Mario Sechi. «Perché questi fanno le riunioni di corrente, senza che ce ne siano di vere. Poi un altro si alza e dice: voglio rifare la Dc…». Per il direttore del Tempo, la questione quindi è proprio il rilancio della forma partito rispetto ai vari Scajola da un lato o a un correntismo che «davanti alla nave affonda» recita la parte «dell’orchestra che continua a suonare». Oltre a questo «liquidare la sconfitta di Napoli e Milano come un episodio è sbagliato. Sono invece il picco di un’emergenza, che non si risolve con Alfano segretario politico». Dunque «occorre soprattutto una rivoluzione dentro il Pdl. Bisogna coinvolgere il popolo sovrano, quello che si cita sempre ma che non si coinvolge». Per questo è importante «ascoltare le voci della foresta» che – udite udite – non guardano più la tv, ma «si formano sui social network…».

E i politici in sala?
A movimentare ulteriormente la giornata ci ha pensato chi del Cav amico proprio non è. Ad esempio Marina Terragni, femminista antiberlusconiana e giornalista, che nel suo intervento duro («per i giovani di Milano Berlusconi è il vecchio e la muffa») ha scatenato le contestazioni della sala. Che alla fine però – quasi ad apprezzarne il coraggio – l’ha applaudita. Ma anche i politici chiamati in (con)causa hanno recitato la loro parte. Sulle primarie, ad esempio, aperture sì ma non sulla leadership. Lo ha chiarito Giorgia Meloni che è ritornata pesantemente sul tema della partecipazione nel partito anche se ha precisato che «sarebbe sbagliato parlare di primarie per la leadership, perché l’unica cosa certa che abbiamo in questo momento è la leadership di Berlusconi». Concetto ribadito da Giancarlo Galan («chi è quel pazzo che si candida contro Berlusconi?»). A chiudere il cerchio è stata poi Alessandra Mussolini che ha chiesto di «lasciarlo in pace». Insomma, sulla successione il discorso da parte loro è chiuso. Il punto forte resta Berlusconi. E la sua “sagoma” sul palco ridacchia ancora.