Quanti altri innocenti in fondo al mare?

Il ministro Maroni avverte: «Se l’Europa non fa nulla, a ottobre si rischia uno scenario dieci volte peggiore». Il vicedirettore della Caritas Francesco Marsico invoca l’intervento della forza di pattugliamento marittimo dell’Ue per fermare i convogli della disperazione. Il portavoce dell’Alto commissario Onu per i rifugiati, Laura Boldrini, concorda.
La posizioni convergono su un dato: non si può più nascondersi dietro l’accettazione del dato di fatto, né dietro un buonismo di maniera che condanna qualsiasi intervento finalizzato a limitare il flusso di clandestini. Mentre i radical discettano nei salotti e nelle redazioni “bene”, la gente continua a morire. E rimpallarsi le responsabilità non fa tornare in vita nessuno. Le morti vanno evitate. E per evitarle c’è un solo modo: impedire che i clandestini affrontino il mare. C’è un lurido commercio dietro questi carghi di carne umana. Il rischio è scientemente calcolato da chi lucra su queste vite umane. I vascelli sono scelti perché non possano reggere il mare, in modo che le nazioni nelle cui acque territoriali penetrano siano costrette dal diritto marittimo a trainarle in salvo e portare così i clandestini sul proprio territorio. Basta una variazione di rotta o delle condizioni atmosferiche e la tragedia è inevitabile.
Al largo delle coste della Libia c’è di fatto un cordone di vigilanza navale contro possibili incursioni di imbarcazioni fedeli a Gheddafi. E non sono in grado di bloccare le barche dei disperati?
In Tunisia ci sono già campi di assistenza per i profughi che arrivano via terra dalla Libia, non possiamo bloccare a terra i clandestini e soccorrerli?
Quante vite debbono ancora essere perse prima che l’Europa affronti il problema?