«Province: abolirle? Meglio modificarle»

La notizia è che, almeno per adesso, le province restano (e così come sono). È slittato infatti a data da destinarsi nell’Aula della Camera l’esame della proposta di legge dell’Idv sulla loro abolizione: con il solo voto contrario dei dipietristi, dell’Udc e del Terzo Polo, la Camera ha approvato ieri la richiesta di «rinvio ad altra seduta» dell’esame del testo presentato dall’Idv. A chiedere il rinvio del testo è stato il Pd, con Dario Franceschini. Mossa più che condivisa dal ministro per la Semplificazione Roberto Calderoli, il quale ha spiegato che il governo vuole razionalizzare le province ma «senza scadenze come quella imposta dall’esame d’aula». Calderoli si è espresso per una riduzione delle province, esprimendo dubbi su una loro soppressione totale: «La razionalizzazione – ha spiegato – non può essere la cancellazione. È impensabile che il cittadino debba avere come unico riferimento la Regione o il comunello nella valle di montagna». Da parte sua il capogruppo dei democratici Franceschini ha difeso la scelta di soprassedere: «A volte è meglio rinviare un provvedimento se questo finisce per chiudere ogni possibilità di riforma, come sarebbe successo se fosse stata bocciata dal voto d’aula la posizione di bandiera dell’Idv». Secondo Franceschini, con il rinvio si eviterà  di pregiudicare la discussione: «Ora possiamo rimettere mano alla questione. Il Pd ha già pronte alcune proposte che prevedono l’abolizione delle province nelle aree metropolitane».

«Abolirle? Meglio di no»
Certo, sul programma presentato nel 2008 la voce “abolizione delle province” c’era. Ma – al di là di ciò che si è discusso ieri – questa è una posizione che non trova d’accordo tutti nel Pdl. A partire da Marco Zacchera, il deputato che è intervenuto ieri nel dibattito in Aula. «Io sono contrario all’abolizione, ma sono assolutamente favorevole alla modifica del ruolo». Come la mettiamo con i costi? «Qui il discorso non è quello di togliere o meno un ente, perché quelle funzioni dovrà farle comunque qualcun altro. Per questo rimane necessario un soggetto intermedio tra le regioni e i comuni, perché le prime devono fare le leggi e i secondi devono amministrare la quotidianità: ne hanno bisogno». Certo, non servono proprio tutte queste province. «Vero, alcune dovrebbero essere cancellate: come la provincia metropolitana di Milano che non ha senso». Ci sono altri luoghi, invece, dove è necessaria? «Pensiamo ai piccoli comuni che senza una provincia che in qualche modo fa da raccordo fra di loro non sarebbero capaci di gestirsi: voglio essere chiaro, non è un discorso di quantità di abitanti ma di territorialità». Il discorso però è chi dovrebbe stabilire questo. «Be’ potrebbero essere le regioni, che potrebbero mettere dei tetti e dei parametri all’individuazione delle province evitando gli sprechi». Diverse anche le funzioni a questo punto. «Sì, diamogli delle altre cose da fare: dalla gestione dell’acqua a quella dei rifiuti a quella delle strade. Sarebbero problemi in meno per i comuni che da parte loro non riescono più a gestire tutto». In ogni caso, ci sarà sempre chi dice che quello dell’abolizione era un punto del programma. «Da parte mia, e per le cose che ho detto, sono sempre stato contrario. E comunque contro gli sprechi siamo intervenuti: ad esempio sono state soppresse diverse comunità montane. E a questo punto propongo: dove c’è una comunità montana non ci dovrebbe essere bisogno di un assessorato provinciale alla montagna. Così si fa risparmio».

«Facciamole “grandi” in un’ottica federalista»
A questo punto sentiamo che cosa ne pensa un costituzionalista. «Rispetto all’abolizione ritengo che sarebbe più opportuno modificare il quadro delle cosiddette autonomie nella prospettiva federalista». Per Agostino Carrino – ordinario di Diritto costituzionale all’Università di Napoli – «tra abolizione delle province e mantenimento delle regioni il discorso non regge». Invece «modificare le province creando un tipo di ente che sappia rispondere al quadro oggettivo di cui sono espressione dal punto di vista economico, culturale e di costume mi sembra una prospettiva da prendere in considerazione». Nel concreto? «Le faccio l’esempio della provincia di Benevento: questa in sé ha delle caratteristiche simili a Campobasso, anche dal punto di vista economico. Non mi spiego allora perché debba stare dentro la regione Campania, se non per una logica meramente conservatrice: mentre ipotizzare una grande provincia tra le due città significherebbe conservare sì un tipo di organizzazione provinciale ma allo stesso tempo questa sarebbe storicamente più rispondente alle specificità delle due città». Vaglielo a spiegare questo alle regioni. «E infatti anche quest’ultime andrebbero riformate. Penso alla riduzione di alcune province assieme all’ipotesi della macroregione: non dico come la pensava Miglio ma qualcosa del genere». A che pro questo? «Andrebbe incontro al federalismo. Che a questo punto non sarebbe calato dall’alto ma verrebbe dal basso, da realtà storiche unite da un codice linguistico e culturale». Concetto, questo, che sembra aderente a ciò che Proudhon, in pieno Ottocento, scriveva in Del principio federativo, teorizzando – in nome di un federalismo virtuoso – un contratto nel quale «comuni, province o Stati si riservano individualmente, formando il patto, un maggior numero di diritti, di libertà, di autorità, di proprietà, di quanti non ne lascino» rispetto alla centralizzazione: un esempio era il federalismo americano, definito un centralismo camuffato.