Perché Tonino ora apre al dialogo

L’antipolitica, una volta messa in moto, rischia di buttare tutti sotto il trattore. Se l’idea vincente è che i politici sono delle schifezze, appena uno ha convinto gli elettori a votarlo, si ritrova un altro che gli dice che la schifezza è lui e da questo gorgo non se ne esce più. Se uno vuole sradicare la malapolitica, deve arare a fondo, ma deve anche piantare i semi di una buona politica, che è l’unico antidoto all’antipolitica. Tonino, nella sua semplicità, lo sa. Non il Di Pietro magistrato, che in quanto tale ha una visione distorta della politica, l’ha intesa alla luce del “tanto è tutto un magna magna” e si è ritagliato il ruolo di sceriffo. Poi è diventato uno di loro: un “politicante”, come direbbero i detrattori, o più semplicemente un politico, cioè uno che per lavoro deve trovare delle soluzioni, magari mediate, per tirare fuori dal fango il carrettino su cui viaggia l’interesse comune. Dopo aver istigato i contadini a tirare sassi, zolle (e anche altro…) ai latifondisti (ma anche ahinoi ai fattori e persino ai mezzadri), Antonio l’agricoltore riscopre la piccola saggezza di chi – dopo aver tirato giù gli alberi, strappato l’erba e fatto terra bruciata – si domanda: «e mò, co’ sto terreno vuoto, che ci facciamo?». Chiarito, almeno ai propri occhi, che Berlusconi non è un superuomo, ma solo un uomo, con tutte le sue debolezze, stende la mano e gli dice: «Spiegami che vuoi fare. Magari se mi convinci, una parte la possiamo pure fare insieme». Buttare giù da cavallo l’avversario per salirci al suo posto ha senso solo se il cavallo è in buona salute. Un cavallo morto non serve nessuno.