No-tav in guerra: finisce in cocci la spocchia del Pd

Sinistra a due facce, una contro l’altra (almeno sulla carta), tra voglia di cavalcare l’onda e aplomb riformista. Sassi, insulti agli operai, barricate, blocchi stradali, petardi, tafferugli pure con gli automobilisti. E ancora pece e sacchi di vernice, persino pezzi di tronchi d’albero lanciati contro le forze dell’ordine e i lavoratori che si erano presentati alle prime luci dell’alba per aprire il cantiere. Poi la reazione della polizia (alla fine erano 25 i feriti tra gli agenti) con i lacrimogeni e la grande fuga dei cosiddetti manifestanti “no-Tav”, in maggioranza appartenenti ai centri sociali. Scene di ordinaria follia ieri mattina nell’area della Maddalena, a Chiomonte (Torino), dove si è insediato il cantiere per la linea dell’Alta velocità Torino-Lione. Scene che una parte consistente della sinistra, quella più nostalgica delle vecchie logiche di piazza, ha visto con un occhio diverso, un occhio di parte, tanto da parlare di «democrazia in pericolo» (per l’uso dei lacrimogeni da parte delle forze dell’ordine), di «polizia violenta», di «nuovo G8». Con il Pd in imbarazzo, chiamato a condannare la guerriglia con alcuni distinguo strategici, un po’ alla “ma anche” di veltroniana memoria. Che però non basta a sanare la spaccatura con Vendola.
L’operazione ha richiesto un imponente schieramento di uomini e mezzi, con l’impegno di circa circa 2500 agenti e 41 blindati che, dopo ore di guerriglia, sono riusciti a sfondare i blocchi creati sulla strada che portava all’accampamento della protesta. Una sorta di bastione su una rupe scoscesa che le forze dell’ordine hanno conquistato con l’uso di una pala meccanica e il fitto lancio di lacrimogeni. Cariche anche sull’autostrada Torino-Bardonecchia. I militanti della cosiddetta “Libera Repubblica di Chiomonte” hanno lanciato estintori e pietre, la polizia li ha sopraffatti con le cariche. Molti “no Tav” indossavano caschi che li rendevano irriconoscibili.
I due schieramenti si sono fronteggiati a lungo. Poi, intorno alle 8 di mattina, la polizia ha sfondato la barricata e non si è più fermata nella sua marcia verso il presidio della Maddalena. Bombe carta, sassi, vernice e incendi alle barricate da parte dei “no Tav”, costituiti per l’occasione più da militanti dei centri sociali del Nord che da abitanti della zona, sono solo riusciti a rallentare la marcia senza però arrestarla. Una quindicina di blocchi stradali sono stati via via rimossi e, alla fine, il cantiere è stato insediato. La data del 30 giugno era tassativa: in caso contrario, infatti, avremmo perso i finanziamenti dell’Unione europea.
I primi blindati delle forze dell’ordine sono stati avvistati sulle strade della Valsusa  intorno alle 4,30 del mattino. E subito è scattato l’allarme generale lanciato dai manifestanti per mezzo di fuochi d’artificio. «Abbiamo perso un round, ma non la guerra», ha detto alla fine il leader della protesta, Alberto Perino. «Abbiamo resistito, poi le forze dell’ordine hanno sparato i lacrimogeni. Vedremo il da farsi, di certo non siamo sconfitti». La prima giornata di questo nuovo ciclo di proteste si è chiusa in ogni caso con il successo del governo e del prefetto di Torino, Alberto Di Pace, che ha così fatto rispettare la sua ordinanza di sgombero, obbligando il popolo “no Tav” a smontare le tende. Poi c’è la scarsa presenza sul luogo degli scontri delle popolazioni locali. Anche questo rappresenta un successo per chi in questi mesi si è dato da fare per l’apertura del cantiere della Maddalena. Ieri mattina, a un certo punto, gli incappucciati dei centri sociali hanno chiamato a gran voce la popolazione a partecipare, ma hanno avuto scarso successo. Poi, nel pomeriggio, la protesta si è sparsa a macchia d’olio in altri luoghi. A Roma un sit-in di alcune decine di persone ha occupato via del Corso, all’altezza di Palazzo Chigi, bloccando il traffico. A via dell’Umiltà, sempre nella Capitale, è stato lanciato un petardo verso la sede Pdl, mentre a Torino ci sono stati momenti di tensione di fronte al Municipio, dove era riunito il consiglio comunale.
«Lo Stato  – ha detto il ministro Altero Matteoli – non può assolutamente arrendersi di fronte ai contestatori. La Tav è considerata una priorità. I lavori, quindi, inizieranno e andranno avanti». E Maurizio Gasparri, capogruppo del Pdl al Senato,  ha sottolineato la necessità di portare avanti i lavori di insediamento del cantiere della Maddalena, tenuto anche conto delle «scadenze europee per l’erogazione dei contributi. Non si può – ha affermato –  far prevalere chi si oppone in maniera acritica  e ingiustificabile a qualsiasi opera pubblica. È triste che si debba talvolta agire con le forze dell’ordine, ma non possiamo rinunciare a una modernizzazione fondamentale».
Altro che la «reazione repressiva» di cui ha parlato il sindaco di Napoli Luigi De Magistris, quindi. La Confindustria sottolinea che «la Tav è un’opera fondamentale per lo sviluppo dell’Europa e un’infrastruttura importante per mantenere i collegamenti italiani a livello internazionale». E il capo della polizia Manganelli ha posto l’accento sul fatto che le forze dell’ordine «non sono contro qualcuno, ma garantiscono i diritti di libertà di tutti, a partire da coloro che esprimono il loro dissenso nelle forme consentite dalla legge». Dal Pd solo timide prese di distanza.
Da Bruxelles, però, si invitano le autorità italiane a smorzare gli entusiasmi. L’apertura del cantiere per il tunnel della Maddalena, viene fatto osservare, è una condizione necessaria ma non sufficiente per scongiurare il rischio di perdere una fetta sostanziale  dei finanziamenti Ue destinati al collegamento Torino-Lione. Italia e Francia debbono anche, entro la fine di giugno, approvare il nuovo progetto preliminare e firmare l’accordo Roma-Parigi per la realizzazione dell’opera. Ieri è stato scritto soltanto il primo capitolo. Adesso bisogna avere il coraggio di completare l’opera.