Lo strano caso di Giulio Tremonti: da dottor Jekyll…

Giulio «dietologo», Giulio «papà oculato», Giulio «mani di forbice». Destino pirandelliano, quello di Tremonti, ministro dell’Economia dai mille volti. Amato o odiato, a seconda delle prospettive, raccontato sempre in modi differenti. Roba da far impallidire il Rashomon di Akira Kurosawa. Tutti in pressing su di lui. Come ha titolato ieri Il Foglio: «Tutte le strade portano a Tremonti». La citazione è quella che vede una specie di braccio di ferro del premier con il titolare di via XX settembre. Da una parte il Cavaliere: «Non è Tremonti che decide, lui propone. Gli faremo aprire i cordoni della borsa». Dall’altra il superministro dell’Economia che lascia trapelare un freddo distacco su questa eventualità. Con il quotidiano diretto da Giuliano Ferrara impegnato a ipotizzare una sorta di trattativa tra i due, con tanto di richiesta di garanzie in vista delle elezioni del 2013. Clima polare, che fa ripescare dalle parti di via del Plebiscito la battuta del governatore di Bankitalia, Mario Draghi: «Anche io concordo con la politica di rigore, ma se il rigore non si accompagna allo sviluppo rischia di essere solo rigor mortis».

Anche la Lega si divide
Una situazione che lo pone in condizione di venire dipinto una volta come dottor Jekill e l’altra come mister Hyde. Per capire l’aria che tira, basta andare dalle parti di via Bellerio, in quella che può essere definita la sede del primo “Tremonti fan club”. Nel quartiere generale della Lega gli irriducibili tremontiani sono meno irriducibili. Da una parte c’è Luca Zaia, che ieri gli ha innalzato un peana a quotidiani unificati (Messaggero e Gazzettino). «Tremonti è stato l’uomo che ha fatto la differenza in questo governo, senza di lui l’Italia avrebbe fatto la fine di Grecia e Portogallo. So che conosce le istanze che arrivano dai territori. Anche a lui sta a cuore la riforma fiscale e tributaria». Il governatore del Veneto ha poi fatto ricorso a una metafora quotidiana, di facile presa sul popolo padano. «È come quando in famiglia qualcuno insiste per andare al ristorante. Quante volte si può andare a cena fuori? Dipende dai soldi. E chi sa quanti soldi ci sono in casa? Lo sa il papà. Ecco – spiega Zaia – bisogna chiederlo a Tremonti, è il ministro dell’Economia a sapere com’è il bilancio dello Stato e a stabilire la sostenibilità delle riforme. Perché tutte le riforme hanno un costo». Dall’alta c’è invece Umberto Bossi, il quale dà il senso che qualcosa è cambiato dopo la sconfitta alle amministrative. Serve una scossa all’economia, incalza il senatùr, una «vera» riforma del fisco, sposando la tesi berlusconiana. «Tremonti metterà i soldi per la riforma? Dipende da cosa si intende per riforma…». Ecco che allora, da alleato di ferro anche Giulio finisce nel mirino dei leghisti, a cui addossano le motivazioni per le sconfitte locali in quelle che erano feudi del Carroccio.

Gli strali di Galan e Formigoni
Chi non ha peli sulla lingua è Giancarlo Galan. «Non abbiamo mantenuto i patti, abbiamo dimenticato i nostri stessi principi e trascurato l’azione economica». Per questo il ministro dell’Economia «deve cambiare registro, ed essendo tutto tranne che poco intelligente, spero faccia domattina la riforma fiscale secondo quei principi. Il consenso – sottolinea – non lo si mantiene strozzando l’economia ed eliminando le libertà». Un atteggiamento non troppo dissimile serpeggia in parte del Pdl. Tanto che assomiglia all’elogio shakespeariano di Marco Antonio a Bruto quello di Roberto Formigoni. «Tremonti – premette il presidente della Lombardia – è una persona che stimo ed una risorsa per il partito e per il centrodestra, ma tutti dobbiamo far fronte comune per capire che la politica economica e le scelte in questo campo saranno decisive per le elezioni politiche del 2013». Insomma, la richiesta che fanno tutti, è ben sintetizzata da Ignazio La Russa: trovare «un equilibrio tra la tenuta dei conti e le politiche di sviluppo». Tra i mille ruoli di Giulio, c’è chi invece lo vede in veste di dietologo, come fa Gianfranco Rotondi. «Per rilanciare l’azione di governo – ha detto il ministro dell’Attuazione del programma – non serve allentare i cordoni della borsa. Sono 20 anni che i bilanci pubblici sono a dieta. Tremonti è il garante della dieta e trovo difficile che si risolva una crisi allargando i cordoni della borsa, sarebbe un cattivo rimedio».

Un film già visto
Sono ore già vissute dal nostro protagonista, che vive la bizzarra situazione di ricevere quasi più complimenti dagli avversari che dagli alleati. Alla vigilia del voto del 14 dicembre tra le ipotesi più gettonate nel caso di sfiducia al governo, c’era quella di un governo guidato dal ministro dell’Economia. Indicato dalle opposizioni come garanzia istituzionale. In molti malignarono che proprio questo tifo sfegatato dei vari Bersani, Fini e Casini per il titolare di via XX settembre avesse preoccupato l’inquilino di Palazzo Chigi. L’ultimo ministro dell’Economia a subentrare al posto del premier era stato Lamberto Dini. E quel ricordo ancora oggi provoca l’orticaria al Cavaliere. Proprio ieri, in difesa di Giulio, sono echeggiate due voci dall’opposizione. Il leader Pd, Pierluigi Bersani, ha invitato la maggioranza a tornare sulle sue posizioni: «Il pressing su Tremonti andava fatto prima per fare uno sforzo su riforme e meccanismi di controllo della spesa. Tutte cose che non si improvvisano». Mentre il finiano Carmelo Briguglio è salito sullo scoglio a mo’ di sirena terzopolista. «Se ha ambizioni politiche il ministro dell’Economia abbia uno scatto d’orgoglio e separi il suo destino da quello del Cavaliere. Riscuoterebbe un apprezzamento unanime». Tra gli elogi interni e le critiche esterne è toccato a Osvaldo Napoli l’onere di riportare all’elementare concetto del “siamo tutti nella stessa barca”. «Dobbiamo smetterla tutti di tirare per la giacca Tremonti. Metterlo in discussione – ha ricordato il vicepresidente dei deputati Pdl – è un atto suicida, per il Pdl ma credo per tutta la maggioranza».