L’ingegner De Benedetti il Rockerduck di Berlusconi

Carlo De Benedetti sta a Berlusconi come Rockerduck sta a Paperone. Se uscirà vincente dal processo Mondadori otterrà da Berlusconi 750 milioni di euro (costringendolo a vendere numerosi asset per ottenere la liquidità) e userà quei soldi per creare un terzo polo della comunicazione interamente dedicato a distruggere il Cavaliere. In una intervista al Giornale, Chicco Mentana esprime preoccupazione in merito all’eventualità che De Benedetti acquisti La7 e la usi per la realizzazione del suo progetto. La vicenda Mondadori è emblematica della storia politico-imprenditoriale di Carlo De Benedetti, che non è certo noto per la capacità di far funzionare aziende e creare ricchezza, quanto per la straordinaria capacità di usare soldi altrui – anche quelli dei suoi nemici – per costruire costosi giocattoli che consuma e getta via.
Anche in questo l’Ingegnere, classe 1934, rampollo della Torino bene, è il vero anti-Cav. Di soldi ne han fatti a palate entrambi, ma Carletto li ha fatti svuotando aziende e alla fine dà da mangiare sempre e soltanto a familiari e collaboratori più stretti, Silvio ha collezionato successi imprenditoriali e dà lavoro a decine di migliaia di italiani. Berlusconi rischia in prima persona, De Benedetti fa fare politica ai suoi (l’ultimo caso è l’avvocato di fiducia a Milano, tal Pisapia, che ha a sua volta nominato assessore un altro uomo dell’Ingegnere, Bruno Tabacci).
Berlusconi è un outsider del capitalismo italiano, mai veramente accettato dalle Grandi famiglie e punito per questo con un ininterrotto martellamento giudiziario. De Benedetti invece sta nel giro grosso, quello Goldman Sachs-Bilderberg.
Incarnazione italica della sinistra-champagne – comunista fin dai tempi dell’università, oggi tessera numero uno del Partito democratico – con le mani in pasta ovunque, l’Ingegnere passa per magnate illuminato, mecenate progressista, genio dell’imprenditoria. Su quest’ultimo aspetto c’è da dire che il suo sfrenato desiderio di ricchezza è sempre andato di pari passo con uno scarso fiuto per gli affari. Stiamo parlando di un uomo che ha distrutto Ivrea e il suo indotto, bruciato il posto di lavoro di migliaia di italiani ma senza perdere una lira di suo. Nel 2009 ha preso la cittadinanza svizzera, si è “licenziato” dal suo mega-impero economico, finanziario, imprenditoriale, editoriale (mantiene giusto due decine di incarichi) e si è ritirato a spendere qualche soldo senza l’impiccio di pagare le tasse al governo italiano.

Tra strategie e tecniche
Per capire chi è De Benedetti dobbiamo passare in rassegna i fatti salienti della sua carriera di capitalista illuminato. Tornato dalla Svizzera dove si era rifugiato durante la seconda guerra mondiale dalle persecuzioni antiebraiche, ha iniziato dalla Compagnia Italiana Tubi Metallici del padre. A soli 42 anni fa una toccata e fuga (cento giorni) in Fiat in qualità di amministratore delegato e riesce a sfilare pare ottanta miliardi di lire dell’epoca (siamo nel 1976) all’Avvocato. Si dirà di tutto e di più su questa vicenda: la più accreditata è che gli Agnelli se lo sarebbero tolto di torno perché troppo rampante. Con il gruzzolone Fiat, De Benedetti rileva la Cir, la ribattezza da conceria a compagnia, la trasforma in holding industriale e inizia la sua corsa all’accumulo di capitale tramite compravendita di aziende. Nel 1978 arriva all’Olivetti, diventa presidente e passa dalle macchine per scrivere all’informatica: il personal computer italiano, un progetto geniale. Ma, proprio quando appare evidente che il pc sarà la pepita del futuro, lascia morire l’azienda. Ma non prima di averla spremuta. La usa per fondare la società di telefonia mobile Omnitel nel 1990 (ora Vodafone) – rivenduta ai tedeschi della Mannesmann con guadagni da capogiro, 14mila miliardi – e poi quella di telefonia fissa Infostrada (ora Wind). Cede l’Olivetti, svuotata, ad altri speculatori che la condurranno alla morte. Con i proventi derivanti dalla cessione di Infostrada e Omnitel, Olivetti viene ancora utilizzata per la scalata alla Telecom, che avverrà a caro prezzo. Le azioni Olivetti vengono ritirate dal mercato azionario e diventa una società controllata al cento per cento dal gruppo Telecom Italia. Anche qui c’è un inghippo: l’annuncio del ritiro delle azioni Olivetti dalle quotazioni di Borsa è stato dato come se l’azienda chiudesse, mentre invece ha sempre continuato nelle sue attività di produzione stampanti, registratori di cassa e fax. Prosciugata la cassa di Olivetti rimanevano ancora gli immobili di proprietà, che infatti finiscono alla Pirelli RE. I dipendenti invece erano stati via via licenziati.
L’Ingegnere usa la fabbrica di Ivrea anche per dare una bella fregatura al governo italiano. Con l’amico Visentini ministro, le Poste comprano da Olivetti centinaia di migliaia di telescriventi preistoriche. Lo Stato le rottama anni dopo, ancora negli imballi originali. De Benedetti ci guadagnò 145 miliardi. Manco a farlo apposta una legge ad hoc obbligava lo Stato a comprare il cinquanta per cento delle macchine da ufficio e i primi computer da aziende italiane. Guarda caso, Olivetti riusciva a mettere insieme pc con componenti comprati in Giappone.
De Benedetti entra da vicepresidente nella banca di Calvi, sull’orlo del fallimento, e ne esce dopo soli sessanta giorni con una plusvalenza di 7,5 miliardi, con rumors di bancarotta fraudolenta. Nel 1985 l’amico Romano Prodi, in qualità di presidente dell’Iri, stipula con lui – in qualità di presidente della Buitoni – un accordo per la vendita del 64,36 per cento del capitale sociale della Sme, finanziaria del settore agro-alimentare dell’Iri, per 497 miliardi di lire. Ma Bettino Craxi si oppone e chiede che si valutino offerte più vantaggiose: arriva quella da 600 miliardi, da una cordata composta da Barilla, Ferrero, Fininvest (cioè Berlusconi, che da allora diventa l’ostacolo principale alle sue mire).

Il Quarto potere
Nel 1987, attraverso la Cir, De Benedetti fa il grande salto ed entra nell’editoria. Acquisisce una partecipazione considerevole nella Mondadori e grazie a questa nel gruppo Espresso-Repubblica. Operazione che segna l’inizio di un sodalizio tra poteri forti e politica in chiave anti-Cav. Oggi il Gruppo L’Espresso controlla un apparato di media che difende gli interessi del “pensionato elvetico”: dall’energia – sua la Sorgenia, ciò spiega il “no” al nucleare del partito di Repubblica – alla componentistica auto – sua la Sogefi. E, a proposito di libera informazione, De Benedetti conserva la carica di presidente del Cda del gruppo, così può decidere senza appello chi dirige cosa. Ciò spiega i timori di Chicco Mentana.