L’imperativo è uno solo: adesso basta con gli errori

C’è chi minimizza e chi è apocalittico. Chi chiede maggiore dibattito interno e chi la partecipazione, magari partendo da realtà locali, ha già iniziato a sperimentarla all’interno del partito. Referendum, punto e a capo: per gli esponenti del Pdl ora si tratta di fare i bilanci. Su nucleare, acqua e legittimo impedimento, certo. Ma anche sui destini di un partito che certo non esce rafforzato da una tornata referendaria universalmente letta come un plebiscito anti-Berlusconi. E allora quella riflessione interna, con forti dosi di autocritica, già avviata in seguito alle amministrative merita ora di essere ripresa con maggiore forza. Perché da qualunque parte la si guardi, una cosa è certa: così non si va avanti. Il Pdl ha bisogno di un cambio di passo. Un colpo di reni. Insomma, bisogna cambiare. Perché da popolo del Pdl il messaggio giunge chiaro: ora basta errori. Basta chiacchiere in libertà. Basta posizioni timide, incerte, contraddittorie. Basta annunci spot. Basta leaderismo a senso unico. «È difficile negare – spiega Adrea Augello – che il referendum rappresenti una sconfitta per il governo, dato che sono state bocciate tutte riforme promosse dall’esecutivo. Credo però che questa bocciatura vada letta non tanto formalmente, quanto alla luce della grande mobilitazione del corpo elettorale. Nel merito dei quesiti non credo che il Pdl avrebbe potuto agire diversamente e in questo senso non vedo una responsabilità diretta del partito. Sarebbe stato ingenuo, del resto, posizionarsi con forza sul fronte del “no”. Errori? Ce ne sono stati molti in passato, ma una volta commessi quelli era francamente difficile fare altrimenti oggi». Ma allora cosa ci dice questa pioggia di “sì”? Per l’esponente del Pdl romano il risultato di ieri «ha ribadito la centralità del referendum come momento partecipativo. I cittadini hanno lanciato un segnale emotivo: loro partecipano, loro decidono. E il Pdl deve fare dei passi verso questa esigenza. Con le primarie? Anche. Con le primarie, con un’altra legge elettorale, con un partito aperto, con priorità politiche e governative che siano davvero sentite dai cittadini». Sulla necessità di maggiore partecipazione all’interno del partito è d’accordo anche Cristano De Eccher, che, anzi, a Rovereto si è trovato a organizzare una assemblea comunale degli iscritti al Pdl «le cui decisioni – afferma – sono state poi da noi ratificate. Abbiamo cercato, cioè, di interpretare correttamente un principio che nei partiti c’è sempre stato, quello della partecipazione. Ora credo che il Pdl debba seguire due linee fondamentali: governare e portare a termine la riforma fiscale, da un lato; preparare le prossime elezioni politiche dall’altro. Magari presentando agli elettori una squadra di governo, non solo un capo carismatico». Per De Eccher, infatti, «Berlusconi ha dimostrato spesso in passato, l’ultima volta per le regionali del Lazio, di fare la differenza da solo. Oggi questa sua capacità mi sembra in crisi. E allora un uomo solo non basta più, bisogna presentare una vera classe dirigente. Fosse per me presenterei una vera squadra di governo. E poi, ovviamente, tornerei a far parlare gli iscritti. Anche perché se uno non è ascoltato che si iscrive a fare?». Rifiuta invece di dare troppa importanza politica (e partitica) ai referendum Massimo Corsaro: «Credo sia sbagliato – dichiara – accorpare l’analisi del voto con quella sui destini del Pdl. È del resto vero che il governo è in un momento in cui riscuote uno scarso seguito. Abbiamo già avviato una fase di rinnovamento anche per dare al partito una organizzazione territoriale. Ma non credo che ci sia da pentirsi per le scelte fatte sui temi referendari. Problemi di comunicazione? Può darsi, ma va detto che nei referendum c’è un eccesso di semplificazione in favore di chi li propone. E di fronte a questo tipo di propaganda non c’è comunicazione che tenga». Cosimo Ventucci, invece, parte da lontano per individuare gli errori che hanno determinato l’attuale crisi del centrodestra: «Tutto nasce dal connubio naturale fra Forza Italia e Alleanza nazionale – spiega –. C’è stata troppa fretta. E poi il 70/30 è stato una iattura. An era più piccola di Fi, ma era un partito vero, strutturato. Forza Italia nasce invece attorno a gente con esperienza imprenditoriale. Che da sola non basta a fare politica. Tornando all’attualità questo voto è la conferma che la gente è stufa di certi comportamenti della maggioranza. Guardate le percentuali di votanti per ogni quesito: di fatto sono quasi uguali, segno che non si è votato a ragion veduta, si è solo voluto lanciare un segnale al governo». Per il parlamentare laziale «la nomina di Alfano è un fatto positivo. Però i tre coordinatori (tranne Bondi) restano. E quindi a cosa è servito? Io credo che serva un cambiamento dei vertici. E poi gente come la Santanchè non deve più andare in televisione. Io rispetto Daniela e la sua foga, ma i suoi atteggiamenti infastidiscono i telespettatori. Spesso ha ragione, ma aggredendo l’interlocutore passa dalla parte del torto. E fortuna che Ferrara è andato un po’ in tv negli ultimi giorni, sennò anziché il 57% dei votanti avremmo avuto il 60%. Mettiamoci, infine, che Berlusconi ci ha messo del suo facendosi trovare, come si dice a Roma, “col sorcio in bocca”». Il Cavaliere ha rilanciato il taglio delle tasse, ma per Ventucci non è questa la strada da seguire: «Ma quale taglio, non ci sono le risorse per abbassare le tasse. Il premier guardi piuttosto al tipo di politica che fanno Cameron e la Merkel, fatta di gesti forti, coraggiosi. L’arte di arrangiarsi, in politica, non funziona, bisogna avere più coraggio». Dà una lettura controcorrente dell’esito referendario, invece, Fabio Rampelli. «Io – dice – non ho una visione negativa del risultato di questo referendum. Dato che il partito aveva lasciato libertà di scelta, io ho fatto aperta campagna elettorale per tre “sì”. E mi sembra ci sia stata una copiosa volontà popolare che è andata in tal senso. E non dimentichiamo i circa 10 milioni di elettori del centrodestra che alle urne ci sono andati». Su quale sia il significato politico da trarre per il Pdl dopo questa tornata referendaria, l’esponente politico romano è chiaro: «Bisogna essere più umili e dediti all’ascolto. Io per esempio ho cercato di aprire un dibattito interno sulla questione del nucleare ma non ci sono riuscito. A un certo punto sono saliti in cattedra i professori, gli unti dal Signore, e non si è più discusso di nulla». Quindi, par di capire, il Pdl dovrebbe ripartire da un maggiore dibattito interno. Sul punto Rampelli è definitivo: «Questo sicuramente sì».