La gente promuove Tremonti, la Cgil no (chissà perché…)

Tutto gira intorno a una cifra: 1.728 euro l’anno. È quanto “risparmierebbe” – grazie alla riforma fiscale del governo – una famiglia con un solo stipendio, il marito che lavora, la moglie e un figlio a carico. Non è certo poco, in un periodo di crisi. Quel dato spaventa. Non certo la gente, ma quella politica che gioca la sua partita sulle percentuali elettorali, sulla corsa al potere, sui flussi dei voti. C’è l’opposizione che teme un recupero del centrodestra in termini di consenso e credibilità, dopo l’ubriacatura dei risultati referendari. C’è una parte del sindacato (la Cgil) che vede allontanarsi la possibilità di strumentalizzare le lotte operaie, per le quali il paradiso può e deve attendere. Ci sono le lobby, che continuano ad arroccarsi in difesa dell’esistente, sempre per il timore che un qualsiasi processo di rinnovamento finisca per trascinare dietro di sé altri rinnovamenti, cancellando privilegi e baronie.
Tutti al capezzale del fisco, quindi. E tutti pronti a sparare a zero contro Tremonti e Berlusconi che, a loro dire, sarebbero bravi a confezionare spot per recuperare terreno ma poi non farebbero assolutamente nulla. I poteri contro, la gente a favore. Ieri Sky ha effettuato uno dei suoi sondaggi tra gli ascoltatori. L’avvertenza è che non c’è nulla di scientifico, perché alla base dello stesso sondaggio non c‘è un campione di popolazione selezionato secondo le regole della statistica ufficiale. Ma è pur sempre un segnale: la stragrande maggioranza degli ascoltatori ha dichiarato senza mezzi termini di essere favorevoli all’ipotesi Tremonti (il 66 per cento si è detto d’accordo, solo il 34 contro).
In tanti, dunque, ritengono che questa volta la riforma si può fare. Le norme di oggi hanno poco meno di quarant’anni (l’Iva è del 1972) e gli italiani ritengono che i tempi sono maturi per metterci le mani. Bisogna avere il coraggio a cui invita Roberto Maroni, ma la normativa fiscale non è intoccabile, neppure in tempi di crisi come l’attuale. E al Paese conviene. Chi già comincia a sparare alzo zero contro tutto e tutti, affermando che il governo si appresta a farci l’elemosina, farebbe bene a tacere. Sinistra e sindacati prima di tutti, visto che col governo Prodi non si è fatto praticamente nulla per venire incontro alla famiglie, che in questi anni si sono sobbarcate per intero il costo della crisi, e visto che i riconoscimenti salariali degli ultimi rinnovi contrattuali raramente superano i 50-60 euro netti al mese.
E Tremonti, invece, cosa vuole fare?  Per ora si tratta di semplici ipotesi, non ancora supportate dai numeri. Quindi è presto per fare previsioni. Qualcuno, come detto, ha già iniziato a fare qualche conto e i risultati sono tutt’altro che disprezzabili. Gli artigiani di Mestre, ad esempio, hanno fatto una simulazione partendo dalle tre aliquote Irpef che dovrebbero sostituire le cinque attuali e che potrebbero essere fissate al 20, 30 e 40 per cento, e, tirando le somme, ha stimato che una famiglia monoreddito (lavoratore dipendente con moglie e figlio a carico e un reddito di lordo di 34.774 euro) otterrebbe una diminuzione del carico fiscale di 1.728 euro l’anno, che si ridurrebbero a 1.050 nel caso i redditi familiari fossero due (coniugi entrambi lavoratori dipendenti con un figlio a carico e reddito complesivo lordo i 34.774 euro). Non è poco. Raffaele Bonanni, segretario generale della Cisl, fa bene ad auspicare una riforma integrale e a sottolineare che c’è alleanza tra imprese e sindacati per abbassare le tasse sui lavoratori, sui pensionati e sulle imprese. In attesa, però, il leader della Cisl dovrebbe spiegare alla collega Susanna Camusso, segretario generale della Cgil, che su questi argomenti serietà vuole che si rifletta prima di aprire la bocca. La sua bocciatura di Tremonti sa, infatti, di ideologia e di opposizione politica lontano un miglio. Gli iscritti al sindacato, che notoriamente non hanno i beni al sole, invece, sembrano apprezzare che finalmente, dopo un quarantennio di parole, sembra si voglia intraprendere un cammino virtuoso.
Sapremo di più dopo l’Ecofin del 20 giugno, dove, con ogni probabilità, Tremonti illustrerà la manovra per il deficit zero, che dovrebbe vedere la luce il 28 del mese assieme alla legge delega sul fisco. Quest’ultima conterrà solo le linee guida della riforma fiscale a tre aliquote. Il resto verrà dopo con i decreti attuativi. Intanto, però, qualche considerazione è d’obbligo. Questa ipotesi di riforma all’Europa non piace. A Bruxelles fanno il tifo per il rigore tout court. E non piace nemmeno ai partiti dell’opposizione, anche a livello internazionale. Come insegna il sondaggio di Sky, infatti, non è facile spiegare alla gente che il governo che dà indietro qualche centinaio di euro l’anno delle tasse pagate in eccesso fa una cosa sbagliata. Qualcuno già suona il campanello dell’allarme Iva (potrebbe essere aumentata di un punto per finanziare il taglio di tre punti – dal 23 al 20 – della prima aliquota Irpef), perché darebbe nuovo fiato all’inflazione, qualche altro dimentica che il ministro dell’Economia ha parlato di riforma a costo zero e dice che i soldi non ci stanno, altri annunciano tagli al rating dei nostri titoli di Stato a opera delle agenzie internazionali che, notoriamente, non fanno il tifo per Berlusconi. Va in ogni caso registrato il monito della Bce che, nel suo Bollettino mensile, ha chiesto spiegazioni all’Italia, sostenendo che «in molti Paesi occorre sostenere gli obiettivi di bilancio con misure concrete al fine di correggere i disavanzi eccessivi entro i termini concordati». Ok alla politica del rigore, quindi, ma sul fisco bocche cucite. «In molti Paesi – viene sostenuto – questi piani non sono sufficientemente suffragati da misure concrete di risanamento oltre il 2011 e saranno quindi necessari ulteriori interventi per conseguire gli obiettivi di bilancio». E l’Italia? «Vanno ancora specificati per il periodo 2013-2014 – dice la Bce – ulteriori interventi per un importo cumulato pari a circa il 2,3 per cento del Pil». Richiami, riflessioni, ammonimenti che se fossero disinteressati dovrebbero, forse, essere formulati più avanti, quando dopo la legge delega arriveranno i decreti che la tramuteranno in fatti concreti.