«In Rai mafiosetti di sinistra» Se lo dice Lucia Annunziata…

Anche a Raitre esistono «rapporti non chiari e piccole mafie». Se a dirlo non è la Santanchè o Stracquadanio ma Lucia Annunziata in un’intervista al Messaggero, cade un altro falso mito. Quello dell’informazione libera a viale Mazzini solo se il suo cavallo guarda a sinistra.
Più che sfogo è un atto d’accusa quello della Annunziata. «Anche nel rapporto tra sinistra e televisione – ha attaccato – in specie su Raitre, ci sono cose che proprio non vanno», dice la giornalista che è stata anche direttore del Tg3 e a viale Mazzini si è seduta anche sulla poltrona di presidente. Quali? «Le stesse che vengono rimproverate al centrodestra. Piccole mafie, rapporti non chiari, privilegi attribuiti non secondo il merito».
Per chi avesse scarsa memoria, la biografia della professionista in questione non lascia adito a sospetti di conversioni repentine verso il berlusconismo. La stessa conduttrice che fece perdere le staffe a Silvio Berlusconi nella campagna elettorale del 2006 inducendolo a lasciare lo studio tv nel bel mezzo dell’intervista. La stessa che si è formata nella sinistra extraparlamentare e ha lavorato a il manifesto e a Repubblica.
La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata una «dimenticanza» occorsa lunedì scorso durante la presentazione dei palinsesti autunnali. Nella cartella stampa distribuita ai cronisti infatti non compariva il suo programma “In mezz’ora”: la conduttrice se n’è andata via per protesta. Ruffini ha parlato di un errore. Per la Annunziata si è trattato piuttosto di un segnale in codice. «Hanno raccontato tante bugie e non mi bastano le scuse». E Raitre? «Se ha parlato di piccole mafie ha detto una grande stupidata – ha replicato Paolo Ruffini, direttore di rete – Lucia sa benissimo che il suo programma è in palinsesto, al suo programma voglio bene perché ha dato prestigio alla rete. Il termine mafie è proprio una stupidata».  
Crepe interne che registrano una situazione di grande fibrillazione. Sempre a Raitre è finito nel cestino della carta straccia il cosiddetto “Libro Bianca”, il pamphlet pubblicato dal giornalista del Tg1 Stefano Campagna (sindacalista di viale Mazzini) sulle presunte scorrettezze del direttore del Tg Bianca Berlinguer nei confronti della redazione. Il libro era stato pubblicato sul web da diversi siti internet, fatto quindi sparire a velocità supersonica dopo la lettera di diffida da parte dei legali del direttore del Tg3. «Quel compendio di malevole e offensive considerazioni sulla nostra cliente rappresenta al lettore una serie di inveritieri ed infamanti avvenimenti» hanno scritto nella diffida. Pena richiesta del risarcimento dei danni subiti. «Siamo stati ingenui», hanno scritto i blogger colpiti da censura, prima di cancellare l’articolo ai quali non è rimasto che registrare che «nel nostro paese impera una surreale concezione della libertà di stampa a corrente alternata». Così la Berlinguer è tornata a essere il miglior direttore di Tg possibile. Nel silenzio più assoluto dei suoi redattori.
Giancarlo Lehner, oggi deputato di Iniziativa responsabile, sulle pagine nere della sinistra, dai tempi di Togliatti a quelli di D’Alema, può vantare un robusto curriculum di giornalista e saggista. Ovvio che le frasi della Annunziata non lo prendano alla sprovvista.  «Le mafie, da un punto di vista politico e organizzativo sono soprattutto a sinistra. Ho conosciuto i comunisti, ho scritto libri di storia su di loro». Esistono ancora i comunisti? «L’humus culturale e ideologico è quello. La Annunziata non è omologata, ha una formazione per certi versi anarchica, quindi non è inquadrabile ed è ai loro occhi ostile». Per il parlamentare eletto nel Pdl c’è poco da stupirsi: «Che anche in Rai adottino lo stesso metodo è cosa risaputa e non inedita. Vedrà che questo sfogo a Lucia lo faranno pagare. A sinistra non perdonano la mancanza di omertà. La resa dei conti non doveva finire sui giornali, in questo lei, secondo la loro triste logica, li ha traditi».
Passando dalle beghe interne ai fatti del piccolo schermo, ieri Ballarò ha chiuso con ascolti record e un picco del 31 per cento di share. Impresa non impossibile tenendo presente che aveva come rivali due fiction mediocri: la terza serie del Commissario Rex su Raiuno e un tv-movie strappalacrime Miracolo a novembre. Prevedibile che lo spettatore preferisse l’arena di Giovanni Floris, decisamente più imprevedibile. Per capire l’orientamento di certe trasmissioni bisognerebbe raccontare il dopo. Emblematico il parterre al brindisi finale. In testa Ruffini, in quota Pd. Poi Nino Rizzo Nervo, membro del Cda in quota Pd. Quindi il presidente della Rai Paolo Garimberti (guarda caso in quota Pd). «Sono contento – ha detto il presidente – che questo sia un arrivederci e non un addio. Ballarò è una trasmissione veramente di servizio pubblico e in tutto questo tempo vi siete conquistati una posizione che sintetizzerei così: molti vi temono ma tutti vi rispettano. E questo è buon giornalismo». Lucia è d’accordo?