«In Egitto occorre calma: le elezioni sono vicine»

Piazza Tahrir da due giorni è di nuovo in subbuglio. Ma stavolta – deposto Hosni Mubarak – lo scenario non sembra essere così chiaro: da un parte c’è chi tuona contro il consiglio militare reggente (reo di aver arrestato alcuni parenti dei manifestanti uccisi il 25 gennaio nei pressi di un teatro) che avrebbe acceso la scintilla, dall’altra il governo denuncia la «provocazione» di chi vuole «colpire la stabilità del paese». Il bilancio in ogni caso è pesante: più di mille manifestanti feriti negli scontri con le forze di sicurezza, mentre tra di loro spicca in piazza la presenza di ben tre candidati alle presidenziali. L’Egitto, a quattro mesi dalla “primavera araba”, è tutt’altro che stabilizzato. I contorni stessi della nuova protesta preoccupano perché «a fronte delle legittime richieste di libertà ci può essere chi cerca di strumentalizzare la piazza». La pensa così Franco Frattini, ministro degli Esteri, che anche per questo motivo continua a seguire l’evoluzione della situazione egiziana con attenzione.  

Ministro, che cosa sta avvenendo in Egitto?

Sono molto preoccupato per quanto sta succedendo: c’è la possibilità che emergano movimenti controrivoluzionari e che questi comincino a insediare i risultati di questa rivoluzione.

Forse una parte della piazza ha molta fretta…

Da un lato ci sono le legittime aspettative di avere le elezioni in tempi rapidi ma dall’altro la transizione verso la piena democrazia ha i suoi tempi. Quando si comincia a incitare la piazza fomentando contro questo governo, che ha già detto che lascerà il potere, vedo i tentativi di annacquare i risultati positivi e di far ventilare l’ipotesi che questa rivoluzione ha portato l’instabilità piuttosto che la democrazia. E ciò potrebbe influenzare molto negativamente il cammino dell’Egitto. Per questo il primo ministro ha il dovere di tenere la barra del governo e con lui la giunta provvisoria affinché si arrivi sia alle elezioni del governo che a quelle presidenziali.

Pensa che sia diversa la conformazione della protesta di piazza di questi giorni?

Dico che c’è un pericolo di provocazione che è già da qualche tempo che si vede all’opera: ad esempio dietro agli scontri tra cristiani copti e musulmani probabilmente c’è una mano dietro che aveva interesse a dimostrare che durante un governo non democratico c’era più pace che adesso. Questi sono messaggi molto pericolosi.

Che cosa dovrebbero fare davanti alle proteste?

Occorre, a proposito dei manifestanti, che si capisca chi sono: distinguere cioè le domande sincere di libertà da altro. Questo perché con un clima di crisi permenente si rischia di favorire il fondamentalismo: e il grande pericolo è che proprio questo approfitti del momento per proporsi come il restauratore dell’ordine, ma in chiave islamista.

Certo fa riflettere però come si stia andando avanti a suon di divieti e di scontri…

Bisogna evitare di cedere ancora nelle possibili provocazioni. Sarebbe giusto allora che le forze di sicurezza si astenessero dalle violenze contro chi protesta, perché alla lunga ricadremmo negli stessi errori del regime appena sconfitto.

Le elezioni di settembre sono l’appuntamento più importante per questo Paese. Eppure le incognite non mancano.

Vero. Un’incognità è se vi sarà il tempo per la formazione di partiti politici in grado di competere. Se, ad esempio, ci saranno quaranta partiti accadrà che solo i Fratelli musulmani ne usciranno rafforzati: sarà una competizione fittizia. Dobbiamo fare in modo quindi che le forze politiche abbiano il tempo di organizzarsi: per questo il rinvio da luglio a settembre è stato importante. La seconda incognita è come il governo che uscirà dalle elezioni condurrà a quelle presidenziali. Da parte mia penso infatti che Egitto abbia bisogno adesso di un presidente autorevole.

I processi di democratizzazione sono complessi.

Ci vuole tempo. E ci vuole che il governo di transizione prosegua negli impegni presi andando senza interruzione verso la democrazia: che nessuno quindi pensi in qualche modo di rinsaldare lo status quo. Quello per la rivoluzione sarebbe uno stop inaccettabile. Ma in questo senso le dichiarazioni del governo sono positive.

La comunità internazionale, durante l’ultimo G8, ha deciso di sostenere l’Egitto: vi fidate degli interlocutori?

Noi abbiamo avuto un’impressione positiva. Loro hanno chiesto dei consigli e hanno anche chiesto un aiuto economico che non è assistenzialista: questo ci è piaciuto e da parte nostra dobbiamo continuare a sostenere il rilancio dell’economia egiziana. Perché la rivoluzione deve portare sviluppo e prosperità sennò questi giovani avranno paura. Sì, il rischio è la disillusione: che potrebbe portare con sé conseguenze disastrose.

C’è chi sostiene che deposto un Mubarak se ne può fare un altro. Lei che cosa ne pensa?

Dobbiamo avere al contrario la convinzione che sia possibile una leadership veramente democratica con un progetto pluralista: però, per questo, occorre un presidente molto rappresentativo che sia in grado di guidare con decisione il momento. Non deve essere paternalista ma aperto al cambiamento. Perché davanti a sé ha un paese dove ancora oggi il 40%  della popolazione vive con due dollari al giorno: e ciò non è più accettabile.