Il Pd si affida alle profezie autoavveranti

A metà strada tra il sogno e il teorema. Due sono le frasi pronunciate con insistenza da Pier Luigi Bersani nelle ultime ore: «La Lega si smarchi» e «Berlusconi si dimetta». Il leader del Pd, all’indomani del risultato referendario (ma anche prima del voto) continua a gettare sul tavolo da gioco le stesse carte, a mo’ di tormentone, quasi a voler allontanare i fantasmi, le paure che il centrodestra ritrovi all’improvviso se stesso e che finisca l’illusione ottica referendaria. Si esercita percuò nelle cosiddette “profezie autoavveranti”, quelle che – per il solo fatto di essere state pronunciate – fanno realizzare l’avvenimento presunto o atteso, confermando in tal modo la propria veridicità. Secondo il sociologo americano William Thomas, autore dell’omonimo teorema, infatti, «se gli uomini definiscono certe situazioni come reali, esse sono reali nelle loro conseguenze». Il ragionamento è tutto teorico. Bersani lancia irreali aut aut al governo, non si avventura nel confezionare controproposte, brinda con i “sì” usciti dalle urne, poi torna con i piedi per terra, perché al di là delle “profezie autoavveranti” c’è un Pd che è lacerato dalle divisioni e c’è un Antonio Di Pietro che si allontana dalla strategia finora adottata da tutta l’opposizione in chiave anti-Cav.
Il leader dell’Italia dei valori, infatti, non ci sta a tirare le somme sulla base del  teorema caro a Bersani. La sua, almeno in questo caso, è una voce fuori dal coro: «Chiedere le dimissioni di Berlusconi in nome dei risultati referendari – afferma – è una strumentalizzazione, perché sono andati a votare “sì” anche molti elettori del centrodestra». Una lettura dei fatti certamente corretta e non perché anche l’ex pm non pensi come gli alleati che «il Parlamento non rispecchia più il Paese», ma perché dice di volersi proporre «come alternativa a Berlusconi non in ralazione all’esito del referendum, ma per la sua malapolitica». Ragionamento che, tradotto in termini concreti, chiede una sorta di cambio di rotta. Il tutto è dettato da una paura, quella che strategie alla Bersani potrebbero persino portare a una sorta di crisi pilotata, con una transizione lenta, durante la quale non ci sarebbe più l’antiberlusconismo a fare da collante e si vanificherebbe la tattica dei singoli partiti dell’opposizione. Meglio se a questi scenari si arriva una volta che l’Idv, come è successo nelle amministrative di Napoli, sia cresciuta all’interno della coalizione e abbia assunto la capacità di rispondere con uno sberleffo ai discorsi del segretario del Pd sulla primogenitura nella scelta del leader del centrosinistra. Non a caso, Nichi Vendola lo capisce e corre ai ripari sposando in pieno la posizione dei democratici: «Il Paese ha mandato un segnale chiaro» e il governo deve liberare il campo, «per consentire, con il voto anticipato, di tornare a respirare». Nessun tempo supplementare a beneficio di Di Pietro, in sostanza. A Milano, con Pisapia, è andata bene e niente fa pensare che l’esperimento vendoliano non possa ripetersi. Dopotutto già in Puglia, alle primarie, il leader di Sel ha dato una bella lezione a Massimo D’Alema e a tutto il Pd.
Bersani, dunque, accarezza con i suoi l’idea di dare una spallata extraparlametare al governo, ma sa che le possibilità sono ridotte al lumicino. Non sono d’accordo nemmeno i partiti della sua coalizione. E questo perché, fa rilevare il capogruppo del Pdl alla Camera Fabrizio Cicchitto, «il risultato uscito dalle urne, come del resto ammette anche Di Pietro, non è un voto politico». Per il parlamentare del Pdl, se c’è ««la maggioranza lo dicono le elezioni, non i referendum che sono un’altra cosa». E la Lega? Nessuna fronda, «contribuirà  – sostiene Cicchitto –  alle politiche che porteremo avanti, visti i rapporti che esistono tra di noi».
E, allora, Bersani di cosa va parlando? Si fa sponsor delle “profezie autoavveranti” e poi, come fanno i cinesi, si siede sulla riva del fiume aspettando che passi il cadavere. Ma dovrà attendere a lungo. Improvvisa un mestiere che di questi tempi ha molti strateghi. Gli italiani non ci cascano più. Ogni giorno sono sommersi da una sequela di previsioni: catastrofiche, quando bisogna puntare al ribasso; ottimistiche, quando invece si vuole far pensare che il futuro è rosa. I risultati sono quelli che in economia si chiamano effetti annuncio, sui quali anche Berlusconi ha puntato a più riprese, ma che oggi esercitano un fascino molto diverso rispetto a quanto avveniva un tempo. Del resto lo stesso Di Pietro non fa che denunciare possibili attacchi delegittimanti nei confronti dei magistrati, sperando che a furia di gridare “al lupo”, alla fine gli italiani finiscano per crederci. E Berlusconi, fa la stessa cosa sull’altro versante. I magistrati mi fanno ogni giorno una guerra mortale. Ergo, non sono credibili. E che dire della sequela di previsioni sulla disoccupazione. Il catastrofismo impera, tranne poi scoprire che le cose vanno, almeno in Italia, meglio di come non si pensi. Tutti, in sostanza, giocano a fare le “profezie autoavveranti”. Bersani arriva buon ultimo: non potendosi fare forte dei fatti concreti si aggrappa ai desideri e spera che i destinatari di questo messaggio, vale a dire tutti i nostri connazionali, adottino, per il solo fatto di essere stati raggiunti dalla sua previsione sulla crisi di governo, comportamenti involontari che concorrono a determinare l’evento preannunciato. Campa cavallo…