I sindaci: ora speriamo di non fare “acqua” coi conti…

Dopo i gavettoni in piazza per festeggiare lo stralcio della norma il giorno dopo la vittoria referendaria è già arrivato il momento di “risparmiare” sull’acqua. Perché se in strada c’è chi giosce, nei Comuni c’è chi adesso deve far di conto. E la cosa, a quanto sembra, non sarà per nulla facile. Già, i costi per mettere mano alla situazione disastrosa di tubature, acquedotti e falle sono molto alti: e adesso – come è evidente – i privati senza il ritorno economico fuggiranno dagli investimenti lasciando ai Comuni l’onere di trovare fondi o investitori. Il concetto lo ha spiegato con una punta di sconforto lo “sconfitto” per eccellenza di questa tornata, ossia l’ex ministro Andrea Ronchi il cui nome è sigillato nel decreto appena abrogato: «Il voto blocca le liberalizzazioni – ha spiegato al Corriere – della gestione dei servizi pubblici: acqua, rifiuti, metropolitane. Per far funzionare questi servizi ci vogliono 120 miliardi. Come faranno i comuni che sono senza un euro?». La domanda l’abbiamo girata ai diretti interessati. Che, come se non bastasse, dovranno fare i “conti” con la norma inserita nel decreto sviluppo sulle riscossioni coattive che ha stabilito «lo stop della riscossione di Equitalia» tanto che dovranno essere gli stessi Comuni adesso a dover effettuare la «riscossione spontanea delle loro entrare».

Latina: c’è chi ha detto “sì”
Iniziamo proprio con chi l’altroieri ha festeggiato. «Io ho votato tre sì e non ho ritirato la scheda sul quarto quesito». Giovanni Di Giorgi, sindaco di Latina, sulla liberalizzazione del servizio idrico ha sposato in pieno l’abrogazione del decreto Ronchi. «Qui a Latina la percentuale è stata alta e la cosa mi ha personalmente coinvolto anche se sono dell’idea che non esiste un valore politico. Detto ciò la quota pubblica è importante perché quello dell’acqua è un principio non negoziabile». Non avrà valore politico l’acqua, ma economico sì. «Certo, occorre capire bene che cosa si deciderà a livello di normativa. A Latina però l’Ato funzione bene, per cui il punto vero adesso è parlare di sviluppo: per questo ci sarà un’assemblea dove si discuterà non solo di acqua ma anche di trasporti dove siamo in servizio di proroga». A Latina, a differenza di altre realtà, le cose sembrano andare bene: «Noi con l’Ato4, che è una società mista, abbiamo fatto dei grossi investimenti, l’ultimo dei quali è il depuratore a mare che è un’opera strutturale per il turismo». Se da questo versante le cose vanno nel verso giusto, c’è un aspetto però che preoccupa il primo cittadino pontino: la revisione della riscossione. «Ci pone dei problemi non poter più riscuotere con la stessa facilità le somme che vanno sotto i duemila euro. Per cui dobbiamo capire come compensare: quando andremo fare il bilancio, capiremo se ci sarà stata sperequazione».

Catania: c’è chi ha detto no
Di umore diverso, e di opinione diversa, è invece il sindaco di Catania Raffaele Stancanelli che a che fare con una situazione complessa fin dalla sua investitura. «Mi sono espresso con un “no” sull’acqua perché conosco che cosa significa una “certa” gestione pubblica». Appena insediato Stancanelli si è trovato a dover fare fronte «a un disastro tanto dal punto di vista finanziario che strutturale. Tra cui, evidentemente, le partecipate dell’acqua». Con la bocciatura del decreto «ci troveremo a dover fare a meno del privato per intervenire in impianti che a Catania fanno letteralmente “acqua” da tutte le parti. Certo, valuteremo che cosa si può fare: ma di certo risorse pubbliche non ne abbiamo». Assieme a questo, poi, l’approvazione del decreto sviluppo nella parte che contempla la riforma delle riscossioni non è la buona notizia che al Sud si aspettavano. «Noi, nel Mezzogiorno, dobbiamo già far fronte a un’evasione massiccia. Anche se, con le misure adottate fino ad ora, un certo recupero c’è stato». Adesso invece, «questa norma che è voluta per allentare la morsa del fisco non ci aiuterà di certo: io sono partito con una situazione che vedeva il comune in ginocchio con un miliardo di debiti, ho cercato di risanare, di chiudere alle consulenze esterne, agli incarichi inutili con dei buoni risultati. Ma più di questo non possiamo fare…».

«Noi? Nell’occhio del ciclone»
Apertamente contrario al responso del quorum anche Michele Traversa, neosindaco di Catanzaro. «Io non ho proprio votato, perché ho contestato il motivo del referendum». Un’avversione che, nel caso di Traversa, viene da lontano: «Già da presidente della Provincia ho potuto vedere che tipo di carrozzone siano questi consorzi come l’Ato. Ce ne siamo accorti anche con la raccolta dei rifiuti: servono soltanto come ufficio di collocamento. Non è un caso che tutte le municipalizzate sono sull’orlo del fallimento, piene come sono di debiti». Davanti a questa situazione insomma «scegliere il pubblico per gestire il problema è un’assurdità, perché i suoi meccanismi restano quelli del sistema politico». A Catanzaro la situazione attuale vede un sistema misto per la gestione dell’acqua: «Infatti ci troviamo in una confusione enorme. Abbiamo eredidato una gestione assurda, non a caso qui si rischia il tracollo». Capitolo investimenti. «Non è possibile investire, per un semplice motivo: come si fa se paghiamo per 21 milioni di metri cubi di acqua e ne fatturiamo sette? Come facciamo se paghiamo tre volte quello che fatturiamo?». Tutto ciò è il prodotto di ciò che ci si trova davanti: «Dispersione, allacci abusivi e disfunzioni». Insomma, tra «mancati trasferimenti, patti di stabilità e riscossioni che si prospettano più difficili i comuni italiani sono gli enti che si trovano più di tutti nell’occhio del ciclone».

«Il guaio? Lo status quo»
Se nei grossi centri la situazione è (tranne qualche eccezione) critica altrove potrebbe peggiorare. Lo sa bene Simone Angelosante, ex sindaco e attuale assessore al comune abruzzese di Ovindoli che è stato presidente Ente d’ambito della Marsica, la struttura che racchiude diversi comuni e che è stata la prima in Italia a procedere agli affidamenti in house: «La mia è stata astensione “attiva” perché ritenevo le questioni pretestuose in un contesto poi di disinformazione: una su tutte la vulgata sulla privatizzazione dell’acqua». Il problema vero è un altro: «Che queste società sono gestite pressoché dappertutto come Spa pubbliche solo che i controllori, ossia i sindaci, sono gli stessi “controllati”: una situazione paradossale quanto una casa». Situazione che i refendari non hanno voluto cambiare. «E infatti non cambierà nulla, resterà un servizio mediocre perché strutturalmente queste società pubbliche se non possono essere nemmeno in parte privatizzate resteranno così, in mano alle quote politiche». Cosa ci dobbiamo aspettare? «Di certo nessun incremento. Abbiamo chiuso la possibilità di investimenti di capitali veri». E i comuni? «Con i vari patti di stabilità che impongono di non investire, figuriamoci se riescono a farlo adesso». Previsione nera insomma. «Sì, resteranno società pubbliche con funzione di ammortizzatori sociali. E pensare che i privati non avrebbero nemmeno alzato i prezzi, perché avrebbero tagliato il personale in sovrabbondanza. Ma più di tutto non capisco l’atteggiamento della sinistra che ha sconfessato una giusta riforma che è partita proprio da lei».