Esami, un rito di passaggio tra Fermi e Warhol

Incontro giorni fa il professor Peppino Salmeri, mio vicino di casa, che il prossimo anno andrà in pensione, e mi fa: «Stai coccolando i figli in vista della maturità?». Sospiro di sollievo: no, manca ancora qualche anno. Eppure di questo rito di passaggio ansiogeno e emotivamente scorretto resterà negli annali di inizio del terzo millennio la cura esagerata dei familiari nei confronti dei pargoli sotto stress, costretti a districarsi tra manuali e integratori, carne rossa e frutta per rilassare i nervi. E chissà a quale zelante funzionario del ministero sarà venuto in mente di sciorinare ai diciottenni italiani il “saggio breve” (un componimento che non è né un tema né un articolo ma una roba a metà strada…) sul cibo. Una modalità per riportare i maturandi sul terreno delle piccole cose familiari, orientandosi tra le mozzarelle blu, il batterio killer e gli happy meal di McDonald’s per dire che no, non siamo quel che mangiamo. Magari siamo il modo in cui mangiamo, frettolosi e distratti, asserviti al supersapore globale (molto sale e un’anticchia di zucchero in ogni prodotto confezionato) e magari le mamme sarebbero state le più adatte a vantare le doti dei surgelati, prodotto miracoloso che aiuta a sbrogliare la matassa della conciliazioni dei tempi (quello di cura e quello lavorativo).
E però i maturandi hanno preso sul serio lo slow and fast food, optando  in massa per il menu pollo e patatine insieme alla traccia più facile (da sempre), quella del tema di ordine generale. La fama (partendo da una citazione di Andy Warhol) effimera quanto si vuole ma foriera di degna gratificazione sociale anche in tempi di precariato diffuso, nei tempi dei reality e di facebook. Qui gli “allievi” si sono mossi nel loro mare, nel liquido amniotico dei social media cui affidano da anni pensierini, pose, maschere, aspirazioni, parolacce, sentimenti sincopati, cuoricini e faccette. La fama per quindici minuti spiegata in sei ore di tempo per elaborare il componimento. La fama nei tempi liquidi dei talent show, disprezzati da chi ancora legge Kerouac (per fortuna ce n’è in giro qualche esemplare) e gustati da chi non legge per niente. La fama ai tempi delle Olgettine, delle veline, delle letterine, quando fare come fanno tutte ti consegna più che altro all’anonimato del gregge. E chissà «che pensieri soavi, che speranze, che cori» dovranno digerire adesso i correttori armati di un canone grammaticale ormai dismesso, alle prese con l’esercito dei forzati della maturità.
C’erano anche tracce più ambiziose: una poesia dell’ermetico Ungaretti e poi l’amore/odio letterario, quello eternizzato dalle iperboli dannunziane e dalla prosa angosciata di Italo Svevo. «E precipitarono nella morte avvinti…». Ma certo le parole colpiscono meno, in una società visiva come la nostra, rispetto all’immagine de Il bacio di Klimt, stampata su agendine e t-shirt, famosa e dunque interiorizzata certo di più del personaggio della Lupa scaturito dalla penna verista e tragica di Giovanni Verga. Qualcuno si sarà cimentato, certo, ma come pretendere che si comprendano gli esercizi di stile in un mondo che della perdita di stile ha fatto la sua cifra e la sua essenza? Sempre meglio, in ogni caso, che parlare dell’attualità di Enrico Fermi.
Ottimista, davvero, la scelta di scandagliare destra e sinistra fornendo in appoggio una citazione di Marcello Veneziani e una di Norberto Bobbio. Il primo favorevole a identificare la destra nella triade Dio-Patria-Famiglia. Il secondo incline e vedere nel concetto di uguaglianza il discrimine tra l’una e l’altra frontiera. Certo guardando all’attualità, con una destra ormai incarnata dal berlusconismo e una sinistra disancorata dai suoi sommi padri, la pretesa deve essere sembrata agli alunni una sorta di dispetto, laddove il candidato, per essere fedele al suo tempo, avrebbe dovuto confessare l’assoluta confusione normativa che le due abusate categorie propongono alla coscienza collettiva. A meno che non si voglia semplificare sulla scia di giovani registi alla Virzì, per cui le periferie degradate guardano alla destra di popolo e aclassista e i salotti altoborghesi alla sinistra libertaria.
E infine lo scoglio degli anni Settanta, desunti da una citazione di Hobsbawm. Che fare? Dire delle collane etniche e dei pantaloni a campana o dire degli ammazzamenti e delle guerre territoriali tra rossi e neri? Dire di Alto gradimento alla radio o dire del femminismo barricadero? Dire del divorzio e dell’aborto o dire degli Indiani metropolitani? O sbuffare sulla propria (giustificata) ignoranza? Eppure c’era un venticello di anticonformismo negli anni Settanta che andrebbe riscoperto in barba alle tentazioni nostalgiche. Le narrazioni ideologiche sono rottami inservibili ma almeno guardare al mondo con la voglia di cambiarlo… questo è il dato che non si può buttare via. Le risposte soffiano nel vento della storia e la storia ci dà la possibilità di fecondi interrogativi. Peccato la si incontri quasi sempre fuori dalle aule scolastiche, quando riaccendi il cellulare e ti ricordi che nei Settanta c’era il telefono a gettoni. Ma i giovani sognavano lo stesso, sogni archetipici di rivoluzione, sogni impossibili di rivoluzione. E il sistema era sempre quello – brutto, sporco e cattivo – contro cui gridare il proprio grido di battaglia. Ma poi si va fuori tema. E i professori sono una razza conformista per natura. E gli studenti non hanno rischiato.