Come si vince la guerra delle parole: ecco le tecniche…

Bisogna riconoscerlo. Gli strateghi della disinformazione sono riusciti sempre a spuntarla, almeno nel dibattito quotidiano, in qualunque stagione politica. Salvo poi finire surclassati dai corsi storici. Anche oggi l’offensiva viene scatenata e combattuta a livello politico e sul fronte dei media con l’obiettivo di fornire una verità preconfezionata, a uso e consumo del centrosinistra. È la famosa “guerra delle parole”, contro cui già negli anni Settanta si scagliava Giorgio Almirante, paventando quello che poi effettivamente è successo nei decenni successivi. Il Pci e i satelliti di allora si ponevano come rivoluzionari (specie sotto il profilo culturale) e come portatori di un sogno, calamitando per questo le simpatie di una parte consistente di opinione pubblica. Nel mirino, come “nemici” erano i cosiddetti reazionari, tutti quelli che si opponevano all’egemonia della sinistra. Quella battaglia, almeno nell’immediato, fu vinta dal Pci anche se poi la storia ha cambiato i rapporti di forza: con il crollo del muro di Berlino, infatti, fu chiaro a tutti che il sogno si era rivelato un incubo e che il martellamento mediatico aveva costruito verità tanto imbarazzanti quanto scomode.
Oggi i condizionamenti ideologici sono meno forti di allora, identica è la guerra delle parole. Sono cambiati direttori, orchestrali e perfino gli argomenti alla base della contesa, ma la tecnica mediatica è sempre la stessa. La politica si fa con il vocabolario in mano, sinonimi e contrari. Così, se nel Pdl si discute, a detta di Repubblica e Fatto quotidiano siamo in presenza della «balcanizzazione» del partito, mentre se la stessa cosa succede nel centrosinistra assistiamo «a un dibattito interno costruttivo». Il termometro è pressoché uguale quando non ci sono contrasti e si avanti senza strappi: l’accordo nel Pdl è considerato “unanimismo”, raggiunto grazie alla predominante presenza di Berlusconi sui vertici “signorsì”. Se invece il Pd, Di Pietro e Vendola raggiungono l’intesa, possiamo inchinarci a una magnifica sintesi. E che dire della solidarietà, che si trasforma subito in complicità, o dei sostegni, che si tramutano in connivenze. Nulla di nuovo, verrebbe da dire. I piemontesi, già centocinquant’anni fa sono riusciti a legare l’aggettivo “borbonico” con il significato di inefficiente e arretrato quando era evidente che si trattava di una forzatura. Una lettura molto limitata visto che proprio nel Sud, all’epoca dei Borboni, venne realizzata la prima ferrovia italiana e c’erano punte di eccellenza.
Oggi la tecnica è più fine. La guerra viene sempre combattuta con la retorica e con i mezzi di informazione, ma non certo per favorire il monarca di turno. In questi anni, ad esempio, il bersaglio preferito è Silvio Berlusconi. Da tre anni, secondo l’intellighentia, non fa che inanellare gaffe: quando racconta barzellette, incontra Bush e la Merkel o persino quando appoggia la mano sul braccio di Juan Carlos di Spagna durante la celebrazione del 2 giugno. Un piccolo strappo alla tradizione diventa un “incidente internazionale”, uno dei tanti infortuni del Cavaliere che ha perso un’ulteriore occasione per rispettare l’etichetta. Un ulteriore esempio del progressivo deterioramento del confronto politico-culturale in questo Paese. Il dibattito è in crisi e al ragionamento viene preferita la sopraffazione. Ne è riprova il triste spettacolo che viene offerto dai talk-show più popolari: la frase a effetto, la smorfia e la parola urlata, col fine esclusivo di attrarre il consenso degli spettatori a scapito di qualsiasi contenuto informativo. Ogni argomento è buono, compreso lo stravolgimento del significato delle parole. Usando un aggettivo invece di un altro si cambia il senso della frase e si mistifica il tutto senza la necessità di mentire.
Il fenomeno non è solo italiano anche sa da noi, negli ultimi anni, si sta raggiungendo addirittura il ridicolo con l’antiberlusconismo che sembra diventata una religione buona per tutte le stagioni e l’analisi dei fatti una comoda banalità. L’importante è mettere sempre e comunque il presidente del Consiglio sotto assedio. Anche negli Stati Uniti avrebbero avuto difficoltà a osare così tanto. Eppure lì la sanno sicuramente lunga. La stessa amministrazione Obama, impegnata nella battaglia sul piano di stimolo dell’economia, non si è fatta scrupolo di mettere in piedi un’offensiva mediatica per spostare il problema dalle aule del Congresso alle telecamere delle tv e ai siti Internet. Alcuni hanno parlato di guerra per il controllo delle menti degli americani, pur non essendo gli Usa guidati da uno di quei regimi antipopolari a cui la manipolazione è particolarmente cara.
Gli esempi di come si capovolgono strategie e obiettivi, a seconda di come vengono impostati i discorsi, è fornita anche da un’analisi effettuata nei giorni scorsi dall’Economist, secondo cui l’Italia è fuori dalla crisi economica grazie alla disciplina Tremonti, «che ha frenato gli istinti populisti del suo capo Berlusconi e imposto la disciplina fiscale». In sostanza, per non dire che il governo ha agito bene e che ha consentito all’Italia «di sottrarsi alla crisi dell’Eurozona» (un merito che alla fine sarebbe stato un fiore all’occhiello del Cavaliere), in ossequio all’antiberlusconismo ha trovato il modo per un distinguo, attribuendo il merito esclusivamente al ministro dell’Economia.
Ma per lo stesso settimanale ora, dopo le elezioni, è chiaro che Berlusconi vuole cambiare registro in materia fiscale. I suoi istinti populisti potrebbero pertanto tornare a galla e determinare un’inversione di tendenza. Ecco che la stessa politica del governo, di cui il presidente del Consiglio è il primo responsabile, viene utilizzata secondo le logiche della dottrina di parte. La stessa norma, dunque, può essere buona se attribuita a Tremonti, diventa pessima e pericolosa se invece la paternità è attribuita a Berlusconi. Va bene che Re Mida tramutava in oro quello che toccava, ma il premier non è un Re Mida al contrario. Qualcosa di buono l’avrà pure fatta. Checché ne dica la disinformazione.