Cgil, è lite in famiglia: Fiom e la Camusso sul ring

Svegliatevi, sono lontane le immagini dei film in bianco e nero con gli operai in lotta contro il “padrone”, pugni chiusi e bandiere rosse, slogan e blocchi stradali. Sono altrettanto lontani i tempi in cui il “partito” era una sorta di blocco sacro, al cui altare si alternavano i vari Peppone in eterna sfida con i Don Camillo di turno. La lotta di classe è un concetto arcaico, di cui si sono perse (per fortuna) le tracce, tranne in alcuni settori del sindacato, e cioè nei settori nostalgici, che “resistono, resistono, resistono”. I rapporti tra imprenditori e lavoratori stanno cambiando, a piccoli passi ma significativi. Ieri è partito il confronto sui contratti, due ore di negoziato, con un cambio di rotta.
Si è detta ottimista la Confindustria, e così pure l’Ugl, la Cisl, la Uil e persino Susanna Camusso che ora parla di «accordo possibile». La data del 22 gennaio del 2009 appare come un ricordo lontano. Allora la Cgil, dopo aver abbandonato il tavolo, lasciò alle altre organizzazioni sindacali il compito di trovare un’intesa e di sottoscriverla: oggi sembra orientata a condividerne le responsabilità, anche se la leader non se la sente di sposare la previsione di Emma Marcegaglia su una possibile chiusura del negoziato già martedì prossimo. «Gli accordi – ha sottolineato la sindacalista, forse per mantenere l’immagine della donna ferrea che non cede a compromessi –  vengono quando sono pronti, non perché si decide una data». I dogmi ideologici della Cgil, infatti, restano. Tanto che Giorgio Cremaschi, leader della Fiom, di fronte alle aperture emerse ieri, ha già messo le mani avanti affermando che «la Cgil non può e non deve firmare nulla». E demandando ogni possibile chiarimento al direttivo della Confederazione in calendario per lunedì.
Carlo Azeglio Ciampi, grande regista dell’intesa del ’93, ha lanciato l’appello per chiedere «ritorno allo spirito di condivisione di grandi obiettivi e di responsabilità», senza pregiudiziali e preclusioni? Cremaschi gli risponde picche. «Non è più tempo – afferma – di accordi come quello che per 19 anni ha falcidiato il salario dei lavoratori». Non è tempo adesso e, per la Cgil, non lo era neppure allora. Tanto che Bruno Trentin, di fronte alla difficoltà in cui si trovava il Paese, decise di firmare ma il mattino dopo si dimise da segretario.
Al di là dei sorrisi di facciata, molte differenze di fondo permangono, soprattutto sul tema della rappresentatività, molto caro alla Camusso. Giovanni Centrella, il leader dell’Ugl, prova a guardare le cose con un minimo di realismo e rileva che «si sta ragionando per raggiungere in tempi brevi un’intesa che valga per tutti». Al momento, in sostanza, nulla di scontato. Anche se «la calendarizzazione di un nuovo incontro per martedì prossimo – afferma – dimostra che c’è la volontà di trovare soluzioni condivise e veloci» per aprire una nuova stagione nelle relazioni sindacali e industriali, meno conflittuale e meno votata alle preclusioni ideologiche di Corso d’Italia. Una speranza, autorizzata dal fatto che, secondo Luigi Angeletti, «le distanze si sono sensibilmente ridotte al punto di prefigurare accordi condivisi» e che per Raffaele Bonanni l’ottimismo in questo caso è d’obbligo. «In un momento come questo – sostiene –  le relazioni industriali sono il carburante di un’Italia che vuole cambiare e di un’economia che ha bisogno di sostegno».
Pongono problemi di competitività e di occupazione soprattutto quelle regole che ingessano il mercato del lavoro e creano le premesse per una aristocrazia garantita che, di fatto, favorisce l’immobilità e porta al precariato. Il mondo è cambiato ma un parte delle nostre organizzazioni sindacali pretende di adottare oggi, nell’era della globalizzazione, gli stessi comportamenti che metteva in campo quando il confronto tra le aziende si svolgeva nel cortile di casa nostra e si risolveva spesso in una svalutazione competitiva della nostra moneta. La Cgil, in particolare, non ha capito che la contrapposizione di classe è un residuato storico. E la Fiom, organizzazione di categoria di punta a Corso d’Italia, pretende di insegnarci ancora oggi che il datore di lavoro è il padrone e pertanto il nemico. Senza capire che quando un’impresa chiude ci rimettono tutti e che quando si è in barca e arriva il temporale conviene remare tutti insieme per approdare sotto costa. In caso contrario si rischia il naufragio e si finisce a bagno tutti, nessuno escluso.
Fa scuola quanto è successo in Fiat. L’azienda ha promosso investimenti importanti chiedendo come contropartita a lavoratori e sindacati contratti aziendali più attenti ai bisogni produttivi. Ugl, Cisl, Uil e Fismic hanno risposto sì, la Fiom si è opposta. Si sono fatti i referendum tra i lavoratori ed è passata la aziendale, ma la Cgil ha fatto finta di nulla. Com’è successo anche in occasione del rinnovo del contratto di lavoro dei metalmeccanici (2009), sottoscritto dalle stesse sigle sindacali, ma non da Corso d’Italia, sono partiti i ricorsi giudiziari: una valanga che continua ad abbattersi su Pomigliano, Mirafiori e l’intero Lingotto, creando problemi, tanto che Marchionne potrebbe essere tentato di affrontare abbandonando l’Italia. Eppure la maggioranza dei lavoratori, appositamente consultata, ha accettato le novità relative alla cetegoria, mentre il modello contrattuale di base non è molto diverso da quello che governa il panorama delle attività produttive del Paese, accettato da tutti tranne che da Cremaschi.
Dove sta il problema? Nel fatto che la Fiom è più politicizzata del resto della Cgil. E che la stessa Cgil è più politicizzata di Ugl, Cisl e Uil. Non a caso in passato, ai tempi del Pci, si parlava di cinghia di trasmissione tra il partito e i lavoratori. Poi c’è anche l’enorme cortina fumogena che avvolge il mondo della rappresentatività delle organizzazioni sindacali e infine c’è anche la presunzione della Fiom di potersi sottrarre ai vincoli del referendum con la scusa che – a suo giudizio – i lavoratori della Fiat hanno detto sì all’intesa per Pomigliano e Mirafiori perché “ricattati” sulla perdita del posto di lavoro. Bisognerà essere in grado di sciogliere l’insieme di questi nodi perché, in caso contrario, il giorno successivo alla sottoscrizione di una possibile intesa sulle relazioni industriali ci troveremo ancora a discutere. Bisognerà capire, perciò, chi rappresenta chi. E una volta trovate le regole essere in grado di farle rispettare. La guerra permanente portata avanti in questi anni dalla Cgil attraverso i giudici può lasciare soltanto macerie.