Cercasi Fassino disperatamente

Non se la passa male male come De Magistris a Napoli ma anche lui ha i suoi bei grattacapi alle prese con Torino. Non c’è l’immondizia per strada ma il terreno è ugualmente scivoloso: parliamo del tormentone No Tav (tornato alla ribalta delle cronache per l’apertura dei cantieri della Maddalena di Chiomonte) e del destino degli stabilimenti Fiat di Mirafiori ed ex Bertone. Sono le due incognite che mai come in queste ore gravano sul capoluogo sabaudo, sul suo sviluppo, sul suo futuro. Senza la Fiat Torino non sarebbe più la stessa, senza l’Alta velocità sarebbe tagliata fuori dall’Europa nel giro di qualche anno: considerazioni banali ma vere, che il sindaco-grissino conosce bene, talmente bene da non riuscire ad alzare un dito. Se la sinistra dura e pura (dall’ex Prc ai movimenti) in queste ore si sente tutta “valsusina”  e la Fiom è pronta a dare filo da torcere pure alla Cgil alle prese con il tavolo delle relazion industriali (se dovesse piegarsi al “padrone “confindustriale), Fassino che fa? Parla poco, ascolta molto e dorme pochissimo.
«Dimissioni, dimissioni», hanno ritmato un centinaio di No Tav radunati fuori da Palazzo di Città l’altro ieri. Lo stesso hanno fatto a Roma i militanti in trasferta assiepati davanti a Palazzo Chigi per chiedere il blocco dei cantieri a Chiomonte: mescolati tra gli slogan contro il ministro dell’Interno Maroni (colpevole di far rispettare l’ordine pubblico) anche alcuni cori contro Fassino. “Reo” , evidentemente, di aver tradito i movimenti che lo hanno votato sperando che si schierasse per il ritorno del treno a vapore. «Non hanno ancora capito che il Corridoio 5 si farà anche se a Chiomonte qualcuno non lo vuole. L’unica differenza è che seguirà un altro percorso, tagliando fuori Torino e isolandola», ha confidato il sindaco. Per il resto non parla. Lui, è questo il punto dolente, risponde con il silenzio, stretto com’è tra l’incudine (il movimento di piazza, per quanto minoritario) e il martello (lo sviluppo, che sarà pure da capitalisti ma è necessario). Da un uomo di sinistra tutto d’un pezzo come lui ci saremmo aspettati di trovarlo in mezzo al blocco stradale con un bel megafono in mano a placare gli animi, a rassicurare di persona sulla salute collettiva, sulle garanzie rispettate visto che, come ha dichiarato a La Stampa, si rifiuta di credere che nel 2011 non si sappia costruire una ferrovia sicura,  «discutiamo di come fare la Tav, ma discutere se farla non ha più senso». Escluso questo il compagno Piero giganteggia per assenza e per non avere una linea. L’unica azione che è riuscito a mettere in piedi è stata un’intervista al quotidiano di Torino per attaccare, anche se in modo soft, il governo per alcune misure contenute nella manovra finanziaria che metterebbe a rischio le compensazioni ai comuni della Valsusa interessati dalla Torino-Lione. «Spero si crei un fronte comune per scongiurarlo, altrimenti si pregiudicherebbe la realizzazione del progetto e si manderebbero in fumo sei anni di lavoro». Tra le righe si capisce solo che è favorevole all’avvio dei lavori ma teme nuove proteste e mette le mani avanti.