Caso Cecchin: se questa è informazione…

“Croci celtiche nei giardini di Cecchin”. Il richiamo occhieggia furbastro in prima pagina, con tanto di foto dimostrativa, in cui una bandiera rossa, con croce celtica nera in campo bianco, sventola vigorosa. E letto così, il titolo susciterebbe spontaneo una frase idiomatica romanesca e un po’ volgare, che significa un po’ “chi se ne importa”. Ecco, quel drappo sbattuto in prima pagina ieri dal Messaggero lascia con questa sensazione di scandalismo fine a se stesso. Né, andando ad approfondire la doppia paginata interna, con il tandem mortuario bipartisan Cecchin-Verbano, si ricava un’impressione migliore.

L’ossessione della celtica
È curioso – per usare un eufemismo – già il fatto che la notizia non sia più l’intitolazione di un giardinetto a un ragazzo di diciassette anni ucciso con inaudita ferocia per la sola colpa di esistere. La notizia non è neppure che una combriccola di intellettuali e politici più o meno in decadenza mascheri l’odio ideologico con l’ipocrisia dell’ecumenismo della memoria. No, quello che più conta sembra essere la croce celtica, eterno incubo dei commentatori frettolosi, per i quali quel simbolo resta una sorta di svastica edulcorata. Un simbolo da stadio, da violenti, da teppisti. Un richiamo nazista e razzista. Non c’è niente di vero, ovviamente. Com’è noto, infatti, la croce celtica viene utilizzata in senso politico per la prima volta da Jeune Europe, organizzazione transnazionale creata dal belga Jean Thiriart. Un’accolita di razzisti? Macché, fu il primo movimento che gettò uno sguardo interessato e scevro di pregiudizi sui mondi “altri” rispetto all’Europa. In Italia, il simbolo approdò negli anni ’70, quando la destra giovanile cercava di riassumere esteticamente il suo superamento del nostalgismo. Insomma, la celtica come alternativa al labaro funereo e al gagliardetto passatista. Ecco, questa fu l’origine dell’amore della destra europea per la croce celtica. E che dire, poi, della leggenda metropolitana che vorrebbe il simbolo “fuorilegge”? Anche qui siamo in piena distorsione della realtà: la legge Mancino, infatti, si limita a richiamare l’articolo 3 della legge 654/1975 di attuazione della delibera Onu contro la discriminazione razziale. Articolo che genericamente parla di simboli di organizzazioni razziste. Cosa che, lo abbiamo visto, la croce celtica non è mai stata.

Problemi di linguaggio
Perché non lasciare che i giovani militanti  decidano di ricordare Cecchin come meglio credono, allora? E se utilizzano il simbolo che Cecchin e altri ragazzi come lui portavano al collo dov’è il problema? Tanto più che – è lo stesso Messaggero a dirlo – i giovani militanti si sono tenuti a distanza dalla cerimonia istituzionale e solo in un secondo momento hanno dato vita («in silenzio», spiega l’articolo) a un loro picchetto. La risposta alle domande di cui sopra sta probabilmente in un certo doppiopesismo atavico, inestirpabile, evidenziato anche da alcune spie terminologiche interessanti. Nell’articolo sull’ennesima “svolta” nel caso Verbano, infatti, si parla di Stefano Cecchetti come di «un’altra vittima di quegli anni». Un’espressione che definire inopportuna e fuori luogo è dir poco: Cecchetti, infatti, fu ucciso da una macchina in corsa che sparò nel mucchio davanti a un bar considerato “un covo di fasci”. Aveva 19 anni, era solo un simpatizzante e fu una vittima non di un’epoca, di una stagione o dello spirito del tempo, ma dei “Compagni organizzati per il comunismo” che ne rivendicheranno l’uccisione.

Chi strumentalizza Verbano?
E sempre in tema di utilizzo linguistico spregiudicato di termini fuori luogo, lascia perplessa anche la frase in cui si parla del dossier di Valerio Verbano, in cui erano schedati «con cura tutti i principali esponenti della destra estrema», quando sappiamo che quella schedatura riguardava tutti gli esponenti della destra tout court. Il che, beninteso, non toglie un grammo di drammaticità e gravità all’ignobile assasinio del ragazzo. Ignobile, sì, ma tutt’altro che chiaro, purtroppo. Eppure, nonostante manchino sentenze, indagati, pentiti, nonostante la vicenda sia ancora completamente oscura, tutti danno per scontato che comunque l’omicida vada ricercato “a destra”. Sarà pure così, ma è un procedimento che fa a pugni con la logica quello che dà una conclusione per scontata e cerca poi riscontri per avvalorarla. Ancor più discutibile è questa continua strumentalizzazione di una vicenda tanto drammatica eppure continuamente utilizzata come “contraltare riparatorio” ogni volta che si ha a che fare con un caduto dell’altra parte. Il sottointeso un po’ viscido è: sì, c’erano i morti di destra. Ma c’erano anche quelli di sinistra. Quell’epoca era così, ogni tanto un giovane politicizzato moriva. C’era Cecchin, c’era Verbano, c’era Di Nella, c’era Rossi… C’erano gli opposti estremismi, i due fronti armati (e comunque un fronte, quello nero, era sempre più armato dell’altro). Ecco, il gioco è un po’ questo. Ma il caso Verbano vale veramente così poco da essere sfruttato per la par condicio cimiteriale? È giusto strumentalizzare il dolore di una madre con indagini strampalate e articoli furbetti? È corretto considerare ancora figli di un dio minore (nonostante i giardinetti) tutta una categoria di ragazzi uccisi come cani per la loro supposta criminalità ontologica? Sarebbe interessante chiederlo al Messaggero