Cara sinistra, giù le mani dal villaggio dei Puffi

Le librerie d’Oltralpe non hanno fatto in tempo a tirarlo fuori dagli scatoloni che già Nouvel Observateur, L’Express e France 24 passavano al setaccio Le Petit Livre Bleu (Editions Hors-Collection). Parliamo del pamphlet, pubblicato da una manciata di giorni e provocatorio sin dal titolo – il piccolo libro blu fa il verso a quello rosso di Mao – che Antoine Buéno ha appena dedicato agli Schtroumpfs. Proprio loro, i Puffi. L’autore, trentenne ricercatore dell’Institut d’Études Politiques di Parigi, vicino al leader centrista François Bayrou, punta il dito sulla società dei Puffi, facendone, come recita il sottotitolo, «l’analisi critica e politica». Il giudizio è spietato: «Un archetipo di utopia totalitaria, impregnata di stalinismo e nazismo». Fin qui,  niente di nuovo. Più volte, anche nel recente passato, gli gnometti azzurri – il Grande Puffo in testa, non fosse altro che per il suo berretto rosso e l’affinità di barbe con Marx – sono stati iscritti nel registro degli anticapitalisti più ortodossi. «Una comunità dove i beni sono controllati da una forma di autocrazia assolutamente dispotica», spiega il sociologo francese.
Il loro villaggio sarebbe un esempio da manuale di economia collettivizzata. Autarchici per eccellenza, censurano l’iniziativa privata e non sanno cosa sia un centro commerciale. Alti “tre mele”, i Puffi non indossano capi griffati ma sono tutti “vestiti” allo stesso modo: pantaloni e cappello bianco su pelle blu, con minimi accessori personali a indicarne l’identità attraverso il mestiere. Il che equivale, nel mondo globalizzato che si autoalimenta con i bisogni indotti, a una radicale forma di resistenza. Nell’occhio del mirino di Buéno, non a caso, c’è chi ha responsabilità intellettuali: se il Grande Puffo è una «figura autoritaria», Puffo Quattrocchi, il presunto ideologo del socialismo azzurro, viene liquidato come novello Trotsky.
«Il peggio – affonda però il colpo lo scrittore “futurista”, come si definisce – è che i Puffi sono razzisti: fanno apologia della razza ariana». La prova sembrerebbe inconfutabile: «L’unica puffetta è bionda e, nelle prime storie, quando i Puffi si ammalavano diventavano neri». Tacciato di antisemitismo, paradossalmente, è anche il loro nemico numero uno: lo stregone cattivo Gargamella. La pretesa di trasformare le sue prede – i Puffi, per l’appunto – in oro, ne farebbe la caricatura, perfetta quanto odiosa, del popolo ebreo. Non siete convinti? La conferma – argomenta Bueno – è data dal fatto che abbia chiamato il suo gatto Azrael (diventato Birba nella versione italiana).
Attenuanti generiche solo per il papà dei Puffi, il fumettista belga Pierre Culliford, in arte Peyo, peraltro scomparso nel 1992: «Può capitare – scrive Buéno – che un autore, per quanto in buona fede, si faccia messaggero di immagini che pure non condivide». Praticamente, per dirla con altre parole, non l’avrebbe fatto apposta. Una giustificazione debole, almeno a giudicare dalla reazione stizzita del figlio Thierry Culliford, titolare dello Studio Peyo, pronto a certificarne l’apoliticità, al punto da testimoniare come il genitore, a ogni scadenza elettorale, chiedesse alla moglie: «Per chi devo votare? ». A rivendicare, invece, l’appartenenza del creatore dei Puffi alla famiglia culturale cattolica, è stato Avvenire: «Era ancorato – ha scritto il quotidiano dei vescovi italiani – ai valori del cattolicesimo tradizionale». Al di là delle dispute politiche, una cosa è certa: i più risentiti sono i lettori francesi e belgi, nei cui paesi questi personaggi rappresentano un vero e proprio motivo d’orgoglio nazionale. Una popolarità che dagli anni Cinquanta, epoca in cui i Puffi si affacciarono come subalterni sulle strisce a fumetti di Johan et Pirloui (da noi conosciuti come John & Solfami) – ai quali ruberanno in breve la scena – si è allargata a macchia d’olio nel corso dei decenni sino a raggiungere ogni angolo del pianeta. Compresa l’Italia, prima grazie alla vetrina del Corriere dei Piccoli e, giusto trent’anni fa, al piccolo schermo. Sono del 1981, infatti, in contemporanea con l’esordio della serie animata sulla statunitense Nbs, le prime apparizioni dei Puffi nelle nostre televisioni locali, per poi andare in onda l’anno successivo e affermarsi come serie cult in Fininvest.
Colpa imperdonabile, quest’ultima. Perché non bastava l’accusa di essere comunisti, hippy, gay (a parte Puffo Vanesio, è o non è, la loro, una comunità di soli uomini?), nazisti, razzisti, antisemiti e persino massoni: la loro organizzazione – spiegava Antonio Soro nel saggio I puffi, la vera conoscenza e la massoneria (Edes, 2006) – altro non sarebbe che una loggia e il Grande Puffo, sempre lui, il Maestro. Adesso i Puffi sono sospettati anche – «accipuffolina!» – di essere berlusconiani. Tanto che in questi giorni il Tg3 ha riproposto sul proprio sito dedicato ai Comics una bizzarra storia italiana della puffologia come metafora politica: «Nei primi anni Ottanta l’elevato gradimento popolare dei programmi del Biscione, tra cui i cartoni dei Puffi, fu proprio – si legge – uno degli argomenti che indusse a superare molti degli ostacoli legislativi nello sviluppo delle tv private». Premessa in virtù della quale, tra il serio e il faceto, si trae la seguente conclusione: il popolo azzurro dei Puffi avrebbe in qualche misura contribuito alla nascita, decenni dopo, del popolo azzurro di Forza Italia e quindi del Pdl. La prova del nove? Quella che cancella ogni dubbio? La somiglianza di Pier Luigi Bersani con Gargamella. Con una differenza sostanziale, tuttavia. Il leader del Pd sembra perdere ogni giorno che passa smalto e ruolo, ormai irrimediabilmente appannato dall’incontenibile Nichi Vendola, talmente saggio e ispirato da candidarsi a diventare il Grande Puffo della Sinistra. Per il Gargamella dei cartoons, invece, il momento è decisamente favorevole. Si avvicina la consacrazione cinematografica: il 16 settembre l’atteso film I puffi sarà nelle sale italiane, poco più di un mese dopo quelle nordamericane. E nei panni del perfido stregone ci sarà un uomo in carne e ossa: Hamk Azaria, l’attore e doppiatore statunitense di origine ebrea (ma non ditelo a Buéno). Il film, diretto da Raja Gosnell, sceneggiato da J. David Stem e David Weiss (già autori di Shrek 2 e 3) e prodotto da Jordan Kerner – che, per l’occasione, ha scomodato Columbia e Sony Pictures – è realizzato in 3D con una tecnica innovativa in grado di coniugare l’azione dal vivo e l’animazione computerizzata.
La trama riproduce l’eterna contesa che ha tenuto incollati al televisore migliaia e migliaia di bambini (e non pochi adulti) in tutto il mondo: i Puffi vivono tranquillamente nel loro villaggio segreto fino al momento in cui Gargamella scopre dove sono nascosti e inizia la caccia al Puffo. Nel film, a causa di un teletrasporto temporale, saranno catapultati tutti dal loro mondo al nostro, dalla foresta europea di un medioevo (immaginario) al Central Park della New York di oggi. Dalle casette ricavate nei funghi alla Grande Mela. Se la prassi non sarà smentita, sarà ancora una volta Gargamella-Bersani a perdere. «Che è meglio», per dirla con Puffo Quattrocchi, non a caso il più ascoltato, se non l’unico, dal Grande Puffo. E i nostri eroi potranno fare ritorno a casa, in quel mondo pacioso e allegro che tanto ci ricorda un altro mondo ideale che è stato parte integrante della nostra formazione adolescenziale: la Contea del Signore degli anelli di J. R. Tolkien. Lì vivevano e vivono gli hobbit, mezziuomini per dimensioni, più coraggiosi di tanti umani troppo umani, una comunità – proprio come quella inventata da Peyo – ancora capace di solidarietà, legata da un destino comune e da una visione spirituale della vita, in barba a ogni materialismo. Altro che compagni, i Puffi.