Berlusconi dribbla la crisi con un piano per le riforme

È un Berlusconi rilassato e quasi euforico quello che arriva al Senato per la verifica parlamentare sul rimpasto di governo. Legge un discorso senza cedere alla tentazione delle divagazioni a braccio, che in passato a volte lo avevano tradito, trasmette ottimismo a una maggioranza un po’ depressa, rassicura la Lega, assesta colpetti all’opposizione e carezze ai centristi, bacchetta i finiani “trasformisti” e ammonisce sui rischi di una crisi al buio. È un Berlusconi sobrio, che parla al Paese in diretta tv di un governo a suo avviso ancora forte e propositivo, è un leader che concede poco o nulla allo spettacolo ma che finisce con un inchino, come un tenore dopo l’acuto di fine performance. Oggi si produrrà nel bis alla Camera, ma il grosso è fatto: la giornata a rischio era quella di ieri e il premier l’ha saltata a piè pari, togliendosi anche lo sfizio di rafforzare i suoi numeri. Qualche ora prima, a Montecitorio, era infatti arrivato un voto di fiducia sul decreto sviluppo suggellato da un piccolo record, quota 317, che in tempi di bufera può rappresentare per il premier un approdo di tutto rispetto.  

Un colpo a Bossi e uno a Casini
A Palazzo Madama il premier parla per quaranta minuti, con dodici applausi della sua maggioranza, sotto lo sguardo dei due ministri leghisti Maroni e Calderoli, ma non di Bossi (che sarà oggi alla Camera) mentre Tremonti lo raggiunge in aula sarà il protagonista di un minivertice successivo alla relazione. Il governo è quasi al completo e Berlusconi sembra motivatissimo: andremo avanti fino al 2013, annuncia, parlando di un piano di riforme pronto per decollare, a cominciare da quella del fisco, ma concede promesse anche al partito del sud, sostenendo di voler seguire personalmente i progetti di rilancio degli investimenti nel Mezzogiorno. Berlusconi elenca i risultati del governo a lancia un appello ai moderati, ai quale lascia intendere che in caso di ingresso in maggioranza, da subito, prenderebbe in considerazione l’ipotesi di lasciare la leadership nel 2013. Un messaggio a Casini, ma anche a Bossi. «Non voglio rimanere per sempre a palazzo Chigi, rifare il leader a vita del centrodestra. Voglio però fortissimamenete lasciare all’Italia, come mia eredità politica, un grande partito ispirato al Partito popolare europeo, un partito trasparente, democratico, che sia per il nostro Paese il baluardo primo della democrazia e della libertà», dice il presidente del Consiglio, parlando in particolare a chi della pregiudiziale antiberlusconiana fa il leit motiv della propria presenza all’opposizione. Un passaggio, questo, che solleva l’entusiasmo anche dei finiani attualmente sulla linea di confine, Andrea Ronchi e Aolfo Urso, che plaudono, in una nota, alla “necessità di avviare subito un percorso per dar vita ad un grande partito ispirato al Ppe, la strada maestra per il centrodestra». Ma è a Casini che il Cav guarda da subito. «Certo, se vogliono il mio suicidio politico è difficile celebrare un matrimonio», dice rivolgendosi al terzo polo, poi sottolinea che non lascerà nulla di intentato per un esecutivo più forte», rivelando di aver invitato i moderati dell’opposizione a far parte della maggioranza. «Tra i centristi – spiega – è prevalso però finora il tentativo di continuare a giocare di rimessa». Resta il dato, nuovo: per la prima in un’aula parlamentare il Cavaliere ha detto di non voler essere premier a vita.

Un governo senza alternative
Una crisi di governo sarebbe «folle», una «sciagura» per l’Italia, con pesanti conseguenze sulla stabilità economica e finanziaria; il governo dunque va avanti, fino al 2013, perchè la solidità dell’alleanza con Umberto Bossi è immutata e perchè «non esiste alcuna alternativa a questo governo e a questa maggioranza».
Berlusconi cerca di disinnescare le mine che si frappongono sulla strada del governo. Il premier blandisce la Lega, ribadendo «l’amicizia e la stima per Umberto Bossi». «Ci hanno provato in tutti i modi a dividerci, ma non ci riusciranno mai», dice il premier. Risolta la grana del trasferimento dei ministeri (della quale non parla), prende tempo  sulla richiesta leghista di mettere rapidamente fine all’intervento militare in Libia e di tagliare le missioni di pace: se ne parlerà dopo la riunione del Consiglio Supremo di Difesa presieduto da Giorgio Napolitano .
Nell’insieme , Berlusconi si mostra ottimista: il governo, dice , «uscirà rafforzato» dalla verifica. «C’è la ferma intenzione – dice –  di completare il programma arrivando alla scadenza naturale della fine della legislatura. In nessun altro paese le opposizioni e i media chiedono le dimissioni del governo in seguito alle elezioni di medio termine». Il premier assicura di non voler «minimizzare» i risultati delle amministrative: le elezioni «possono far riflettere  su una più incisiva azione di governo»,  ma  la richiesta di dimissioni venuta da molti settori dell’opposizione «è fuori luogo».

Il richiamo al Quirinale
 La parte più sostanziosa del discorso è dedicata agli intrecci tra crisi internazionale e scenari politici interni, i toni sono decisi, l’immagine è quella di uno che ci crede ancora. Il premier chiarisce che il governo intende andare avanti fino alla scadenza naturale della legislatura, utilizzando il tempo che resta per approvare le riforme messe in cantiere dall’esecutivo. Ma un’altra novità è che in più di un passaggio, Berlusconi si prodiga in attestati di stima per Napolitano, del quale dice di condividere gli appelli all’unità e alla coesione; come quando promette che ascolterà le ragioni dell’opposizione sostenendo che «lavorare insieme vuol dire rispondere positivamente al capo dello Stato che ha richiamato l’unità per rispondere agli interessi del Paese».

Il baratro della crisi greca
Dunque, il governo va avanti: perchè i cittadini gli hanno dato la maggioranza e perchè «sarebbe folle rimettere tutto in discussione con una crisi al buio». L’Italia finora è riuscita a tenersi lontana dal baratro del default, ma se oggi si andasse alla crisi che cosa accadrebbe? La risposta di Berlusconi è a tinte fosche: «Le agenzie di rating ci tengono sotto osservazione e  le locuste della speculazione  non aspettano altro che colpire la preda. Se il governo cadesse aumenterebbe il peso degli interessi sul debito pubblico, e sarebbe una sciagura, non per il governo o per Berlusconi, ma per l’Italia, per la stabilità finanziaria e il suo futuro». Berlusconi non rinuncia all’asso nella manica, il fisco, di quella riforma da fare prima della pausa estiva : tre aliquote, più basse, revisione del sistema delle deduzioni e detrazioni, cinque imposte in tutto: il tutto, tiene a precisare Berlusconi,  senza “buchi di bilancio”. E le divisioni nel governo? «Una cosa surreale e grottesca. Nel governo non c’è nessuno contrasto tra chi vuole aumentare il deficit e chi vuole invece praticare la politica del rigore» dice Berlusconi, mentre l’opposizione rumoreggia.
Da qui alla pausa di agosto arriverà la manovra economica, in accordo con l’Europa e con «scelte sostenibili» per i cittadini. Tra i provvedimenti promessi da Berlusconi anche  la riforma del patto di stabiltà con gli enti locali, altra richiesta di Bossi a Pontida. Un altro colpetto al sufflè politico degli ultimi giorni, sgonfiatosi come d’incanto alla verifica del Parlamento.