È vero, c’è la crisi: ma ricordiamoci di Prodi e…

La disinformazione, costruita goccia dopo goccia dal centrosinistra grazie ai media accondiscendenti e alla capacità di capovolgere lo stato delle cose, ha un altro bersaglio. È Giulio Tremonti, preso di mira per la sua politica del rigore, insultato nei cortei, contestato dalla Cgil e dalle frange estreme del sindacato, vittima di ironie per il suo stile da Robin Hood ai tempi della stangata sui petrolieri. Per le opposizioni, se ci sono difficoltà economiche è colpa sua e delle sue scelte, di un modo di concepire il sociale troppo lontano dalle esigenze della gente. Il paradosso è che a lanciare queste accuse siano proprio coloro che hanno regalato al paese Romano Prodi (in versione premier prima, in versione europea dopo), una delle cause principali del tracollo dei risparmi familiari; Pierluigi Bersani, “padre” di un decreto che ha scatenato le ire di tutte le categorie. E negli anni passati, Giuliano Amato, che diede un colpo da ko ai conti correnti.
Ha un bel dire oggi il segretario del Pd «che il rigore di Tremonti non paga più e che così facendo il governo azzoppa la crescita». Gli oltre 1.800 miliardi di euro di debito non li ha prodotti certo il Cavaliere. Trovano origine nelle allegre finanze del centrosinistra e nelle politiche adottate negli anni Ottanta e Novanta. È colpa di Prodi se siamo entrati in Europa negoziando un cambio euro-lira che tagliato le gambe a tutti. Ed è colpa di altri governi, a guida democristiana o socialista, se siamo arrivati all’inizio degli anni Novanta con le gomme prarticamente a terra. Sono passati ormai quasi vent’anni ma come non ricorrdare la grande stangata di Giuliano Amato del 1992 quando, in una notte, mise le mani nei conti correnti bancari degli italiani che, il mattino dopo, si svegliarono più poveri. E sempre di quegli anni è l’invenzione dell’Ici, poi abolita da Berlusconi, e delle denunce dei redditi definite lunari, per la loro astrusità e la loro pesantezza. Si trattava di mettere un minimo d’ordine nei conti per non andare tutti gambe all’aria, ma solo in pochi oggi si ricordano che Carlo Azeglio Ciampi, in quei giorni governatore della Banca d’Italia, bruciò in un solo pomeriggio qualcosa come 50mila miliardi di lire per difendere la nostra moneta, la lira, dalla speculazione, senza riuscire a raggiungere l’obiettivo e ponendo le premesse per la stangata intestata ad Amato, quello stesso Amato che ha dato una robusta sforbiciata alle pensioni degli italiani (anche se la sua è molto ma molto alta).
Senza pudore, quindi, le critiche a Tremonti. Se oggi l’Italia non è nelle condizioni della Grecia, del Portogallo o della Spagna, lo si deve all’oculatezza con cui Via XX Settembre ha gestito i conti pubblici. È vero, l’economia non tira al meglio e il Pil non cresce, ma le cifre vanno rapportate alla situazione internazionale. La Corte dei conti, che ieri ha presentato il Rapporto 2011 sul coordinamento della finanza pubblica quantifica il costo della grande crisi in circa 140 miliardi fino al 2010 che cresceranno fino a 160 al termine del 2013. Una cifra importante che, secondo la magistratura contabile, potrebbe rendere necessaria una manovra economica molto pesante, dell’ordine di 46 miliardi di euro, pari alla famigerata “stangata Amato” del 1992. Il tutto per realizzare il percorso che il ministero dell’Economia ha delineato nel Def per raggiungere il pareggio di bilancio nel 2014. «Forse la crescita non è sufficiente – chiosa Tremonti – ma senza la tenuta di bilancio non ci sarebbe stata  neanche questa crescita».
Il governo non sta barando. Secondo quanto confermato da Bankitalia il programma del Def è in linea con il nuovo criterio europeo sul debito e, aggiunge Luigi Manzillo, presidente della sezione giurisdizionale della Corte dei conti, «le simulazioni presentate nel Rapporto segnalano come, con l’ipotizzata continuazione dei tassi di crescita molto modesti, il rispetto dei nuovi vincoli europei richieda un aggiustamento di dimensioni paragonabili a quello realizzato nella prima parte degli anni Novanta per l’ingresso nella moneta unica». Tutto questo tenendo conto dell’inasprimento dei vincoli europei e della nuova regola secondo cui  i Paesi che registrano un rapporto tra debito e Pil superiore al 60 per cento dovranno ridurre lo scarto tra il dato effettivo e questo valore di un ventesimo all’anno, pari almeno al tre per cento e, nel nostro caso, ai 46 miliardi di euro quantificati dalla Corte dei conti.
La storia si ripete? Non proprio. Allora fu sufficiente realizzare un obiettivo, oggi si tratta di farlo mantenendo poi, nel lungo periodo, i valori di saldo primario raggiunti. Il che significherebbe un aggiustamento permanente sui livelli di spesa ma anche, in qualche misura, la necessità di poter contare su un gettito fiscale sufficiente. Quindi, niente riforma della tassazione, se la crescita economica non è tale da far aumentare gli incassi come conseguenza dell’ampliamento della base imponibile. Da ciò deriva che la fine della recessione non significa fine dei sacrifici e che la gestione ordinaria del bilancio è lungi dal poter essere adottata. A meno di mirabolanti risultati sul fronte dell’evasione.
Poiché i miracoli sono alquanto improbabili gli spazi di manovra del governo appaiono molto ridotti. Il grande vincolo è costituito dal debito pubblico che drena e drenerà risorse anche quando il pareggio di bilancio dovesse essere raggiunto. A questo punto, infatti, il debito non si azzera ma semplicemente cessa di crescere. Il che significa che comunque bisogna finanziarlo e, pertanto, continuare a pagare gli interessi sui titoli di stato emessi per collocarlo sul mercato. Si dice che il debito italiano non preoccupa perché in gran parte è detenuto dalle famiglie. Tutto vero,ma perché queste famiglie continuino ad acquistare Btp, Cct e Ctz bisogna garantire il pagamento delle cedole, con l’immobilizzo di risorse.
Guardando allo stato delle cose si può dire che è come se oggi il nostro governo sia costretto a correre con un pesante fardello sulle spalle. E la colpa non è certo di Berlusconi. Chi lancia l’allarme e parla di Italia allo sbando, nella migliore delle ipotesi, è un cattivo maestro. E altrettanto può dirsi degli ambienti internazionali legati ai poteri forti, cui dà oggi fastidio non aver più a che fare con l’Italiatta di un tempo. Non è un caso se negli scorsi giorni S&P, una delle tre maggiori agenzie di rating a livello mondiale, ha annunciato di aver messo sotto osservazione l’outlook del debito italiano e ieri  ha abbassato allo stesso livello quello di quattro banche italiane (Mediobanca, Bnl, Findomestic e Banca Intesa). Ma non ci avevano detto che gli istituti di credito italiani erano solidi e avevano affrontato la crisi meglio di quanto non avessero fatto quelli dei Paesi concorrenti? Tutto vero, fa sapere S&P, ma si tratta di banche che hanno profili di business prevalentemente domestici, pertanto se dovesse essere declassato il debito sovrano dell’Italia, non sarebbe possibile salvaguardare il loro. Se… Ma con le decisioni adottate ci pare che a qualcuno non dispiace mettere il carro davanti ai buoi. Soprattutto mentre è in corso un’importante campagna elettorale. Sia pure a livello amministrativo.