Sindacato, qualcosa è cambiato

La prima impressione è che qualcosa nel sindacato stia cambiando. O che almeno qualcuno abbia fatto un primo tentativo per modificarne l’immagine. Già il palco del Primo maggio, quest’anno, era particolare, diverso dal passato: una scritta a tre colori – bianca, rossa e verde – con le parole “Storia, patria e lavoro”. Uno slogan, questo, che sarebbe andato a pennello nelle sedi o nei congressi del Msi negli anni Settanta, parole che sono nel dna della destra da sempre. E che stavolta campeggiavano nel giorno del sindacato, forse grazie alla forza di Cisl e Uil, capaci oggi di riequilibrare il rapporto con la Cgil ed essere influenti. Poi, subito dopo, quasi come in un controcanto, lo sciopero generale promosso dalla Camusso in chiave antigovernativa, con il sogno nascosto della spallata da parte della piazza e con l’intento di fare il pieno di propaganda politica.
Due facce, due anime. È evidente che da una parte ci siano il sentimento nazionale e la responsabilità di fronte ai settori produttivi dell’economia, dall’altra una palese strategia a mettere in difficoltà il nostro sistema produttivo. E pensare che poco meno di due mesi fa, in occasione del centocinquantesimo dell’Unità nazionale, era bastato molto meno (una giornata di festività) per far scattare le polemiche da parte della Confindustria: in un momento di difficoltà come l’attuale – era la tesi – festeggiare non lavorando creerebbe non pochi problemi al Paese. Mentre, sempre nel gioco del detto e contraddetto, lo sciopero generale, reiterato per la seconda volta in meno di un anno, avrebbe invece l’effetto di un tonico.
Con queste premesse l’unità sindacale, cui recentemente ha fatto riferimento anche Giorgio Napolitano, è dura da conquistare. È difficile pensare che Cisl e Uil, ma anche l’Ugl che spesso ne condivide politiche e obiettivi (in una parola, il sindacato responsabile) facciano risorgere il massimalismo e le ideologie del passato, con l’obiettivo di segare le gambe al governo. In piazza San Giovanni, per la Festa dei lavoratori, era evidente lo sforzo di Bonanni e Angeletti di cambiare: non a caso c’erano poche bandiere rosse, molto di meno rispetto agli anni passati, c’era lo striscione tricolore, ma sono state anche suonate le note dell’inno di Mameli. È stato ricordato Borsellino, lungamente applaudito dalla gente. Una svolta non solo politica ma soprattutto contenutistica. Non d’immagine ma di sostanza e di simboli.
I dati sulla protesta di Susanna Camusso e dei suoi dicono che l’astensione dal lavoro è sostanzialmente fallita: vi ha preso parte meno del 14 per cento degli impiegati pubblici. Ed è un’altra realtà che emerge: i lavoratori sono lontani dalla retorica della Cgil, tradotta nello slogan «Non saremo noi a pagare per la vostra crisi». Retorica che non funziona più, perché oggi si cerca la concretezza, essendo finita la stagione del “sogno eterno” dell’operaismo proposto dalla sinistra. Che, quasi per recuperare credibilità e consensi, sta cercando di appropriarsi di simboli che prima contestava, a partire proprio dal tricolore. Il generale Luigi Ramponi, prendendo spunto da questa contraddizione, ha detto (non senza ironia) che «è merito della Lega se i comunisti sono diventati patrioti». Merito della Lega, ma anche della confusione che viviamo, sostenuta da una vena di opportunismo che poi finisce per non reggere alla prova dei fatti quando si tratta di rispolverare il classismo più bieco per tentare di mettere in crisi il governo.
Susanna Camusso, dopo aver sostituito al vertice della Cgil Guglielmo Epifani, ha assunto per sé il compito di dire no agli accordi (tutti o quasi) e di chiamare i lavoratori alla protesta. Non ha sottoscritto l’intesa sulla politica industrale con la Confindustria, ha detto no ai referendum di Pomigliano e Mirafiori, alla ex-Bertone si è fatta suggerire la linea dalla base e, in materia di precariato, ha continuato a sparare a zero contro il governo mentre Cisl e Uil, al tavolo delle trattative, ottenevano la contrattualizzazione di 65mila persone soltanto nella scuola e facevano partire le prime misure a favore dello sviluppo incontrando il favore degli industriali. Misure che giungono alla fine di una serie di impegni che il ministro Paolo Romani ha ricordato ieri,al sindacato e alla Confindustria. «Noi come ministero – ha detto in polemica con Corso d’Italia che in molti casi ha deciso di scegliere la via dell’Aventino  –  abbiamo risolto, alla faccia del segretario della Cgil, una lunga serie di crisi industriali come Indesit, Tamoil, Electrolux, Alcatel, Ittr, Nokia, Siemens. Da ultimo la Fiat di Termini Imerese». E Corso d’Italia, è sembrato chiedersi, da che parte stava mentre noi facevamo tutto questo lavoro?  E da che parte deciderà di stare nel prosieguo della contrattazione? La verifica sarà possibile fin dai prossimi giorni. Il governo, infatti, ha «messo in piedi un tavolo» per rispondere alla richiesta avanzata dalla Confindustria, che sollecita meno Irap e più Iva. Cisl e Uil non mancheranno di confrontarsi sull’argomento e di pervenire a un risultato. E la Cgil? Per ora preferisce le manifestazioni di piazza al cui seguito non mancano centri sociali, dipietristi e militanti della sinistra estrema. Un atteggiamento che per Raffaele Bonanni, leader della Cisl, rappresenta un ostacolo importante nei rapporti tra i due sindacati. Con la Cgil le cose «potrebbero andare molto meglio – ha detto –  ma finché loro non sconfesseranno la violenza verbale e fisica e non smetteranno di fare sindacato in collegamento con la politica avremo sempre problemi». La prova? Il fatto che la Camusso ha promosso due scioperi generali in meno di un anno, mentre Cisl e Uil, sollecitano la riforma fiscale, la crescita e la difesa delle persone non autosufficienti con la sola mobilitazione, già indetta per il 18 giugno. «Non facciamo scioperi generali durante la crisi in un giorno lavorativo», ha commentato Bonanni, spiegando il perché della fissazione della data al sabato.