Pierre Cardin si mette in vendita. Tranquilli, “cede” solo la griffe

Il cartello “vendesi” sul portone dell’azienda è già stato affisso da qualche giorno, ma di concreto al momento non c’è nulla se non la richiesta di Pierre Cardin che, per l’omonima casa di moda fondata nel 1949 chiede la bella cifra di un miliardo di euro sull’unghia. Il grande vecchio, però, non intende abbandonare il settore: ha deciso che è disposto a lasciare la proprietà, ma vuole conservare la carica di direttore creativo. Il tutto nell’interesse dell’immagine e del marchio fondamentali per un impero della moda come quello creato e portato all’attenzione del mondo. «Tra pochi anni – dice al Wall Street Journal –  non ci sarò più e la casa di moda deve continuare». Così gli è venuta fretta: «Non posso – aggiunge – correre il rischio di lasciarla in mano a chi sa chi». Passa la mano, dunque, per gestire una sorta di transizione, non come idea di rottura. Esempi illustri sembrano suggerirgli di evitare sorprese in un campo, quello della moda, dove le idee contano più di tutto il resto e dove non basta la disponibilità di capitali per affermare «l’immagine del brand».
Senza figli, 88 anni sulle spalle, Cardin è stato uno dei primi stranieri a entrare nel mercato cinese dove è presente dal lontano 1978. Di origine italiana, nato nel 1922 a San Biagio di Callalta, nel trevigiano, lo stilista oggi sembrerebbe prima di tutto preoccupato di non disperdere il proprio patrimonio, legato al prodotto e all’immagine. Il resto rientra tutto tra le cose possibili, ma niente svendite: mette sul mercato il gruppo per un miliardo di euro, sebbene si stima che il valore della “maison”  si collochi intorno a duecento milioni di euro. Questa volta, però, oltre che alle tasche dello stilista bisogna parlare anche al cuore e in questi casi non si scherza. Diversa è stata la situazione nel 2009, quando Pierre Cardin ha venduto le sue 32 licenze tessili e secondarie in Cina alle società Jiangsheng Trading Company e Cardanro per 200 milioni di euro. Erano solo affari. Oggi, invece, Cardin mette sul mercato un pezzo di sé e questo non ha prezzo. Del resto, durante la sua esistenza, lo stilista ha sempre avuto fiuto per gli affari, che ha unito a un grande genio creativo: in oltre sessant’anni di attività nel campo della moda è riuscito a imporsi in tutto il mondo e più di trent’anni fa è stato uno dei primi a puntare sulla Cina e a investire in quel Paese sterminato, con un miliardo e mezzo di potenziali consumatori. Adesso di dice «pronto» a vendere «ora». Sul tavolo mette «mille prodotti» e la presenza  in «100 Paesi». Messa così  il “prezzo è giusto”. Ma gli esperti giocano al ribasso. Il Wall Street Journal riduce a 5 o 600 le licenze complessive, lamenta la difficoltà di stimare gli utili e concorda più con la valutazione delle banche (200 milioni) che con quella del patron della moda. «Dati precisi sulle vendite – scrive il  quotidiano – non ce ne sono e la griffe è ormai il fantasma di quello che era un tempo». Ne fa prova il fatto che all’ultima sfilata, quella dell’anno scorso a Parigi, il fascino esercitato è stato pochino e «non ha attratto nessun editor o buyer importante». Dettagli? Non tanto. Anche perché Cardin ama occuparsi da solo delle sue questioni finanziarie. Starebbe facendo lo stesso anche ora: si è messo in vendita, ma ne sta trattando direttamente il prezzo. È lui stesso, infatti, a far sapere di aver incontrato un potenziale acquirente inglese «già tre volte, oltre a investitori cinesi e americani». Possiamo credergli. L’dea di vendere non gli è balenata in mente per caso. Qualche anno addietro aveva già proposto l’affare. Allora la richiesta si era fermata a cinquecento milioni, ma ciò nonostante nessuno si era fatto avanti. Adesso non lascia, raddoppia il prezzo e promette assistenza. Gli acquirenti potranno contare su di lui come direttore artistico: chissà se farà loro piacere.