Non ce la passiamo bene? Può darsi, Ma smettetela…

Cifre che si susseguono a ritmi rock, alti e bassi come i ganci di un peso massimo del pugilato, dati che vengono stravolti a uso e consumo di chi è chiamato a interpretarli. Tra rapporti e relazioni sullo stato di salute della nostra economia sembra di assistere a un Bingo, dove ognuno dà i numeri. O peggio, alle previsioni di una chiromante. Il problema è che i numeri sono freddi, non guardano alla situazione del passato e del presente, non esplicitano che il dato negativo è dovuto alla crisi mondiale e che l’Italia ha fatto meglio, molto meglio degli altri. Il punto centrale è che la recessione è ormai alle spalle, ma le conseguenze sul fronte sociale rimangono. Il presidente dell’Istat, Enrico Giovannini, illustra i dati del rapporto annuale presentato ieri alla Camera e giunge alla conclusione che il Paese è più vulnerabile oggi di quanto non lo fosse qualche anno fa. Il motivo?  Scontato. «Per fronteggiare le recenti difficoltà l’economia e la società italiana hanno eroso molte delle riserve disponibili». Le famiglie, ad esempio, hanno ridotto «drasticamente il tasso di risparmio per sostenere il loro tenore di vita e perché costrette a trasformarsi in un grande ammortizzatore sociale per giovani, donne e anziani». Il tutto mentre nel biennio 2009-2010 si sono persi 532mila posti di lavoro, con ricadute negative soprattutto per quanto riguarda gli under 30 (501mila unità occupate in meno). Un dato dovuto al fatto che a pagare i costi maggiori sono state le fasce più deboli della popolazione. A livello territoriale i rischi più elevati sono connessi al Mezzogiorno, dove i livelli di assistenza risultano già nettamente inferiori a quelli del Nord.
Un quadro allarmante? Certo, ma largamente atteso. Probabilmente il momento peggiore è passato. Intanto perché il rapporto è relativo al 2010, mentre siamo a metà del 2011, e, poi perché sono confermati segnali di risveglio che inducono all’ottimismo. Primi fra tutti i dati sul fatturato e sugli ordinativi dell’industria di qualche settimana fa e quelli sulla fiducia dei consumatori, che l’Istat ha reso noti ieri. Il che non significa che quel quarto di italiani, che «sperimenta il rischio della povertà o dell’esclusione sociale», possa di punto in bianco vedere rosa. Né che le donne ne possono risultare particolarmente confortate. Significa soltanto che quello che è stato fatto per fronteggiare la crisi comincia a dare frutti concreti. «Il governo – dice il ministro Giorgia Meloni –  non è rimasto a guardare, ma ha risposto colpo su colpo, fornendo risposte». E il ministro Maurizio Sacconi va addirittura al di là  di questa valutazione.  «Viene riconosciuta – afferma con riferimento a rapporto Istat –  tutta la coesione sociale  che è stata mantenuta, così come viene riconosciuta  la stabilità di finanza pubblica». «La ripresa c’è – aggiunge il ministro – noi non siamo né in recessione né in stagnazione, vorremmo una ripresa più accentuata e per questo abbiamo adottato misure recenti che confidiamo producano i loro effetti e altre verranno assunte via via. Quello che conta, però, è poter crescere in un quadro di stabilità». La stabilità, appunto, che le manovre del ministro Giulio Tremonti hanno garantito, consentendoci di non fare la fine di Grecia, Irlanda e Portogallo. Non è poco. Anche se S&P finge di non accorgersene  e rivede da stabile a negativo l’«outlook» del nostro Paese che sconta aspettative di bassa crescita e, secondo l’agenzia di rating, anche il «rischio di paralisi politica». Nulla di allarmante, S&P è abituata a prendere cantonate. Emblematico il caso Parmalat. Ma qui i i suoi tecnici invece che ai dati economici sembrano essersi affidati all’oroscopo. La Ue, per bocca del portavoce del commissario agli Affari economici, Olli Rehn, ribadisce infatti che «la situazione dei conti pubblici italiani sta migliorando e non c’è nessuna ragione per pensare che la volontà di risanamento delle finanze sia indebolita o diminuita». E Tremonti ricorda che, rispetto al momento in cui S&P ha effettuato le valutazioni autunnali, con «outlook» positivo, nulla è cambiato. Punto di vista che trova il conforto delle altre due maggiori agenzie di rating, Moody’s e Fitch, secondo cui il governo procede come previsto sull’aggiustamento dei conti pubblici e le prospettive per l’Italia rimangono stabili. Fitch non ritiene neppure che vi sia un «impatto negativo» in termini di stabilità politica e Moody’s parla di «equilibrio del modello macroeconomico» e di «buono stato di salute del settore privato, con un basso livello di indebitamento».
Sono proprio le famiglie, infatti, a detenere nelle loro mani gran parte del debito pubblico che, pertanto, risulta collocato all’estero soltanto in piccola parte. Volendo pensare male, sorge il dubbio che ambienti legati alla grande finanza internazionale (e le agenzie di rating non ne sono estranee) guarda alla ricchezza delle nostre famiglie (il 178 per cento del Pil) come a un boccone molto ghiotto. L’opposizione di sinistra, poi, non ha mai nascosto la possibile opzione della patrimoniale per sostenere i conti pubblici e avviare il cambiamento a livello fiscale. Una mossa che, visto quanto emerso ieri dal rapporto Istat, avrebbe conseguenze anche in termini sociali: alle difficoltà delle fasce più deboli della popolazione le famiglie hanno infatti fatto fronte proprio intaccando i risparmi. Cosa sarebbe successo se non ci fossero stati? Sicuramente i problemi sarebbero stati più gravi. In ogni caso. sarebbe del tutto miope pensare di intaccare le risorse delle famiglie proprio nel momento in cui le difficoltà della finanza pubblica non consentono di modificare la tassazione diretta, introducendo il quoziente familiare. Così la famiglia verrebbe torchiata due volte: attraverso la tassazione del reddito e con la patrimoniale. Sarebbe davvero troppo.