Nella ditta Pd fanno finta di non capire

«Meno male che Silvio c’è». Povera sinistra, costretta a cantarlo con più convinzione di Apicella. Non ci fosse Berlusconi a unirli, sarebbe difficile persino dimostrare la propria esistenza. E se a dirlo non sono Bonaiuti o Capezzone, ma (con le sfumature del caso) Giorgio Napolitano, qualche interrogativo Bersani e Di Pietro dovranno iniziare a porselo. Le parole del presidente della Repubblica in occasione dell’omaggio ad Antonio Giolitti sembrano l’elenco delle occasioni perdute. Un’opposizione seria deve essere credibile («mostrarsi capaci di esercitare la funzione di governo»), affidabile («togliersi di dosso il sospetto di volersi insediare al potere come alternativa senza alternativa») e offrire un’alternativa praticabile (rendendo «realistici e perciò convincenti» gli obiettivi da raggiungere). Un identikit che, ovviamente, non assomiglia affatto né ai bersaniani né ai dipietristi tanto da far dire a Napolitano che «o la sinistra immagina così l’alternativa oppure resterà all’opposizione».
Ciò che colpisce, tuttavia, è la risposta degli ex compagni di partito del capo dello Stato. In uno stile più da guerra fredda che da era di internet l’Unità ha scelto di relegarlo a un commentino di poche righe a pagina 22. Un titolo anodino: «Napolitano, la sinistra e Giolitti». Il giornale diretto da Concita De Gregorio ha preferito voltarsi dall’altra parte: Napolitano non ce l’aveva con noi. In effetti, la reazione degli ex dirigenti di Botteghe oscure è stata ben diversa, a metà tra l’incredulo e l’indispettito. Emblematico il commento di Bersani riportato nel retroscena di Repubblica: «Napolitano se la prende con noi ma a non essere credibile oggi è Berlusconi». Insomma, il segretario dei “democrat”, come la controfigura di Dustin Hoffman in Rain man, assume la posa autistica del solito “La colpa è solo di Berlusconi”. Il giorno dopo la parola d’ordine ufficiale si conferma quella di far finta che non sia successo niente: «Io sarei amareggiato per le parole di Napolitano? Guardatemi, non sono proprio il tipo», replica il leader Pd, che si vanta di pensare solo agli interessi della «ditta»  
Ma nel partito (definito senza mezzi termini «sotto shock» dal quotidiano di Ezio Mauro) la resa dei conti è appena iniziata. Da una parte ci sono i veltroniani che gongolano, dall’altra Matteo Renzi ha colto la palla al balzo riproponendo la “rottamazione” di Bersani. «Non possiamo continuare – ha detto su Canale 5 – con i partiti che cambiano nome ma i leader restano gli stessi, mentre in tutto il mondo accade il contrario, e cioè che i partiti restano gli stessi  e sono i leader a cambiare». Anche il sindaco di Firenze (ancora nel mirino dei suoi per essere andato una volta a pranzo ad Arcore) ha denunciato i limiti di una politica tutta imperniata sull’antiberlusconismo. «A livello nazionale siamo più occupati a parlar male degli altri e non parlare bene di noi». E chi vuol capire, ha capito.
Ma sono proprio i giornali anti-Cav i più spietati. Quelli del Fatto quotidiano scattano questa fotografia della situazione. «Pd, ma quale opposizione», è il titolo della prima. Per continuare con un lamento alla Nanni Moretti a pagina 3: «Facciamoci del male», nel catenaccio altrettanto impietoso si registra la difficoltà di una campagna elettorale alle amministrative dove spuntano i resoconti della corsa a sindaco a Milano, Cagliari e Napoli. «Da De Magistris a Pisapia: invece di remare dalla stessa parte le opposizioni si spaccano. E B. gode». Vai alla pagina successiva e trovi il titolo dedicato al voto sulla Libia: «Crisi? Nell’opposizione». Centrosinistra sull’orlo di una crisi di nervi confermata anche dai commenti al vetriolo sul voto della Camera nel resoconto de il manifesto: «Democrack: il Pd perde voti e azzoppa Di Pietro».   
La convivenza tra i democratici e il partito dell’ex pm sta tutta nel botta e risposta tra Beppe Fioroni e Antonio Di Pietro. «Il dna del Pd è quello indicato da Napolitano, noi siamo nati per fare quello che ha detto il capo dello Stato». L’esponente Pd lo dice chiaro tondo. Sono «alleati come Di Pietro che ci rendono meno autorevoli». Per dirla tutta, con il suo comportamento sulla Libia, spiega l’ex ministro della Pubblica istruzione, «il leader dell’Idv ha certificato le difficoltà dell’opposizione, nonostante lo spettacolo di una maggioranza pasticciona e litigiosa» cedendo «alla tentazione in campagna elettorale di guardare al proprio piccolo orticello invece che all’interesse generale del Paese». Insomma se «Di Pietro continua così un’alleanza con lui è complicata» perché «il centrosinistra deve far vedere di sapere essere alternativa». Le parole del presidente della Repubblica? «Devono avere la funzione di stella polare per il Pd», per «vincere le resistenze al cambiamento». La replica di Tonino è al napalm: «Gentiloni probabilmente deve avere parlato per sè e non certo per il partito. In un partito maturo, che addirittura ha la maggioranza relativa – commenta Di Pietro – è impensabile credere di poter vincere con le sottrazioni e non con le addizioni. È questa la ragione per cui noi non ci lasciamo intimidire da queste prese di posizione personali».  
E se per Marco Minniti di Modem quella di Napolitano «è stata un’utile sollecitazione. Un sostegno al processo che il Pd fare per collocarsi come una grande forza riformista e di cambiamento». Massimo D’Alema reitera la strategia del “voltarsi dall’altra parte”, non è vero che il Colle ce l’avesse col Pd: «Napolitano si riferiva a una grande personalità del riformismo italiano, Giolitti. Credo sia una evidente forzatura voler interpretare un insegnamento giusto ed un richiamo di Napolitano come una critica al Pd. Per quel che riguarda il concetto generale delle parole di Napolitano, che condivido, la sinistra deve mettere in campo una alternativa credibile. Nel ’96, quando ero segretario del Pds con Prodi lo facemmo e governammo il Paese». Nichi Vendola ha colto invece le parole di «buon senso» di Napolitano. Il leader di Sinistra e libertà se la prende con la strategia bersaniana rievocando una metafora a metà strada tra Godot e Dino Buzzati. «L’attesa infinita dei centristi, di Fini e  di Casini diventa un ostacolo insormontabile alla costruzione di quello spirito di coalizione che serve innanzitutto a ridare speranza a
un pezzo d’ Italia». Ma è soprattutto tra gli ex democristiani che l’appello di Napolitano viene letto con preoccupazione. Le sue parole «corrispondono a un sentimento diffuso nell’opinione pubblica, anche fra coloro che sono assai delusi dall’operato del governo Berlusconi», attacca Enzo Bianco, presidente dei Liberal Pd. «Noi chiediamo che il partito continui questa riflessione seria, evitando di inseguire di volta in volta posizioni tattiche o radicali, e assuma un’impronta che esprima una moderna visione di governo». Un dibattito nel quale si inserisce tatticamente Pierferdinando Casini che sollecita i democratici a mollare Di Pietro e Vendola e scegliere il soggetto di Fini, Casini e Rutelli: il Pd “prenda atto” che l’intesa con l’Idv è impossibile. La rottura «sarebbe un fatto nuovo nella politica». A questo punto Bersani e gli altri dirigenti «formulino una proposta» al Terzo polo, cui rimarrebbe «l’onere della risposta».
Resta una sola granitica certezza: l’unico punto di contatto tra soggetti politici, uomini e partiti distinti e distanti su tutto, è solo ed esclusivamente l’antiberlusconismo. Tutti insieme interessatamente e, paradossalmente, costretti a ringraziare il Cavaliere e a cantare lo stesso inno: “Meno male che Silvio c’è”.