Le istituzioni in crisi: o si “rivoluzionano” o perdono…

Le polemiche politiche, i manifesti di Milano, le accuse alle toghe “comuniste”, il Cavaliere che si sente vittima di persecuzioni giudiziarie, l’opposizione che accusa il premier di non voler sottostare al lavoro dei tribunali. E ancora, il fango gettato sulla Chiesa per lo scandalo della pedofilia, il Vaticano sul banco degli imputati perché mette becco nelle vicende politiche, i botta e risposta sulla laicità dello Stato. Per continuare con il Colle, le polemiche sugli interventi del presidente della Repubblica e le perplessità sui provvedimenti del governo. Per non parlare degli insegnanti, che non resistono alla tentazione di indottrinare gli alunni, e per finire con i giornalisti, le intercettazioni pubblicate a mo’ di strumento politico, le trasmissioni a senso unico, Annozero che non perde occasione per essere una specie di bollettino di partito, i contrasti persino sul pubblico di Ballarò. Le istituzioni e le categorie restano al centro di un confronto infinito, che non trova mai un attimo di pausa.
Magistratura e Chiesa, in primis, rischiano una pesante delegittimazione perché hanno perso la capacità di fare chiarezza al proprio interno e di mettere i classici paletti per evitare la deriva anche sotto il profilo dell’immagine. Il primo ad accorgersene è il Vaticano: le istituzioni, pure quelle religiose, per essere rispettate devono essere irreprensibili. E non si può andare avanti da soli: è importante «che le autorità ecclesiastiche collaborino con le autorità giudiziarie civili nei casi di pedofilia in cui sono coinvolti esponenti del clero». È un principio rilevante, che non può passare sotto silenzio. È pure un segnale per l’esterno. Le istituzioni (e il discorso va allargato alle altre categorie) non possono sbagliare. E se lo fanno ci deve essere la possibilità di riprenderle seriamente, anche con provvedimenti concreti. In caso contrario ci troveremmo di fronte all’abuso più insopportabile: l’abuso di potere che, agli occhi del cittadino comune, rappresenta la prova provata che quell’istituto non funziona. Il rischio, in caso di mancata svolta, è che gli scandali si autoalimentino e che i privilegi vengano garantiti a spese della gente che ne subisce le conseguenze. Specialmente nel campo delle toghe: il cittadino che “subisce” il giudice non riesce ad avere giustizia, perché il Csm fa da filtro. E chi lancia l’allarme viene subito etichettato come nemico dei giudici o con altre forzature estreme. In realtà, invece, come ci sono i giudici che lavorano per mettere in luce le negatività, ci sono quelli che invece si comportano non da super partes. Della responsabilità civile dei giudici si è parlato tanto, si è tenuto perfino un referendum, ma la situazione di oggi non è molto dissimile da quando una discutibile “giustizia” costrinse Enzo Tortora al carcere sulla base di accuse infamanti che non avevano fondamento.
Con vicende di questo genere la magistratura si è giocata parte della propria credibilità. E la Chiesa non ha fatto nulla di diverso. In materia di pedofilia, si è cercato di insabbiare, tenendo nascosti anche casi molto eclatanti. Abuso di potere, nel primo caso, abuso dell’abito nel secondo, abuso delle funzioni, quando ci si trova di fronte a comportamenti violenti da parte delle Forze del’ordine e si finisce per riportare ferite gravi o addirittura per essere uccisi. E che dire dell’insegnate che approfitta del proprio mestiere per indottrinare gli studenti o addirittura gli scolari, suggestionati con l’antiberlusconismo oggi e con il marxismo in passato. Prima c’era il problema dei sessantottini e i post-sessantottini, ora quello di chi costruisce in classe il “processo” al governo o alla Gelmini di turno. Questo fa perdere credibilità a tutta la categoria.
La scuola non dovrebbe fare ideologia. E gli ordini di categoria, primo fra tutti quello dei giornalisti, dovrebbero garantire trasparenza e pulizia. In caso contrario gridare alla censura non serve a nulla, perché è evidente che chi deve soccombere di fronte a un potere che non garantisce comportamenti equi alla fine è costretto a ricorrere alla magistratura. Il caso di Vittorio Feltri, sospeso dall’ordine per il caso Boffo, è da solo sufficiente per far capire quanto ancora  in termini di giornalismo, di stampa e di televisione, siamo lontani dalle necessità di obiettività della professione. E non perché ci interessa sottolineare che Feltri non andava sospeso o Augusto Minzolini non doveva essere messo sotto accusa, ma perché è bene che della correttezza dei giornalisti ci si interessi a 360 gradi. In caso contrario, se le regole dell’ordine operano in una sola direzione, è la credibilità della categoria che va a carte quarantotto e l’esigenza e la voglia di trasparenza diventano un’esigenza permanente di denuncia «di abusi veri o presunti». Il Garante per la protezione dei dati personali, Francesco Pizzetti, rispondendo alle domande di La Stampa, sottolinea che «va bene denunciare le buche in strada e gli abusi edilizi», ma è necessario fare attenzione a non diventare «una società in cui ciascuno di noi è allo stesso tempo preda e cacciatore». Voglia di trasparenza? Forse. Ma più realisticamente è la crescente sfiducia nelle istituzioni, diffusa in particolare tra i giovani, che fa muovere il singolo e le sue denunce. Ma il rischio è grande: dietro l’angolo c’è qualche cosa in più rispetto al tanto vituperato Grande fratello: c’è la società degli spioni, con le foto delle macchine parcheggiate in terza fila e dei motorini sui marciapiedi che finiscono su YouTube.