Il risveglio di quella “vocazione”…

Boutade o no, la questione dell’annunciato decentramento dei ministeri al Nord per Gianni Alemanno è una faccenda dannatamente «seria». Tanto che la destra romana (e non solo) è pronta a «scendere in piazza» se si dovesse continuare a vagliare l’ipotesi. Che il sindaco di Roma abbia replicato a tono all’uscita di Bossi e soci sul trasferimento dei dicasteri fin dal primo momento è un fatto noto: tanto da “impressionare” lo stesso Senatùr che se n’è uscito da parte sua con un romanesco «E te credo!». A maggior ragione ora, nel momento in cui anche il capo dello Stato ha gelato l’ipotesi ventilata dalla Lega, Alemanno non torna indietro. Il motivo? Lo ha chiarito il primo cittadino ieri in un’intervista al Messaggero: Roma non può accettare il trasferimento «non solo per una questione territoriale, ma soprattutto per un fatto simbolico e per il valore che ha la Capitale nello Stato italiano». Come si vede non si tratta solo di un difesa d’ufficio (e, scusate il gioco di parole, di uffici) ma di un principio sul quale un certo mondo – a maggior ragione nel 150° dell’Unità – non transige. Ma, al di là della vicenda territoriale e simbolica, il non possumus giunge perché al centro vi è un programma, un patto con gli elettori, che non solo non contemplano “scippi” reciproci, ma che devono essere rimessi in primo piano rispetto alle querelle che nascono in campagna elettorale.
Una risposta esplicita, questa, a chi credeva che fosse bastato il “pranzo di riconciliazione” di qualche mese fa tra Alemanno e Bossi per appianare le differenze. Una risposta, però, che non rappresenta un passo indietro rispetto agli impegni assunti con il Carroccio: «Ricordo – ha spiegato ancora Alemanno – che nel patto elettorale c’è il federalismo, perciò dico alla Lega: lasciamo perdere le stupidaggini che offendono i romani e irridono i milanesi e occupiamoci delle riforme». Che significa poi «facciamo il Senato federale, completiamo il processo del federalismo fiscale, valorizziamo il ruolo di Comuni e Regioni, ma facciamo attenzione anche alle spese», perché «non possiamo pagare più tasse per queste stranezze».
Come si può notare, è tutt’altro che un approccio “sfascista” quello del sindaco di Roma né tantomeno una personalizzazione dello scontro campanilista Roma-Milano. Allo stesso modo sbagliava chi cercava nella visita del sindaco ieri alla Grande moschea di Roma per la Settimana della cultura islamica – nei giorni in cui lo stesso premier si è pronunciato sul pericolo islamico che si celerebbe dietro la vittoria di Pisapia a Milano – motivi di differenziazione polemica. A leggere bene, invece, tutti questi elementi rappresentano un invito esplicito a tutti a recuperare la centralità della politica, del programma di governo e di un’attitudine al dialogo dopo gli scivoloni di una campagna elettorale che con tutta evidenza non ha premiato i toni e alcuni temi utilizzati dal Pdl e dagli alleati leghisti a Milano e dintorni. Segnale di disagio che dagli elettori è giunto forte e chiaro. E che tocca adesso alla classe dirigente ricevere con altrettanta forza.
Rispetto a questo, c’è già chi è all’opera e ha metabolizzato l’agenda del governo. La conferma di questo Pdl “ricettivo” è giunta proprio dalle stesse colonne del Secolo, nell’inchiesta che abbiamo pubblicato ieri tra le città del Centrosud dove il centrodestra ha vinto al primo turno. Ebbene, dalle parole dei sindaci e degli amministratori locali è risultato chiaro – ad esempio – come la sfida federalista sia non solo un fatto assimilato, ma faccia parte di quella scommessa della responsabilità (a cui deve corrispondere l’investimento dello Stato in termini di servizi e infrastrutture) nella quale la coalizione di cui sono espressione ha investito nel territorio. In discussione, dunque, non vi è l’impegno a tenere fede a un progetto proveniente dall’alleato del Nord. Ma la difesa – assieme a quella che Alemanno chiama «unità operativa» cioè il governo – di quel progetto di architettura istituzionale premiato dagli elettori nel 2008. Da un lato quindi la grande riforma di Roma Capitale, dall’altro la sfida della responsabilità federalista che non può significare e non può essere confusa con nessuna forma di “spezzatino”.
Scendere in piazza per riaffermare tutto questo è tutt’altro allora che una risposta “minacciosa” a un’uscita infelice (e propagandistica) da parte della Lega. Ma sarebbe un segnale di popolo da parte di una destra che si riaffaccia – nel pieno di una campagna elettorale dai toni eccessivi e ossessivi – con una sua specificità e ragione sociale. Recuperare lo “spazio”, perciò, di una vocazione politica spesso marginalizzata dalle cronache di questi anni che troppe volte hanno oscurato il lavoro certosino di chi ha determinato con la propria storia e con i propri progetti alcuni dei successi più importanti per tutta la coalizione. Quella stessa vocazione che ha permesso quindi la vittoria storica nella città di Roma e quella della Regione Lazio con Renata Polverini. Che significa oggi anche l’affermazione a Latina dopo una crisi tutta interna alla coalizione e nel resto del Mezzogiorno con importanti conquiste in realtà appannaggio del centrosinistra. La stessa vocazione partecipativa e popolare che – nonostante le comprensibili polemiche – ha determinato alla fine una buona riuscita a Sora e in tutte quelle realtà dove le liste civiche che si candidano con il Pdl (o comunque nell’alveo del centrodestra) hanno aiutano a evidenziare come ci sia, da parte dei cittadini, una voglia di farsi sentire che deve essere compresa ed esaltata da un soggetto politico plurale e radicato.