Il giorno della memoria? Serve quello della verità

Si fa presto a dire “memoria”. Si fa presto, a quanto pare, anche a dire “Giorno della memoria”. Ma una volta che lo si è detto non abbiamo percorso un solo millimetro di strada in direzione di un vero ricordo consapevole, sentito, condiviso. Prendi le celebrazioni per il “Giorno della memoria dedicato alle vittime del terrorismo e delle stragi”, svoltosi ieri al Quirinale e in vari altri luoghi simbolo della repubblica, con gran spreco di paroloni, frasi di circostanza, toni commossi. Nonché con qualche dichiarazioni d’intenti più concreta e che lascerebbe ben sperare. Vedi l’impegno di Berlusconi «ad aprire tutti gli armadi della vergogna perchè nessuna strage rimanga più avvolta nel mistero». Al Colle, comunque, nel Salone dei Corazzieri, la cerimonia si è aperta con la presentazione da parte del primo presidente della Corte suprema di Cassazione, Ernesto Lupo, del volume Nel loro segno realizzato dal Csm e dedicato ai magistrati uccisi dal terrorismo e delle mafie.
Hanno fatto seguito le testimonianze di Carmelina Di Roma, sorella di Ciriaco Di Roma, Massimo Deiana, figlio di Antonio Deiana, Giuseppe Cinotti, figlio di Raffaele Cinotti, e di Francesca Marangoni, figlia di Luigi Marangoni. Gli studenti Alì Noman Hussain e Andrea Zanetti, della Scuola Vantini di Rezzato (Brescia) hanno illustrato una ricerca didattica sugli anni del terrorismo dal titolo: Il cammino della memoria. Il direttore generale per gli Archivi del ministero per i Beni culturali Luciano Scala ha presentato il progetto: Rete degli Archivi per non dimenticare, cui il ministero ha dedicato un portale tematico, teso a rendere fruibili le varie fonti documentarie relative alle stragi di mafia e di terrorismo dal dopoguerra ad oggi. Quindi il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha pronunciato il discorso commemorativo davanti ai familiari delle vittime del terrorismo e ai rappresentanti delle loro associazioni, nonché a Renato Schifani, Gianfranco Fini, Roberto Maroni, Angelino Alfano,Giancarlo Galan, Gianni Letta e numerose autorità civili e militari. Un discorso al termine del quale il Capo dello Stato si è persino commosso, cosa non del tutto usuale in un ambito strettamente istituzionale come quello di ieri. «Non dimenticheremo – ha detto Napolitano con la voce rotta dal pianto – e opereremo perchè l’Italia non dimentichi ma tragga insegnamenti e forza da quelle tragedie». Il riferimento era alle vicende dei magistrati falciati dal terrorismo. E tutto questo, beninteso, è assolutamente lodevole. Però… C’è un “però”, e pure bello grosso, a rompere l’unanimismo un po’ zuccheroso delle celebrazioni di ieri. A cominciare dalla impostazione concettuale stessa delle varie “giornate” che impongono ex cathedra tempi e modi del nostro legame con i nodi più controversi del passato recente. La più nota ricorrenza di questo tipo è, come è noto, il “Giorno della memoria” istituito con la legge n. 211 del 20 luglio 2000 dal Parlamento italiano che ha aderito alla proposta internazionale di dichiarare il 27 gennaio come giornata in commemorazione delle vittime dell’Olocausto. A essa è seguito, qualche anno dopo (precisamente nel marzo del 2004), il “Giorno del ricordo”, fissato per il 10 febbraio, in memoria delle vittime delle foibe e dell’esodo giuliano-dalmata. Quello celebrato ieri, infine, è tecnicamente il “Giorno della memoria dedicato alle vittime del terrorismo interno e internazionale, e delle stragi di tale matrice”: una ricorrenza della repubblica italiana istituita con la legge 4 maggio 2007 n° 56. Viene celebrato il 9 maggio per ricordare il 9 maggio 1978, giorno in cui fu ucciso Aldo Moro. Ora, mentre le “Giornate” si moltiplicano (ma manca, curiosamente, quella per le vittime della violenza politica…) c’è da chiedersi se il meccanismo della “memoria indotta” sia veramente quello più adatto a rimarginare le ferite del “secolo breve”. Anche perché non è chiaro se, dopo aver celebrato tale o talaltra ricorrenza per un giorno, gli altri 364 sia poi lecito continuare a farsi gli affaracci propri. Ulteriore complicazione: “memoria” e “ricordo” sono la stessa cosa? Perché la prima suona come un elemento collettivo, oggettivo, il secondo come un fattore personale, soggettivo. Quindi il ricordo riguarda le storie di pochi e la memoria la storia di tutti? E chi ha stabilito che debba essere così? Insomma, il modello della memoria a comando proprio non convince. Ma c’è di più: come si pretende di avere la famosa e sempre sfuggente “memoria condivisa” se poi non sappiamo metterci d’accordo neanche su cosa bisogna effettivamente ricordare? Insomma: per onorare davvero le vittime degli anni di piombo ci vorrebbero forse meno celebrazioni e più verità. Verità giudiziarie, se possibile, ma basterebbe anche la verità storica.
Perché parliamoci chiaro: non ci sono solo le stragi, su cui probabilmente le verità ultime non verranno mai a galla dato l’intreccio di interessi che fa ad esse da sfondo (anche se questo non ci esime dal compito di fare chiarezza… ma farla per davvero). Ci sono anche gli episodi piccoli e grandi, lo stillicidio quotidiano della micro-strategia della tensione che ha visto cadere per strada giorno dopo giorno, per anni, dei ragazzi che sembrano destinati a rimanere vittime di mano ignota. Qualche settimana fa, ad esempio, ha fatto scalpore la riapertura del caso Verbano, con nuovi elementi che sembrerebbero riaprire uno dei casi più drammatici – ma anche più controversi – degli anni di piombo. Bene. Ottimo. Aspettiamo con ansia, tuttavia, che la stessa ansia di verità getti il suo alito rischiaratore anche sui tre ragazzi caduti ad Acca Larentia, su Francesco Cecchin o magari su Paolo Di Nella. Tutti morti senza un perché e soprattutto senza un chi. Nel senso di: «Chi è stato?». Sulla strage avvenuta di fronte alla storica sezione missina del Tuscolano, a Roma, si è tornati di recente a parlare grazie al libro di Valerio Cutonilli e Luca Valentinotti, Acca Larentia. Quello che non è stato mai detto (Trecento). E va senz’altro sposato l’auspicio dei due autori affinché i pezzi del puzzle che già sono sul tavolo vengano finalmente messi insieme. Non per mandare qualcuno in galera trent’anni dopo, beninteso. Ma per avere verità. Pura e semplice verità storica. Ha ragione, allora, il premier Silvio Berlusconi ad assicurare: «Dichiaro oggi l’impegno del governo a contribuire ad aprire tutti gli armadi della vergogna perchè nessuna strage rimanga più avvolta nel mistero.  Dobbiamo colmare una grande sete di giustizia e di verità, in modo concreto, senza retorica. Lo faremo. E sarà il modo migliore per onorare la memoria delle oltre 400 vittime innocenti della sanguinosa ideologia del terrorismo». Fa bene, certo. A patto che «tutti gli armadi» significhi davvero «tutti». Anche quelli sulla strage di Bologna. Anche quelli su Acca Larentia. Insomma, tutti. Tutti per davvero.