Il Cav & Bossi: lavoriamo a un nuovo progetto

Basta con l’anarchia politica che nelle ultime settimane ha caratterizzato parte dell’azione parlamentare e parte della campagna elettorale per le amministrative. Ieri non c’è stata la resa dei conti, che i quotidiani paventavano nei loro retroscena, ma una prima messa a punto del motore pidiellino. Berlusconi ha rotto il silenzio, ma l’ha fatto a porte chiuse, prima nel Consiglio dei ministri lampo (una ventina di minuti in tutto), poi nell’incontro con Bossi. Deluso chi inseguiva il gossip politico, chi voleva analizzare sguardi ansiosi o rabbia; delusi gli avversari, con Veltroni che invocava Chi l’ha visto e la Sciarelli per sapere che fine aveva fatto il Cav. Non era il momento dei distinguo, ma di fissare paletti.

Le indiscrezioni
«All’esecutivo attuale – ha detto il premier, secondo alcune fonti – non ci sono alternative. Ma la maggioranza deve dimostrare compattezza anche attraverso la sua presenza in aula». Bruciano ancora le battute d’arresto dell’altro ieri che, proprio a causa dei banchi vuoti nei settori che sorreggono il governo, soprattutto tra i cosiddetti “responsabili”, hanno visto la maggioranza andare sotto alla Camera per ben cinque volte. Episodi che, avrebbe sostenuto Berlusconi, hanno valore marginale. Visto però che media e opposizioni le strumentalizzano «è opportuno fare di tutto per evitare assenze». E Bossi ha chiosato: «Quello che è avvenuto mercoledì non si ripeterà più. Berlusconi l’ho sentito abbastanza sicuro». Il premier ha mantenuto la bocca cucita anche su quanto successo nel corso del verticecon Umberto Bossi, alla presenza dei ministri Tremonti e Calderoli. Qui, però, ci ha pensato il leader della Lega a tirare le somme e a informare i giornalisti. «L’incontro – ha detto – è andato bene. Al governo serve un nuovo progetto», ma per ora c’è il Comune di Milano da conquistare e le strategie per il ballottaggio da mettere a punto, poi ci «vedremo e sistemeremo il resto».

Lo strappo (ipotetico)
Ma tra la Lega e il Pdl c’è stato o no uno strappo determinato dall’andamento delle elezioni? No, ha replicato il Senatùr, rilanciando sulla necessità di dare battaglia per non perdere Milano, per non lasciare la città «a chi vuole riempirla di moschee e zingari». E la base leghista è o no in fermento? «Sta dove sto io – ha risposto – il nostro è un partito abbastanza unito, ma qualche paura c’è: stare al governo deve portare alle riforme». Quanto all’ipotesi di Giulio Tremonti alla vicepresidenza del Consiglio, rilanciata da alcuni organi di stampa, Bossi non ha avuto dubbi: «Mi sembra che Tremonti è il primo che non accetterebbe. Il problema è fare un progetto per il cambiamento, fare le riforme». Neppure Roberto Maroni accetterebbe di guidare un ipotetico nuovo esecutivo.
Alla fine del faccia a faccia, dunque, la presunta irritazione del Carroccio per il risultato di Milano di domenica scorsa appariva come un argomento superato, anche se erano in molti a ricordare la frase del Senatùr del giorno prima: «Non mi faccio trascinare a fondo», che qualcuno ha interpretato come un tentativo di rafforzare la propria posizione prima di sedersi al tavolo col premier. Berlusconi e Bossi si vedevano per la prima volta, dopo il voto amministrativo, e si può dire che, per il momento, sono riusciti a spazzare via gli equivoci circa l’esistenza nella maggioranza di un vero e proprio asse del Nord. I soliti bene informati parlano dell’intesa come di un “accordo di non belligeranza” che dovrebbe durare fino ai ballottaggi del 29 maggio, ma al suo interno potrebbe anche esserci dell’altro. In ogni caso, di verifica si parlerà soltanto successivamente. Bossi ha già dato il suo ok: «Ne abbiamo già fatte tante, ma se la chiede Napolitano va bene, è lui il capo». Non è detto, però, che sarà una resa dei conti, come vorrebbero le opposizioni. Bossi ha dimostrato, infatti, di avere le idee chiare. «Il governo – ha detto – non può non fare niente, bisogna fare delle scelte, anche noi abbiamo fatto degli errori».

Si riaccendono i motori
A Milano le truppe sono schierate per quello che dovrebbe essere il miracolo della rielezione della Moratti. Berlusconi ha riunito ieri i vertici del Pdl e ha detto stop alle divisioni. «Pensiamo a vincere», ha detto ai coordinatori Ignazio La Russa e Denis Verdini, convocati nel pomeriggio a palazzo Grazioli, assieme al responsabile organizzazione del partito Maurizio Lupi e al ministro della Giustizia Angelino Alfano. Il premier riflette sulle iniziative da intraprendere per rilanciare la Moratti e pare pensi a una conferenza stampa congiunta con Bossi, unita a una serie di apparizioni televisive, oppure a un comizio che lo veda protagonista assieme al leader della Lega. Questa ipotesi, in particolare, sarebbe preferita dai leghisti, mentre Denis Verdini avrebbe sponsorizzato la conferenza stampa, anche in virtù del fatto che il Cavaliere nelle giornate di giovedì e venerdì precedenti al voto, è impegnato con il G8 in Francia. I presenti all’incontro assicurano che il premier era sereno. «Ci ha detto che il rapporto con la Lega è solido – ha spiegato uno dei presenti – e che c’è la comune volontà di lavorare insieme su tutto, a partire dalle riforme».

L’alleanza resta forte
Preoccupato per la tenuta della coalizione, il Cavaliere avrebbe ribadito ieri che il Carroccio è il suo migliore alleato, chiedendo al Senatùr di mettere da parte ogni malumore per rilanciare la maggioranza e assicurare il massimo impegno per la Moratti. L’obiettivo è marciare ora compatti e tentare di recuperare lo svantaggio nei confronti di Giuliano Pisapia, ma senza alzare troppo i toni, evitando di personalizzare questi decisivi quindici giorni di campagna elettorale. E come gesto di apertura verso l’amico Umberto il presidente del Consiglio avrebbe per ora rinviato il decreto blocca-ruspe promesso ai napoletani ma osteggiato dal Carroccio. Il risultato è che la Lega sosterrà la candidatura di Moratti, battendo il territorio e puntando sui problemi concreti della città. Non è un caso, se ieri la Padania titolava “Le dieci giornate di Milano”, promettendo una campagna «agguerrita», e se Bossi, al termine dell’incontro con Berlusconi, si è calato subito nel ruolo, attaccando a testa bassa Pisapia. Un comportamento a cui il personaggio non è nuovo, ma che, certo, reiterato in questa occasione, aiuta a capire qual è l’aria che tira. Quando si tratta del Senatur molte esternazioni sono da prendere con le molle. «Ci ha abituati – dice il ministro della Pubblica istruzione Mariastella Gelmini –  a qualche battuta di spirito e anche queste sono colorite». Ignazio La Russa fa la tara a tutta la situazione e sottolinea che «il risultato elettorale del ballottaggio a Milano non influirà sulla tenuta dell’esecutivo. Certo – argomenta –  se perdessimo non sarebbe piacevole, ma io credo che si possa vincere anche se la strada è in salita».