Gli Stati Uniti non hanno più nemici…

Non avere più nemici: per alcuni è un obiettivo insperato, per altri un disonore, per altri ancora una necessità per riprendere fiato. Magari proprio dopo aver trascorso stagioni barricadere, in guerra perenne per imporre e difendere un’egemonia, si sente il bisogno di abbandonare la trincea, di ammorbidire il conflitto se non di deporre le armi. È il caso dell’America di mister Obama che con le ultime mosse (a partire dalla gestione oculatissima della polveriera mediorientale e del terremoto nordafricano) dimostra di voler traghettare gli Usa verso una nuova stagione di dialogo, di rapporti inediti all’insegna del pragmatismo. Da Impero (del Male? Negli anni ‘80 una parte della destra italiana ed europa si interrogò a lungo sul ruolo odioso di un’America “gendarme del mondo”) a Confederazione buonista?

Fidel non fa paura
Al di là dei giudizi e degli interessi che muovono la svolta a stelle e strisce (anche di recupero del consenso da parte di Obama per la rielezione), la notizia cambio di rotta è sotto gli occhi: guardiamo ai nuovi rapporti con Cuba, un tempo considerata il nemico numero uno simbolo di un comunismo immarcescibile, oggi vista con più benevolenza come una realtà innocua il cui regime sta volgendo al termine e si esaurirà con la morte dei fratelli Castro. È fuori discussione che Washington abbia allentato la morsa sull’isola caraibica ammorbidendo lo storico embargo (Obama ha ordinato la revoca delle restrizioni ai viaggi e alle rimesse per il milione e mezzo di cubano-americani con parenti a Cuba).

Pechino è una miniera
Guardiamo alle relazioni con Pechino, al cambio di passo nei confronti dell’Islam, non più considerato sull’onda dell’attentato alle Torri Gemelle solo come la fucina del fondamentalismo e del terrorismo internazionale; guardiamo al crescente credito accordato ai Fratelli musulmani in Egitto, che gli Usa considerano a ragione uno Stato cerniera, capace di gestire il dialogo possibile con l’Occidente; guardiamo all’intervento in Libia,  gli Usa hanno evitato di precipitarsi per primi nella caccia all’untore Gheddafi (lasciando fare il lavoro sporco ad altri). Ai primi di marzo, pur condannando con durezza le violenze e la repressione del colonnello, Obama appariva più cauto dei partner europei su un intervento militare. Ma l’America non rinuncia certo al ruolo di superpotenza. Sarebbe un errore considerare il presidente americano, e tutta l’amministrazione statunitense in procinto di abbassare la guardia e di mandare pensione i “vecchi sogni” egemonici. I proverbiali artigli rispuntano quando serve, come è accaduto per la cattura di Bin Laden e la straordinaria operazione mediatica (che però non ha dato i risultati sperati) a partire dalla scelta dell’annuncio solo minimamente offuscata dai dubbi sulla dinamica del blitz, sull’uccisione, sulla sepoltura, sulla non cattura (è di ieri la notizia che era presente una squadra di avvocati e interpreti pronti a interrogare il re dei terroristi). A pensar male si fa peccato ma quasi sempre ci si azzecca, diceva Andreotti che di strategia e tattica se ne intende, anche in questo caso la tempistica nella scelta dell’annuncio ufficiale della morte del numero uno del terrore non è casuale, visto che si colloca alla vigilia della primavera islamica. E La Cina? Nella sua prima visita a Pechino Obama ha concesso molto ai suoi interlocutori, al contrario di chi lo ha preceduto, e per non irritare i padroni di casa non ha neppure cercato di incontrare qualche dissidente perseguitato. Pragmatismo contro ideologismo: la Cina è il primo sottoscrittore al mondo di buoni del tesoro americani, insomma, il principale creditore dell’America e il principale finanziatore del suo debito pubblico, quale capo di Stato non se la terrebbe buona?
 
I Fratelli musulmani
«Possiamo scegliere tra esaltare le nostre differenze e cedere a un futuro di sospetto e diffidenza, oppure affrontare il compito più duro di cercare un terreno comune e impegnarci per il progresso». Nei rapporti con il mondo arabo e con l’Islam il “nuovo inizio” viene confermato a novembre scorso durante la visita ufficiale in Indonesia. Nel suo discorso davanti a 6.000 tra studenti e professori dell’Università di Giacarta, Obama non ha nascosto gli «anni di diffidenza» che hanno caratterizzato le relazioni tra Washington e l’Islam, dimostrandosi seriamente intenzionato a cambiare direzione. In Egitto, non è uno scoop, c’è un vero e proprio accordo con i Fratelli musulmani per ridefinire l’influenza politica ed economica nella regione araba. L’Egitto post-rivoluzionario sarà il terreno per collaudare questa nuova alleanza e tentare di riprodurre il modello turco filo-occidentale. Scelta contestata da quanti la considerano una resa pericolosa agli amici del terrore (i Fratelli musulmani rappresenterebbero solo la versione in giacca e cravatta dell’Islam radicale).

L’asse con Ankara
Anche il feeling con la Turchia conferma la volontà di ridurre al minimo i nemici e di gestire una futura normalizzazione ddei conflitti. Obama ha di fatto promosso il paese musulmano a mediatore tra gli Stati Uniti e gli altri Stati islamici della regione. Ankara è per Washington un alleato-chiave per risolvere i nodi critici dell’Iraq e dell’Afghanistan, talmente chiave che in più occasioni si è fatto portavoce della causa dell’ingresso di Ankara nell’Unione, facendo imbufalire Nicolas Sarkozy. Gli Usa non hanno più nemici. Resta la Russia, ma per questioni di equilibri geopolitici, non ideologiche. Sul Cremlino non sventola più bandiera rossa, e questo lo sa anche Obama.