E gli operai ne sanno più dei sindacalisti

Risultato plebiscitario al referendum tra i lavoratori della ex-Carrozzeria Bertone a favore dell’investimento Fiat: dunque gli operai hanno dimostrato di essere più intelligenti dei sindacalisti. Ha votato il 93 per cento degli addetti (1.011 dipendenti su 1.087) e la stragrande maggioranza (886 lavoratori, pari all’88,8 per cento) si è espresso perché la fabbrica di Grugliasco riprenda a produrre. Un successo la cui portata può essere capita soltanto facendo qualche passo indietro. Gli accordi e i referendum di Pomigliano e Mirafiori, infatti, hanno fatto da “apripista” a contratti aziendali e alla creazione di nuove newco con cui il Gruppo Fiat intende rilanciare gli stabilimenti più critici, e non sono pochi, investendo denaro in cambio di precisi impegni assunti da sindacati e lavoratori su organizzazione, orari di lavoro, ritmi della produzione, pause. Si può obiettare che un tempo le stesse regole valevano in tutti i siti del Gruppo e oggi questo non è più vero. Ma è facile argomentare che di fronte a una stasi produttiva, per non dire all’immobilità visto che Pomigliano lavora da circa due anni solo tre giorni al mese, un sindacalista con senso di responsabilità fa di tutto per concretizzare l’offerta dell’azienda, trattando fino in fondo e firmando intese che promettono investimenti e quindi lavoro. Invece è successo che gli accordi produttivi e i relativi risultati referendari, che hanno visto la vittoria del sì, rispettivamente con percentuali del 63 e del 54 per cento, sono diventati il pasto con cui si è pensato di fare della comoda e strumentale politica – e non parlo solo del fronte sindacale – con grande sprezzo del pericolo visto che quando si prendono decisioni in questo campo a farne le spese sono sempre gli altri, cioè i lavoratori e le loro famiglie.
Per Mirafiori e Pomigliano, così come per la ex Bertone, si è gridato al ricatto dell’azienda, ma a essere onesti si sarebbe dovuto parlare di ricatto della crisi. Di cancellazione di diritti fondamentali, come lo sciopero e la malattia. Cosa che se fosse vera spazzerebbe via tutti i sindacati, anche quelli firmatari i quali non hanno di certo la vocazione al suicidio. È vero, invece, che è stata accettata una sorta di autoregolamentazione per materie inerenti l’accordo, perché oltretutto bisognava sanare alcune anomalie esistenti negli stabilimenti, come le “malattie vicine” che si verificano in percentuali sospette quando ricorrono eventi particolari. Si è urlato all’esclusione di una sigla sindacale (la Cgil) che, se ci avesse tenuto davvero a stare accanto ai lavoratori, avrebbe semplicemente firmato gli accordi. Così, in entrambe le occasioni, non è stata accettata la vittoria del sì, asserendo che bisognava tenere conto della minoranza e delle sue istanze e arrivando addirittura a chiedere la riapertura del confronto con Fiat. Ovviamente questa conflittualità ha anche ritardato la realizzazione delle intese sottoscritte, ma nessuno ama soffermarsi su questo aspetto della questione.
Ciò premesso, veniamo alla ex-Bertone, fabbrica rappresentata per la stragrande  maggioranza dalla Fiom. Qualcuno ha definito uno spettacolo desolante quello offerto dallo stabilimento alle porte di Grugliasco, perché da anni le macchine sopravvivono solo grazie all’intervento e all’accensione degli addetti alla manutenzione. In sostanza, qui non si produce più niente da anni. Precisamente dal 2005 non si lavora e da allora gli operai sono in cassa integrazione.
Circa un anno fa le Carrozzerie Bertone sono acquistate dal Gruppo Fiat che in questi capannoni, ora semivuoti, vuole produrre la Maserati con un investimento di cinquecento milioni di euro. Prima di avviare la produzione, però, l’azienda chiede ai lavoratori di accettare un modello di lavoro simile a quello approvato a Pomigliano e Mirafiori. E nuovamente si ripresentano gli stessi problemi, anche se con qualche variante rappresentata dalla spaccatura all’interno del sindacato maggioritario: la Fiom. Inizialmente la struttura di categoria della Cgil si dichiara contraria all’accordo, poi decide di non prendere posizione sul referendum lasciando le rsu della fabbrica decidere del proprio destino. Il giorno stesso del referendum, poi, i rappresentanti sindacali decidono di prendere una posizione netta: sono per il sì. Anche in questo caso la spiegazione del perché è molto sbrigativa: si parla ancora di ricatto.
Non voglio entrare in questioni interne a un’organizzazione sindacale, perché sono questioni delicate e perché di fronte a una situazione come quella che si è determinata non posso fare altro che tacere. Se non altro, per rispetto. Alcune domande, però, sono obbligate. Cosa c’è di male ad accettare una sfida produttiva se l’alternativa è non produrre, la cassa integrazione o la chiusura? Cosa hanno da proporre quelli che dicono di no e che per le loro richieste si basano su presupposti lontani dalla realtà? Siamo certi che di fronte al “ricatto” dei sindacati, con scioperi, battaglie e lotte per uno stabilimento pressoché morto da sei anni, cioè con dentro nulla da difendere “se non lavoratori senza lavoro”, un’azienda non può rivendere il suo “incauto acquisto” e decidere di andarsene invece di ingaggiare estenuanti quanto inutili lotte? Non ci viene il dubbio che nella civilissima Germania, portata sempre ad esempio e dove le pause sono inferiori a quelle di Mirafiori e Pomigliano, stabilimenti in un discutibile stato di salute già non esisterebbero più?
Qualcuno deve rendersi conto che non siamo più negli anni Settanta. Allora non si poteva, come si può oggi, trasferirsi in Romania, in Polonia, in Serbia, in Brasile, in Cina, in India – e chi più ne ha più ne metta – per produrre le stesse identiche auto che in Italia costerebbero molto di più, perché nel nostro Paese ci sono diritti e leggi. È assurdo non tenerne conto, è strumentale fare finta che ciò non possa accadere, è irresponsabile tirare la corda fino a quando non si è del tutto spezzata perché questo ricadrà sulle spalle dei lavoratori e sulla coscienza di chi li rappresenta. Quando si fanno delle trattative bisogna pensare da operai e da impiegati e ragionare di quello che accadrebbe a chi lavora in azienda senza l’intesa e senza gli investimenti promessi. Da operaio metalmeccanico, che fino a pochi anni fa stava alla catena di montaggio e faceva anche il sindacalista, non posso dimenticare cosa significa non sapere se il lavoro ci sarà anche domani, temere per la fabbrica che non produce a un ritmo soddisfacente, non avere certezze per il proprio futuro. Quando ho in corso una trattativa, per me questi sono i pensieri preminenti. E si  profila una via d’uscita tratto sempre per imboccarla e far ripartire la produzione. Viva, dunque, la ex-Bertone, Mirafiori, Pomigliano, ma viva soprattutto i lavoratori e il lavoro. Che per un sindacato rappresentano il futuro.
(segretario generale Ugl)