«E c’era chi criticava Obama il “remissivo”»

La vittoria di uno “staff” che vede alla guida Barack Obama. Per Massimo Teodori, giornalista e scrittore, conoscitore profondo degli Stati Uniti in cui ha vissuto e insegnato, l’uccisione di Osama Bin Laden rientra sì nelle regole di ingaggio di quel match che gli States hanno intrapreso dieci anni fa con il titolare del brand del terrorismo internazionale. Ma soprattutto è il successo “politico” del presidente democratico che – al di là dei preconcetti – è riuscito proprio lì dove la destra di Bush aveva fallito, colpa anche dell’errore strategico di invadere l’Iraq.

Barack Obama ha festeggiato dicendo che «l’incubo è finito». Non le sembra un po’ troppo ottimistico come annuncio?

Più che l’incubo è finito il simbolo del terrorismo internazionale che ha avuto nel nuovo corso iniziato l’11 settembre le caratteristiche di essere globale, di usare i kamikaze e quindi la vita umana come strumento per offendere e di avere l’Occidente come obiettivo. Probabilmente quello che è finito è una sfida che l’America ha lanciato a colui che ha osato entrare nel suo territorio dopo duecento anni di incolumità.

Perché a suo avviso la scelta di eliminarlo?

Questa è la sorte che è riservata nei campi di battaglia ai grandi interpreti del terrorismo o nelle guerre ai peggiori dittatori. Mi sembra naturale che eventuali processi qui non avrebbero avuto senso.

Come mai?

Di grandi processi c’è stato solo quello sui crimini del nazismo. In quel caso Norimberga doveva essere un segnale a tutto il mondo sulla responsabilità di un’intera classe dirigente. Non credo che si possa fare altrettanto nei riguardi di personaggi come Bin Laden o Gheddafi.

Non si rischia così di alimentare la leggenda sullo sceicco?

Al contrario, penso che il fatto che gli Usa abbiano perseguito l’obiettivo di stanarlo possa essere una specie di deterrente nei confronti non dei singoli terroristi ma nei confronti di capi e capetti che oggi cercano di tenere viva la retorica antioccidentale.

La Cia ha parlato di possibilità di vendette però.

Mi pare che non abbia senso parlare di quello che il terrorismo potrà fare in questo momento. Perché il terrorismo già di per sé fa queste cose, indipendentemente da Osama: ossia deve colpire nella maniera più cruenta i suoi nemici che sono l’Occidente, l’America e il mondo islamico “normale”. Per cui non vedo che cosa ci possa essere di più forte di quello che ha già fatto Osama.

Come ne esce il presidente Usa Obama da questa vicenda?

Credo che Obama ne esca molto bene. Vittorioso perché mentre George W. Bush per otto anni ha alimentato la retorica della “lotta contro il male” in realtà ha portato avanti un non-senso come la guerra in Iraq sottovalutando l’Afghanistan e non è riuscito poi a colpire la “testa del serpente”. Obama invece prima ha teso la mano al mondo islamico con il discorso fatto al Cairo, separando il mondo islamico dagli islamisti terroristi, e in secondo luogo senza confondere i piani ha raggiunto questo obiettivo fondamentale.

La guerra della destra neocon vinta dall’afroamericano democratico…

Sì. È un colpo all’interno di quella destra che accusava Obama di essere remissivo, di aver abbassato la guardia rispetto al terrorismo. Un colpo a quegli ambienti che cercavano di mettere sotto accusa, con il fatto che Obama voleva chiudere Guantanamo, un’intera strategia. Questa invece è stata la risposta intelligente dell’intelligence.

C’è chi sostiene che questo sarà un argomento della campagna elettorale di un Obama che fino a ieri era in crisi di gradimento.

Personalmente mi auguro che abbia un effetto più che positivo nell’opinione pubblica, perché questa è stata una vittoria di rilievo della sua politica. Non dimentichiamo che nel 2001 era finita sotto accusa proprio l’intelligence che non era riuscita a prevedere il disastro delle Torri gemelle. Be’ qui mi pare che siamo di fronte al contrario.