Chi diffama l’Italia? Ricordatevi dei tempi di…

«L’indegnità di un premier che diffama il proprio paese». Il quotidiano Europa ieri ha riservato un titolo incendiario alla frase con cui Silvio Berlusconi si è rivolto a Barack Obama sulla «dittatura dei pm». Niente di strano, fa parte della propaganda di un quotidiano che negli ultimi tempi ha accentuato la sua vocazione di house organ del Partito democratico, tanto da scriverlo sotto la testata con tanto di ramoscello ulivista. Altra benzina sul fuoco delle polemiche. Niente di nuovo sotto il cielo della dialettica politica, se non fosse che, le lezioni di patriottismo arrivano da una fazione che non ha mai avuto troppe remore nel massacrare l’avversario infischiandosene dell’italico buon nome.

Tonino tradotto in inglese

Qualche esempio? Verrebbe da chiedersi dov’erano quelli di Europa allorché Antonio Di Pietro scrisse due lettere di fuoco ai quotidiani internazionali. Una, a pagamento, sull’Herald Tribune, l’altra a The Guardian. Ve lo immaginate un parlamentare francese, inglese, statunitense o tedesco che compra una pagina su Repubblica per protestare contro Sarkozy, Cameron, Obama o la Merkel? Non era un fuori onda, né una frase estrapolata all’interno di un discorso ma una lunga missiva nella quale il leader dell’Italia dei Valori sollecitava i media internazionali a non spostare i riflettori dall’Italia. Oggetto del contendere il governo Berlusconi e “il lodo Alfano”. Atteggiamento più screditante per il nostro Paese non si poteva immaginare, anche perché neanche gli Stati Uniti sotto la presidenza di Bush padre e figlio o la Gran Bretagna di Margaret Thatcher, che pure hanno scatenato reazioni dure da parte dell’opposizione interna, hanno ricevuto un simile trattamento all’estero. Perché il vizio tutto nostrano e molto provinciale, è sempre quello di chiedere il sostegno della legione straniera contro il “nemico interno”.

Galli Della Loggia dixit
In questa condotta la sinistra è sovrana. Quando Silvio Berlusconi vinse le elezioni nel 1994, «i suoi avversari – come ha ricordato da Ernesto Galli Della Loggia sul Corriere della Sera – proprio all’opinione pubblica e ai governi stranieri si rivolsero, per settimane e settimane, invitandoli a tenere gli occhi bene aperti “sul pericoloso” governo appena insediatosi a Roma». Fu su quella spinta demagogica che faceva dire all’allora leader Dc, Mino Martinazzoli all’indomani della sconfitta elettorale che il peccato imperdonabile di Berlusconi era stato quello di «allearsi con i missini».   
Ma il vero ineguagliabile fuoriclasse delle figuracce internazionali ha abitato a lungo dalle parti di piazza Santi Apostoli. Romano Prodi nel corso dei cinque anni alla presidenza della Commissione Ue non solo è diventato lo zimbello della stampa internazionale. «Allarmante inclinazione alle gaffes», «scarsa padronanza delle lingue», «uomo inadeguato per quell’incarico», sono solo alcuni dei commenti della stampa europea. In particolare l’interesse di parte lo ha portato a screditare pubblicamente il nostro governo. Come quando riportò delle confidenze fattegli da Chirac contro l’esecutivo Berlusconi. «L’Italia ha perso spazio», «siete rimasti isolati». Ma fu lo stesso presidente francese a smentirlo.

Il Metternich di Gallipoli  
Un capitolo a parte meriterebbero le occasioni di imbarazzo provocate da Massimo D’Alema, all’epoca in cui era ministro degli Esteri. In campo diplomatico di certo molto più devastanti di una mezza frase di Silvio carpita durante un colloquio con un altro capo di Stato. Alla Farnesina ancora tremano le scrivanie per le telefonate di protesta dei governi inglese e spagnolo per una frase del Metternich di Gallipoli: «L’Ira e l’Eta da gruppi terroristici sono diventati movimenti politici. Dobbiamo incoraggiare questa metamorfosi in Medio Oriente. Le sigle che sono dedite al puro terrore vanno invece combattute e sconfitte». E se vogliamo parlare proprio di “photo opportunity”, come ha ironizzato il quotidiano diretto da Stefano Menichini riguardo allo scatto Berlusconi-Obama, allora andrebbe ricordata l’immagine che ritraeva l’allora ministro degli Esteri a braccetto con un rappresentante di Hezbollah. Proteste per il danno al buon nome dell’Italia? Non pervenute.

Pierferdy e Massimo: c’eravamo tanto odiati
Sempre a proposito di D’Alema e di scarsa memoria, citofonare Casini. All’indomani dell’elezione di Napolitano al Quirinale, il leader Udc tirò pubblicamente un sospiro di sollievo sulla mancata elezione di “Baffino”, il quale all’epoca aspirava alla presidenza della Repubblica. «Sarebbe stata una vergogna per tutta Italia», «uno scandalo internazionale», disse in un duro faccia a faccia con D’Alema a Ballarò, vantandosi di aver contribuito alla sua mancata elezione. «Grazie all’iniziativa nostra – sibilò perfidamente Casini contro l’allora vicepremier – stai al governo come devi stare e non usurpi cariche istituzionali in questo Paese. Sei un arrogante». D’Alema replicò definendo Casini «una macchietta». Era il maggio 2006. Ieri sera Pier Ferdinando e Massimo hanno chiuso insieme a Macerata la campagna elettorale sostenendo il candidato alla Provincia. Cinque anni dopo è tutto dimenticato. In certi casi la vergogna può attendere.