Che beffa per la Cgil: l’industria riparte, comincia…

Non è più profondo rosso. A pochi giorni dallo sciopero cigiellino «contro la crisi» arrivano dati che smentiscono le previsioni nefaste della Camusso: la produzione industriale dà forti segnali di risveglio. A marzo è aumentata dello 0,4 per cento rispetto a febbraio e del 3,1 per cento rispetto al 2010. Un aumento significativo, specie se rapportato a quanto accade all’estero. Ed è, secondo l’Istat, una tendenza di crescita reale (e non supposta). Ne consegue, quindi, che, anche se al momento sono del tutto insufficienti per determinare quell’input che sarebbe necessario per dare risposte concrete sul fronte del lavoro e dello sviluppo, queste cifre rappresentano un segnale importante per l’andamento dell’economia.

L’autogol della Cgil
Al contrario di quanto afferma la Cgil, e nonostante gli scioperi che non aiutano certo la capacità competitiva del Paese, il sistema produttivo tende quindi a manifestare nuovo vigore, sebbene a un ritmo ancora non del tutto sufficiente. Accelerano soprattutto i comparti dei beni strumentali (+ 8,5 per cento su base annua), dei beni intermedi (+3,8), dei macchinari e delle attrezzature (+16,5), della metallurgia e della fabbricazione di prodotti in metallo (+7), della fabbricazione di mezzi di trasporto (+6,7). È già un risultato. Ma le cose potrebbero anche migliorare in virtù delle misure di sostegno allo sviluppo che il governo ha varato la scorsa settimana e che hanno avuto una buona accoglienza da parte degli industriali. Di questa situazione prende atto anche la Cgil che, a pochi giorni dallo sciopero generale, è costretta a rimangiarsi tutti gli slogan portati in piazza e a rilevare che «i dati quando sono positivi non possono che essere confortanti».

Da Corso d’Italia all’Ugl
Tutti contenti? No. A Corso d’Italia fanno osservare che «questo non è il momento di gioire, ma quello delle scelte». Come se l’esigenza evidente di  trovare strade che fortifichino gli incrementi produttivi fossero in contrasto con la possibilità di brindare ai risultati già conseguiti. Più realista, invece, l’Ugl. Il segretario confederale Cristina Ricci guarda ai dati Istat e fa notare che si tratta sicuramente di «cifre positive». «Il motore dello sviliuppo – rileva – è però ancora inceppato». Un ragionamento realistico che pone al centro di una più vigorosa crescita l’esigenza di «aumentare il potere d’acquisto della famiglie» per lasciare la crisi alle spalle.

La ricetta Ocse
L’Italia ha ancora molta strada da fare, ma ne ha sicuramente percorso una parte importante: ha cominciato a riprendersi. L’Ocse guarda alla situazione attuale e si dice soddisfatta del lavoro svolto dal nostro Paese in campo pensionistico, sul fronte del mercato del lavoro, della tenuta del sistema bancario e dei conti pubblici tenendo soprattutto sotto controllo il fabbisogno. «Tuttavia – fa notare il segretario generale, Jose Angel Gurria – in un ambito in cui la ripresa globale è ancora fragile, mi sembra che il problema resti il recupero della produttività che è il fattore precursore della competitività». Se non ci saranno sorprese negative tra il 2013 e il 2014 il Pil potrebbe tornare ai livelli precedenti la crisi e poi puntare a crescere a ritmi sostenuti. Ma per farlo  bisogno di riforme strutturali e del completamento dell’avviato processo di liberalizzazione dei servizi. L’imperativo è «ridurre le barriere regolatorie e amministrative alla competizione, migliorare l’efficienza dell’istruzione secondaria e terziaria, aumentare l’efficienza del sistema fiscale, diminuire le proprietà pubbliche, riorientare l’economia verso la crescita sostenibile dal punto di vista ambientale  e migliorare ulteriormente il funzionamento del mercato del lavoro». Tutte cose in parte già fatte o sul tavolo del governo. Da una parte si punta al taglio della spesa pubblica, dall’altra si cerca di allargare la base imponibile per aumentare il gettito. «Il governo – sottolinea l’Ocse –  prevede di ottenere praticamente tutto il consolidamento del 2011 – 2013, attraverso tagli alla spesa e riduzione dell’evasione fiscale», che in Italia raggiunge il 30 per cento del prodotto interno lordo.

I servizi pubblici
L’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo mete sotto osservazione i nostri servizi pubblici che rappresentano una palla al piede per il sistema economico e che i tecnici parigini invitano a superare con le liberalizzazioni. Per questa via, infatti, non solo si aumenta e si fluidifica l’offerta al pubblico, si riducono anche i costi. Si pensi alle municipalizzate, che rappresentano un vero e proprio feudo delle forze politiche e che offrono servizi a costi più alti della media europea, spesso con un livello di efficienza inferiore. Aziende dei trasporti, dell’energia, della distribuzione dell’acqua e del gas le cui tariffe negli ultimi anni sono andate lievitando sempre di più sottraendo alle famiglie una parte importante del loro reddito disponibile attraverso le bollette.

Le bugie sull’acqua
L’acqua è sotto osservazione. Si sta per tenere un referendum contro la privatizzazione, che viene messa sotto accusa da più parti, ma in realtà si commette un errore di fondo. La legge che gli italiani sono chiamati ad abrogare non privatizza l’acqua ma la distribuzione. E in questo senso, secondo l’Ocse, si tratta di «una riforma necessaria». Nell’Economic Survey dedicato all’Italia, l’Organizzazione parigina scrive che «aprire alla competizione, e allo stesso tempo permettere la fusione tra società, potrebbe ridurre i costi» e garantire maggiori investimenti, visti gli «scarsi» fondi a disposizione del settore pubblico. E sì, perché, stringi, stringi alla fine di questo si tratta: fare in modo che le risorse disponibili per migliorare il servizio aumentino tenendo conto che le disponibilità pubbliche non sono infinite.

Cosa si privatizza?
Da qui la privatizzazione, non dell’acqua, ma del servizio di distribuzione che oggi non riesce a svolgere efficacemente il suo ruolo. Le condutture che portano il prezioso liquido negli ottomila comuni italiani sono infatti ridotti un colabrado e perdono per strada il quaranta per cento della risorsa trasportata. Il rapporto sottolinea che in Italia «una questione  fondamentale è che molte aziende di servizio pubblico erano, o sono tutt’ora, società pubbliche o dipartimenti dipendenti da amministrazioni comunali. Sarà pertanto difficile conseguire obiettivi fino a quando non si affronteranno i conflitti d’interesse». Conflitti che, almeno per l’acqua, il governo intende in gran parte superare. Chi si oppone, gridando all’esproprio di un servizio di primaria importanza, o è in malafede o non ha capito. Si diceva che il bene acqua non è in discussione. La distribuzione sì, ma per migliorarla con i capitali privati non per farne crescere il costo. I rincari? Intanto si tratta di vedere se ci saranno. Poi se saranno giustificati. Teniamo conto che basterebbe recuperare una parte di quanto viene perso per strada, a causa della vetustà delle tubature, per finanziare molte spese.