«Centrali chiuse entro il 2022». La Merkel scontenta…

L’annuncio è affetto. Entro il 2022 la Germania rinuncerà al nucleare. Al termine di un lungo negoziato con i partiti della maggioranza la cancelliera Angela Merkel («Saremo i pionieri, è una svolta per l’energia elettrica») ha disposto la chiusura definitiva degli otto reattori più vecchi del Paese, fermati per precuzione dopo il disastro di Fukushima. Altre sei centrali verranno chiuse entro il 2021 e le rimanenti tre un anno più tardi.
Una soluzione che, se da una parte ricalca quello che era l’antico piano del socialdemocratico Schroeder, dall’altra ha incassato la bocciatura degli industriali e dei mercati. Hans-Peter Keitel (l’omologo della nostra Marcegaglia) ha liquidato come «rischiosa e priva di senso» la proposta di legare l’abbandono dell’atomo a una data prestabilita. Ancora più impietoso il giudizio della borsa di Francoforte con i titoli legati all’energia in caduta libera. Per la Merkel si apre ora un nuovo fronte di battaglia, proprio con quel mondo industriale che spesso ha rappresentato una parte consistente del suo bacino elettorale.
Vista a distanza di sicurezza, la scelta tedesca ha una lettura semplice secondo il senatore Pd, Umberto Veronesi. «L’influenza e l’ondata di panico per Fukushima ha creato un’emozione che si è riflessa anche al mondo politico: il terrore di perdere voti ha fatto prendere decisioni in quella direzione». L’oncologo, che è anche presidente dell’Agenzia per la Sicurezza sul Nucleare, ha definito queste decisioni come frutto di «decisioni legate a un evento specifico, non sono nessuna valutazione razionale del tema». Mentre in merito al referendum sul nucleare del 12-13 giugno Veronesi ha spiegato che «non tocca a me dire alla gente se andare o meno a votare. Il referendum deciderà sul tema, e noi ci rimetteremo alla volontà popolare». E in merito alla sua Agenzia per la Sicurezza sul Nucleare, che qualcuno sospettava fosse “congelata”, l’oncologo ha precisato: «No, esiste ancora». Un tema quello del nucleare che divide trasversalmente gli schieramenti politici. Per un esponente Pd che sostiene il nucleare, un anti-nuclearista della prima ora come il deputato Pdl, Fabio Rampelli plaude alla decisione tedesca «Non è vero che i paesi industrializzati non possono farne a meno visto che la Germania è il paese più industrializzato d’Europa. La decisione tedesca segna la fine di un’epoca». Rampelli auspica «a questo punto che la maggioranza apra una riflessione e non si faccia più abbindolare dalla lobby dell’atomo per rivendicare politicamente, in quanto atto cosciente e responsabile, la cancellazione del programma nucleare, invece di subirlo come una sconfitta. Si tratta invece di un grande atto di coraggio e lungimiranza».
In campo internazionale fa scalpore anche la decisione del Consiglio federale elevetico di uscire gradualmente dal nucleare. Tuttavia, come nota il consigliere federale Doris Leuthard, la riununcia è condizionata. «Se nei prossimi 30 anni dovesse riuscire la fusione nucleare e se i vantaggi dell’atomo dovessero tornare a essere preponderanti si potrebbe nuovamente adattare la legge». Per l’esponente Ppd e consigliere federale non bisogna inoltre «farsi illusioni» riguardo a un’indipendenza totale dal nucleare: la Svizzera continuerà a importare corrente, e all’interno di questa quota vi sarà sempre una parte di energia atomica. L’orientamento espresso mercoledì dal Consiglio federale raccoglie comunque ampie consensi: l’80 per cento della popolazione è favorevole alla decisione presa dall’esecutivo, 6 punti in più rispetto a un’analoga indagine condotta due mesi fa subito dopo la catastrofe di Fukushima. Per Giovanni Leonardi, il presidente di Alpiq, l’abbandono dell’atomo entro il 2035 «è possibile, ma bisogna chiedersi a quale prezzo». È in gioco la sicurezza dell’approvvigionamento, mette in guardia il manager ticinese. A suo avviso parte di quanto affermato dal governo non è condivisibile. «La limitazione dei consumi di un quarto, entro il 2050, nei confronti delle stime realizzate finora è completamente irrealistico», sostiene il numero uno dell’ex Atel. Per compensare la mancata realizzazione di due centrali atomiche servirebbero otto impianti a gas. Inoltre «tutti erano d’accordo sul fatto che fosse scarso il potenziale di ampliamento dello sfruttamento idroelettrico, ora invece improvvisamente bisogna fortemente ampliare questo settore». Un’idea in questo senso viene fornita da uno studio dell’università di Zurigo. Intanto, per l’8 giugno, è prevista la sessione straordinaria del parlamento sull’energia nucleare.
Tornando alla scelta tedesca, colpisce che Greenpeace, anziché esultare abbia reagito con «sgomento» alla decisione presa dal governo. La data del 2022 per l’uscita dal nucleare viene definita «assolutamente inaccettabile». Per l’associazione ambientalista a questo punto la scadenza del 2022 potrebbe anche slittare poiché non è chiaro se la retromarcia sul nucleare dovrà essere approvata dal Parlamento o meno.