Cauto ottimismo e meno disoccupati: ma prima…

Un piccolo rebus c’è. Prima del voto sembrava che tutto fosse destinato a crollare, i catastrofisti la facevano da padroni, le statistiche infilavano una cifra negativa dietro l’altra, nessuna speranza per i giovani (e nemmeno per i meno giovani), solo chi aveva la fortuna di essere un bamboccione poteva contare su qualche anno di tranquillità  grazie ai genitori piccolo borghesi. Subito dopo il voto, la situazione è rapidamente cambiata: c’è chi, come Mario Draghi, invita all’ottimismo e ci sono i dati Istat che dimostrano come, nonostante la crisi, si registra persino un calo della disoccupazione. Per giorni stampa e tv non hanno detto nulla, perseverando nella strategia di delegittimazione di Palazzo Chigi.
Ma andiamo per ordine. «Il declino non è ineluttabile», ha detto il governatore della Banca d’Italia nelle sue considerazioni finali all’annuale assemblea (il 24 giugno sarà nominato presidente della Bce). Ha guardato agli scenari economici che l’Italia ha di fronte rilevando che l’imperativo «è tornare a crescere» per agganciare lo sviluppo e creare più posti di lavoro. Il Paese può farcela in quanto «la crescita di un’economia non scaturisce solo da fattori economici, dipende dalle istituzioni, dalla fiducia dei cittadini verso di esse, dalla condivisione di valori e speranze. Gli stessi fattori – ha aggiunto Draghi – che determinano il progresso di uno stato». Servono però provvedimenti credibili agli occhi degli investitori internazionali e una manovra correttiva orientata a favore della crescita. Obiettivi: pareggio di bilancio, migliori infrastrutture, più produttività, meno tasse e anche un mercato del lavoro più inclusivo per giovani e donne. Ma attenzione alla flessibilità del lavoro «non sempre è un fattore positivo».
La situazione, quindi, non sembra essere tanto drammatica come la si voleva dipingere soltanto qualche giorno fa, prima della tornata elettorale. Probabilmente il governo non è stato nelle condizioni di comunicare come avrebbe dovuto illustrando agli italiani le scelte assunte in materia economica (o forse una certa informazione non ne ha voluto parlare, per motivi politici). Ma i dati sull’occupazione, resi noti ieri dall’Istat, devono far riflettere: ad aprile il tasso di disoccupazione è calato nel nostro Paese all’8,1 per cento (l’8,3 per cento a marzo). 0,2 punti percentuali in meno che non sono una rivoluzione, ma hanno un preciso significato in termini tendenziali, anche perché la diminuzione su base annua arriva allo 0,6 per cento. Cifra, spiega l’Istituto di statistica, che si situa al livello minimo dall’agosto del 2009 e che si affianca alla leggera flessione (dal 28,6 al 28,5) della disoccupazione giovanile (15-24 anni) tra i mesi di marzo e aprile.
Eppure anche qui le ragioni di governo e maggioranza sono state “offuscate” per dare spazio alle teorie catastrofiste delle opposizioni. Sul lavoro per i  giovani, ad esempio, sembrava che l’Italia fosse il vagone di retroguardia, ma così non è: da noi non trova un impiego il 28,5 per cento, ma in Spagna questa percentuale sale al 44,4. Abbiamo di che gioire? Certamente no. Ma non si può non tenere conto che c’è chi sta peggio e che, tutto sommato, abbiamo fatto del nostro meglio per contrastare il fenomeno. I giovani, in sostanza, fanno bene ad essere preoccupati ma, come ha più volte sostenuto Berlusconi, vale la pena di essere ottimisti. Quello stesso ottimismo di cui ieri Draghi riconosceva il valore propositivo e di rilancio dell’economia.
Dai giovani all’intero universo della popolazione attiva. In Italia i disoccupati erano ad aprile l’8,1 per cento del campione, ma nell’Europa dell’euro salivano al 9,9 e nell’intera Ue si assestavano al 9,4 per cento, in leggero calo rispetto al 9,5 per cento di marzo. Ovunque si beneficia in qualche modo della leggera ripresa in atto, anche se in Italia sono per ora soprattutto i cassintegrati a raccoglierne i frutti. Le cose però vanno meno male di quanto non si vorrebbe far credere, visto che il differenziale (meno 1,8 punti rispetto alla media europea) tra Eurolandia e il nostro Paese si è ampliato, a dimostrazione del fatto che le politiche adottate da noi sono state forse più virtuose di quelle messe a punto altrove.
Una fotografia che Draghi ha sicuramente ben presente quando invita a non essere pessimisti e definisce appropriata l’intenzione «di anticipare a giugno la manovra correttiva» con l’obiettivo del pareggio di bilancio nel 2014. La strategia dev’essere quella di ridurre il peso delle tasse su imprese e lavoro, compensando il minor gettito con il recupero dell’evasione. In questo modo si liberano risorse, sottraendole all’ipoteca del fisco e facendo pagare il conto al sommerso, con benefiche ricadute anche sul fronte della competitività delle imprese più virtuose che oggi si trovano spesso a soccombere di fronte alla concorrenza di chi lavora in nero.
L’inquilino di Palazzo Koch ha ricordato la sua ricetta per lo sviluppo, puntando l’indice contro le inadempienze della politica, responsabile di molti appuntamenti mancati che – ha sottolineato – «fanno venire in mente l’inutilità delle prediche di un mio ben più illustre predecessore». Riferimento a Giulio Einaudi che, nell’Italia del miracolo economico, cercava di individuare le cause profonde della mancanza di solidità dei progressi compiuti e di indicare gli opportuni rimedi. Le norme del buon governo facevano capo all’economia, alla scuola, alla pubblica amministrazione, alla legislazione sociale e al finanziamento dei partiti. «Le riforme compiute a tempo – amava ripetere Camillo Benso conte di Cavour – rafforzano l’autorità». «Il nostro Paese – ha aggiunto il governatore – ha compiuto grandi progressi nelle condizioni materiali di vita grazie alla laboriosità, all’ingegno, alla capacità di sacrificio», ma oggi «vanno sconfitti gli intrecci di interessi corporativi». Questa è una condizione essenziale per «unire solidarietà e merito, equità e concorrenza, e per assicurare una prospettiva di crescita». Obiettivi conseguibili? Non ci sono dubbi: nel nostro Paese «ciò che può unire è più forte di ciò che divide».