Bossi gela Bersani: «Non farti illusioni, il governo…

Volgare, pericolosa, razzista, xenofoba, secessionista, egoista. La Lega, una sorta di Calimero non innocuo ma pericoloso, tanto pericoloso da prenderne le distanze. È stata questa la tesi (o meglio, l’arma) usata dal centrosinistra contro il Pdl, accusato di andare a braccetto con il partito più dannoso per il Paese. Le cose sono cambiate radicalmente, in sole ventiquattr’ore, dal momento in cui si sono conosciuti i risultati elettorali e occorre radunare tutte le forze per spuntarla nei ballottaggi. Da Calimero pericoloso la Lega si è trasformata nella culla dei desideri. I democratici la cercano, la corteggiano, le mandano messaggi. Ma il tentativo viene vanificato sul nascere.

Porta in faccia a Bersani e Fassino

«Conseguenze sul governo? Non fatevi illusioni. Abbiamo perso ma al secondo turno vinceremo», dice Umberto Bossi rispondendo ai giornalisti che gli chiedono se un’eventuale sconfitta della maggioranza ai ballottaggi avrebbe ripercussioni sulla tenuta dell’esecutivo. L’asse tra Carroccio e Pdl è solido e le sirene del centrosinistra, che hanno suonato ininterrottamente fin dalla chiusura delle urne dopo la prima tornata di consultazioni di domenica e lunedì, non hanno ottenuto risultati. Porta in faccia a Pierluigi Bersani e porta in faccia anche a Piero Fassino. Il primo aveva sollecitato i leghisti a cambiare cavallo, assicurando i voti per fare il federalismo, il secondo invitava il Senatùr e i suoi a una «riflessione», osservando: «Per una vera intelaiatura federalista devono allearsi con noi e non con la destra. Stare attaccati a Berlusconi non ha prodotto un vero federalismo e sta facendo perdere un mucchio di voti alla Lega». Un tentativo palese di tirare per la giacchetta Bossi, che Roberto Maroni liquida con una battuta: «Ho letto quanto riportato da alcuni quotidiani sullo sganciamento dal governo – afferma – ma ho anche parlato con Bossi e non mi risulta abbia detto questa cosa».

Non tutto è tranquillo
Niente fughe, dunque, anche se si dovesse perdere il Comune di Milano. Ma è chiaro che a Via Bellerio ritengono sbagliata la campagna del sindaco che ha preceduto il primo turno di consultazioni. Tant’è vero che la stessa Moratti, nel tentativo di tappare le falle, ha già messo al lavoro un nuovo staff tecnico per dare il via alla rincorsa che dovrebbe portare al ballottaggio. Alla testa c’è Paolo Glisenti, l’uomo expo, che si ritiene possa imprimere la marcia in più per far partire la strategia nuova che, in prospettiva, dovrebbe rendere possibile la vittoria finale. Per l’immediato, invece, si tratta di tacitare Bossi che ieri ha lanciato un avvertimento: «Non ci faremo trascinare a fondo dal Pdl».
Non tutto è tranquillo, quindi. «Alcune scelte ci hanno diviso», aveva commentato con realismo Silvio Berlusconi nel corso di un vertice a Palazzo Grazioli ma «da adesso in poi ogni decisione sarà condivisa». «La maggioranza è compatta  – faceva sapere il premier –  e questo consentirà di fare le riforme, perché la solidità del governo non sarà messa in discussione, a prescindere dall’esito dei ballottaggi». Allora si riparte con la campagna elettorale? Non ancora. Il Cavaliere sta riflettendo sulla possibilità di impegnarsi in prima persona per recuperare lo svantaggio e vincere il ballottaggio a Milano. La decisione definitiva, in ogni caso, verrà assunta sulla base dei sondaggi che dovranno verificare se ci sono i margini per ribaltare il risultato, oltre che, naturalmente, dalla strategia che il sindaco Moratti e i vertici del Pdl decideranno di adottare in questi quindici giorni.

Tra vertici e strategie
Una vera e propria girandola di incontri sta impegnando il Pdl e Berlusconi con sul tavolo l’esigenza di serrare i ranghi rimandando ogni possibile verifica a dopo il voto di ballottaggio. Nel mirino c’è sempre l’Udc, incalzata a schierarsi con il centrodestra nonostante il pronunciamento del Terzo polo che ha lasciato libertà ai propri elettori. Con Casini e i suoi, infatti, si ritiene di poter fare emergere delle posizioni comuni. E ieri se n’è avuta la conferma in Parlamento, con importanti pronunciamenti sui temi del testamento biologico e dell’omofobia, che hanno fatto emergere una sorta di maggioranza etica.
Tornando al discorso Pdl-Lega si può dire che Bersani e Fassino abbiano lanciato l’amo ma Bossi non ha abboccato. Ammaccato, un po’ ingolfato dalle polemiche interne alla maggioranza, il Carroccio esce dal primo turno delle amministrative senza trionfalismi, ma capisce che se vuole vincere lo sprint finale dei ballottaggi, in due settimane dovrà trasformarsi in una fuoriserie. «Non perdiamo», ripete Bossi, che critica la campagna elettorale portata avanti nelle scorse settimane e avvisa: «Non ci faremo trascinare a fondo». E le polemiche con Silvio Berlusconi?  Non ci sono state e, comunque, a Via Bellerio tendono a smorzare ogni attrito per evitare sbandate pericolose nel corso della volata per il voto di ballottaggio.

Rinviata la verifica
Per l’eventuale verifica c’è tempo. Del resto come di fa a prestare ascolto a un Pd che, non più tardi di un mese e mezzo fa, nel corso delle celebrazioni per i 150 anni dell’Unità d’Italia, faceva il tiro al bersaglio contro la Lega, accusata di sentimenti antitaliani, e faceva le pulci al Pdl, a cui chiedeva conto del come e del perché riusciva ad andare a braccetto con chi non festaggiava il compleanno dell’Unità rifiutandosi, in qualche caso, di spegnere le 150 candeline sulla torta. Fassino, adesso, queste polemiche sembra averle dimenticate anche se continua ad accusare la Lega di «ambiguità», perché nella Capitale sta con Berlusconi e nelle valli lombarde spiega che è un’altra cosa rispetto al governo. «Una doppia verità – sottolinea Fassino – che è insostenibile. Non si può gridare “Roma ladrona” e poi tenergli il sacco».
Il Pd, in sostanza, utilizza il metodo del bastone e della carota, tentando per una via di blandire la lega e per l’altra di intimorirla. Ma il Senatùr non si fa condizionare. Stando ai bene informati avrebbe riunito i vertici del partito e avrebbe chiesto ai suoi di fare quadrato soprattutto nel tentativo di realizzare, parafrasando un celebre film di Vittorio De Sica, un “Miracolo a Milano”, ribaltando l’esito del primo turno alle comunali meneghine. L’impresa, infatti, anche se avrebbe quasi del miracoloso, non appare impossibile. «La Lega – spiega Roberto Calderoli –  è impegnata per vincere i ballottaggi di fine mese e ce la metteremo tutta per vincerli». E a Bersani manda a dire che il Carroccio sta «con chi le riforme le vuole davvero e può realizzarle». Insomma, l’asse con Berlusconi regge. «Al ballottaggio – avvisa Matteo Salvini – daremo il 101 per cento».
Intanto, il Terzo polo ha detto no agli apparentamenti a Milano e a Napoli. «Né per Moratti, né per Pisapia», è stato rilevato in una nota. E i grillini hanno fatto altrettanto. Fedele Confalonieri, invece, ha analizzato il risultato del primo turno e ha sottolineato che «Berlusconi ha esagerato un po’ a fare della consultazione per le amminitrative una questione nazionale». Ma «Milano non è ancora persa». Il Cavaliere  e Bossi sono alla rottura? «Non penso proprio», ha rilevato Confalonieri.