«Berlusconismo agli sgoccioli…» Lo dicono dal ’94

«Del berlusconismo, ormai, è moda parlarne al passato. Come una fase storica che ci stiamo lasciando alle spalle. La crisi politica del governo Berlusconi viene sempre più spesso associata, da quanti fanno opinione, al tramonto di un sogno (per i fan) o di un’illusione (per i delusi): il governo barcolla perché l’Italia non ci crede più». È l’incipit di un articolo firmato da Ugo Magri a pagina 5 de La Stampa  A) di un mese fa, B) di un anno fa C) di sei anni e un mese fa. La risposta alla fine dell’articolo, come nelle migliori pubblicazioni di enigmistica.

Eugenio aveva (quasi) ragione
Intanto tiene banco un’altra domanda. Da quanto tempo si scrive e si profetizza la fine del berlusconismo? Una approssimativa ricerca in emeroteca vede un quotidiano in testa alla classifica delle previsioni. Neanche a dirlo, Repubblica, che non solo incamera uno sterminato numero di citazioni ma vanta pure il record di averlo previsto prima di tutti. È inutile che oggi si affannino i vari Dario Franceschini o Walter Veltroni, che in questi giorni danno per spacciato Silvio e tutti quelli che ancora gli vanno dietro. Eugenio Scalfari (nella foto) aveva capito tutto nell’agosto del 1994. Guarda caso in un articolo in proposito dell’“ideologia milanese” che aveva fatto da humus alla nascita del fenomeno. In una delle sue rimonate articolesse, Barbapapà vedeva già i titoli di coda per quel fenomeno effimero, «ecco così spiegato il rapido logoramento del berlusconismo dopo appena cento giorni dalla sua presa del potere». Insomma, Scalfari dopo poco più di tre mesi aveva già capito che era questione di poco. Berlusconi era agli sgoccioli. Prima o poi, si potrà dire che lui l’aveva detto prima degli altri.   

Il record di “Repubblica”
Il quotidiano diretto da Ezio Mauro vanta anche il recordman delle profezie sulla fine imminente del Cavaliere. Quel diabolico strumento rappresentato dalle banche dati offre un numero impressionante di articoli a firma di Curzio Maltese associati alla frase «fine del berlusconismo». Più che un tema, un ossessione. Il tramonto della stagione berlusconiana è ormai argomento da conversazione in ascensore o in Frecciarossa, “trendy” quasi come la sparizione delle mezze stagioni. A scorrere indietro nel tempo, in campo politico i profeti sono stati tanti, non solo tra gli attuali avversari, ma anche tra gli ex alleati. Oggi lo dicono quelli di Futuro e libertà e del Pd. Più o meno quello che sostenevano nel ’94, alla prima crisi del centrodestra, gli allora oppositori, il leader Dc, Mino Martinazzoli e quello del Pds, Achille Occhetto. Nel Pantheon dei profeti della imminente fine del berlusconismo, uno stuolo di politici ormai in pensione. Vi ricordate dalla ministra pugile Katia Bellillo? Nel 2002 argomentava su la Rinascita della Sinistra che in pieno clima di girotondi la manifestazione oceanica di San Giovanni e alla luce delle grandi manifestazioni no global di Porto Alegre tutto segnava un unico dato certo: il «rifiuto totale del berlusconismo». «I cittadini – scriveva la parlamentare cossuttiana – chiedono un progetto di società alternativo a quello delle oligarchie economiche liberiste».

Il Cavaliere? Ha gli anni contati
Tra i postcomunisti la profezia ha spesso assunto la connotazione di un auspicio, più che un’analisi una danza della pioggia, da qui i titoli a iosa sui vari quotidiani della sinistra, da l’Unità a Liberazione. Ma alla tentazione di liquidare frettolosamente la pratica non si è sottratta la stampa di centrodestra, vendendo la pelle dell’orso Silvio con leggero anticipo. Nel 2005, con impressionante sincronia Secolo, Indipendente e Il Foglio con toni e sfumature diverse, vedevano la stagione berlusconiana pressoché al capolinea. Un fine corsa che ancora non è arrivato. A conferma che nessuno è esente da errori di valutazione quando si parla del futuro politico di Berlusconi.
Forse l’immagine più efficace l’ha fornita l’amico di vecchia data, Fedele Confalonieri: «Lui è come Anteo, se lo butti a terra moltiplichi le sue forze».  Tutti, almeno una volta, lo hanno dato per finito. Prendete Vittorio Sgarbi, in più di un’occasione ha bacchettato il Cav per la sua mentalità accentratrice. «Nel calcio Berlusconi capisce tutto, in politica invece è convinto che si possa vincere mandando in campo uno solo, cioè lui». Sei anni fa era convinto: «È in crisi la sua capacità di fascinazione. Qualunque cosa faccia, in questo momento, sbaglia». Situazioni come quella del day after di Milano e Napoli ricordano la batosta del giugno 2004, allorché l’ex sindaco di Sesto San Giovanni, Filippo Penati, strapppò la poltrona alla presidente uscente della Provincia Ombretta Colli. Anche in quel caso persino i  berlusconiani di ferro come Paolo del Debbio, cominciarono a dubitare delle capacità di ripresa di Silvio-Anteo. «Forse è finita una fase di innamoramento con Berlusconi», azzardava in un’analisi con il Corriere della Sera. Pure quasi tutte le vecchie volpi democristiane almeno una volta hanno detto la frase fatidica. Da Clemente Mastella a Bruno Tabacci, da Marco Follini a Paolo Cirino Pomicino tutti nel corso di questi diciassette anni almeno una volta hanno considerato archiviata la pratica “Silvio B”. Insomma, per parafrasare un vecchio aforisma: il berlusconismo ha gli anni contati.
A questo punto manca solo la risposta al quiz. Accendiamo la lettera C. L’incipit dell’articolo in questione è del 18 aprile 2004. Ma fosse stato riciclato ieri, chi se ne sarebbe accorto?