Addio vecchi modelli, per lavoro e credito cresce…

Sono falliti i modelli economici di riferimento, quelli che per anni sono stati indicati come l’obiettivo finale, la soluzione, la risposta alle esigenze della società contemporanea. È fallito il liberismo, la cultura del mercato senza regole, che avrebbe dovuto portare in dote l’eliminazione dei lacci burocratici, della cappa statale, una concorrenza maggiore e un ventaglio di opportunità per i giovani imprenditori. È fallito il socialcomunismo, bocciato dalla storia e dai fatti, con la sua logica “riduttiva” della lotta di classe. Con i due modelli è venuta meno anche la credibilità della Confindustria da una parte e della Cgil dall’altra, legate sottilmente alla nostalgia per i due modelli. Crisi economica, aziende al palo, famiglie in difficoltà, consumi ridotti all’essenziale sono gli elementi della sentenza di condanna.

Va superato lo status quo
I disoccupati aumentano e, tra i 16 e i 24 anni, solo un giovane su quattro trova lavoro. Cifre da allarme rosso, anche se l’Italia non è sicuramente il Paese che sta peggio nell’ambito dell’Ocse e dei partner europei. La situazione è difficile ma i problemi sono comunque di prospettiva. Se si vogliono dare risposte si impone una riflessione. Il lavoro non nasce per caso e oggi, con la montagna del debito che l’Italia ha sulle spalle, il settore pubblico non può sicuramente fare quello di cui avremmo bisogno. Ma anche i privarti hanno le loro difficoltà. L’uscita dalla crisi, ammesso che si sia ormai in questa situazione, presuppone riconversioni e cambi di strategie che necessitano di investimenti cospicui. Oltre il quaranta per cento delle piccole imprese e quasi la metà di quelle medie stanno proponendo prodotti più innovativi,  rafforzando il proprio marchio e fidelizzando la clientela.

Il crocevia del credito
Ma le risorse private mancano e il ricorso al credito è troppo costoso. Il che rappresenta sicuramente un limite. C’è un trenta per cento di forza lavoro che resta tagliato fuori dai normali meccanismi di mercato e che vede frustrate le sue aspettative, con tutto quello che questo significa in termini di sviluppo. Spingere sull’autoccupazione è diventata ormai un’esigenza imprescindibile. L’impresa familiare e artigianale potrebbero tornare regine. Ma con la famiglia in crisi le risorse proprie non ci sono e quelle bancarie sono limitate dagli accordi di Basilea, progressivamente uno più penalizzante dell’altro. La banche chiedono garanzie  (secondo il Censis da giugno 2009 a giugno 2010 i vincoli reali sono cresciuti del 34,8 per cento) che solo le grandi aziende, che tra l’altro hanno aperte le strade dell’autofinanziamento e del mercato azionario, sono in grado di dare. Così tutto il mondo della piccola e media impresa, sottocapitalizzato per natura, resta tagliato fuori e si trova praticamente impossibilitato a travare i mezzi per finanziare i suoi progetti.

Al Nord come nel Mezzogiorno…
Il settore manifatturiero, a cui è legato gran parte del made in Italy a livello internazionale, necessiterebbe di un sistema creditizio particolarmente efficiente per superare la crisi della domanda mondiale che sta colpendo soprattutto le esportazioni dei beni tradizionali, in sofferenza accentuata di competitività per il prezzo delle merci prodotte nei Paesi caratterizzati da bassi costi di manodopera. Ma questa efficienza non c’è. Non c’è al Nord, ma non c’è soprattutto nel Meridione d’Italia. Chi pensa, infatti, che le imprese si confrontano con le stesse difficoltà indipendentemente dalla propria allocazione è del tutto fuori rotta. All’inizio della crisi, da un’indagine di Unioncamere, condotta su 1.400 imprese di medie e piccole dimensioni, emergeva che la quota di Pmi che dichiaravano di aver avuto difficoltà di accesso al credito era di circa il 29 per cento. Ma, se si consideravano solo quelle meridionali, la percentuale saliva al 36 per cento. Poi la situazione è anche peggiorata. Se il 48,7 per cento delle Pmi (con un massimo quindi di 249 addetti) ha riscontrato difficoltà nella richiesta di finanziamenti alle banche a livello nazionale, molto più problematica è risultata la situazione nel Sud del Paese, dove, ad esempio, in Puglia, Basilicata, Calabria, Campania, Sicilia e Sardegna, la quota supera il 55 per cento.

La necessità di una terza via

Il quadro generale, dunque, sembra essere abbastanza chiaro. Le maggiori difficoltà si riscontrano al Sud. Proprio là, cioè, dove maggiore è il bisogno di creare occupazione e dove far decollare l’iniziativa imprenditoriale privata potrebbe rappresentare la risposta giusta per dare un futuro ai giovani. Adesso, poi, c’è anche l’aggravante della situazione di cassa, rappresentata dai tempi di pagamento di clienti e committenti che, con la crisi, si sono via via allungati, contribuendo a rendere esplosivo uno stato di cose già ai limiti della tollerabilità. In un quadro di questo genere davvero non si capisce come possono fare queste imprese a presentarsi sul mercato con l’aspettativa di riottenere le quote perdute e, soprattutto, con la possibilità di investire e di creare lavoro. A meno di interventi volti, da un lato, a migliorare le condizioni di accesso al credito e, dall’altro, a incentivare gli investimenti tramite agevolazioni fiscali. Senza l’attivazione di politiche adeguate la marginalizzazione è dietro l’angolo, soprattutto al Sud. Allora bisogna per forza arrendersi? No, c’è una terza via anche per il lavoro: è quella della cooperazione. Ma anche qui c’è bisogno di scenari se si vogliono ottenere risultati positivi.

Il restyling delle cooperative
Le vecchie cooperative, infatti, sono diventate delle finanziarie e non fanno più il loro mestiere. Sul mercato, tra l’altro, ce ne sono di vere e di false, create appositamente per attrarre finanziamenti, ma del tutto ininfluenti sul fronte della creazione di lavoro. C’è bisogno di tirare le somme e pore le premesse per ripartire. E di questo deve farsene carico prima di tutto la politica, mettendo a punto la normativa necessaria e facendo in modo di rimuovere i blocchi esistenti, che assegnano il monopolio del settore alle cooperative rosse e a quelle vicine all’ambiente cattolico e tagliano fuori tutto il resto. Così le ricadute occupazionali sono destinate a farsi attendere. E i giovani ad aspettare soluzioni che rischiano di non arrivare mai.