«A volte il Sud può insegnare al Nord»

«Quando eravamo in un partito che arrivava a malapena al cinque per cento, ogni giorno si organizzava un dibattito o un convegno. Non contavamo niente, ma discutevamo come se le sorti del pianeta dipendessero da noi. Oggi, che un po’ le sorti del pianeta potremmo condizionarle davvero, ci immalinconiamo tra un pulsante rosso e uno blu». A parlare è Nicola Cristaldi, deputato Pdl, i pulsanti in questione sono quelli dell’aula di Montecitorio. Non a caso il parlamentare siciliano ogni tanto è costretto a interrompere la conversazione al cellulare perché deve scegliere quale pulsante spingere. Il suo è sempre stato idealmente a destra, prima Msi, poi An, quindi Pdl. Cristaldi all’attività di parlamentare unisce quella di sindaco di Mazara del Vallo, modello d’integrazione. «E non lo dico tanto per dire. Al convegno sulla pace e la solidarietà che si tiene in questi giorni nella nostra città ci sono più giornalisti stranieri che italiani». Il convegno in questione, in occasione della Settimana della Pace e della Solidarietà, vanta la presenza di un pezzo da novanta del pacifismo internazionale, più volte candidato al Nobel, l’indiano Prem Rawat. «Mi pare emblematico che un convegno su temi così ambiziosi si tenga in una città amministrata da un sindaco orgogliosamente di destra. Su questi temi la sinistra ha fallito con il suo buonismo qualunquista». Se gli chiedi di Mazara, Cristaldi ti risponde con un’alluvione di cifre: «Nella nostra città si parlano trenta lingue, ci sono le comunità di tunisini, mauritani, algerini, cinesi, giapponesi, algerini e tanti altri. Vengono per lavoro e ci restano, perché chi arriva da noi si ferma sapendo che qui può far crescere i propri figli serenamente. Da noi si è andati oltre la tolleranza e l’integrazione, si è arrivati alla collaborazione».

Onorevole Cristaldi, detto così suona molto buonista.

Buonista sarà lei. Questo modello ci ha permesso di realizzare progetti importanti. Sa perché a Parigi ci sono le banlieu? Perché gli immigrati non sono stati fatti partecipi della vita della città.

Mi faccia qualche esempio per evitare che le ripeta l’epiteto di “buonista”.

Dovevamo ricostruire il centro storico di Mazara. Sa da dove siamo partiti? Dalla zona più degradata, che era abitata proprio dagli immigrati. Quando ti senti coinvolto in un progetto sei tu il primo a rispettare il luogo in cui vivi e in cui fai crescere la tua famiglia.

Lei probabilmente è il sindaco del Pdl più distante dal punto di vista geografico dalla collega di partito nonché sindaco di Milano Letizia Moratti.

Posso dare qualche consiglio non richiesto a Letizia? Questa campagna incentrata sulla moschea da non costruire o sulla città, che se finisce a Pisapia, diventa Zingaropoli, non porta consensi.

Ritiene che non paghi dal punto di vista elettorale?

Se facciamo passare il messaggio che l’immigrato porta la violenza, forse strappi un voto per paura, ma non ottieni consenso politico. Tu amministratore il fenomeno dell’immigrazione lo devi gestire. Guai se passa il concetto di immigrazione uguale invasione.

E sulla eventuale costruzione di una moschea che ne pensa?

Un manufatto non può spaventare una città. Un luogo di culto non può preoccupare. Diverso il discorso su chi la dirigerà. Il dibattito si dovrebbe avviare sui criteri gestionali, questo mi pare più calzante. Ma le guerre di religione non hanno senso.  

Continuiamo sui consigli non richiesti alla Moratti….

L’Expo è una grande occasione, ma l’idea che Milano potesse essere orientata a diventare la capitale mondiale della cultura sicuramente va rilanciata.

Come affrontare il rush finale dei ballottaggi?

Credo ci siano margini di recupero. Per esempio, la città di Milano, lo dico da siciliano, ha forti comunità regionali, che ancora sono coese. Penso ai miei conterranei isolani, ma anche ai pugliesi, ai calabresi, agli abruzzesi. Coinvolgerli direttamente attraverso i parlamentari Pdl di riferimento non sarebbe stata una cattiva idea.

Sembra quasi anacronistico. Fa tornare in mente gli emigranti degli anni Sessanta.

No, il siciliano a Milano incontra difficoltà a integrarsi. Non è un problema superato del tutto.

Il vice della Moratti è il pugliese Riccardo De Corato e a Milano se dici Pdl pensi a La Russa. Citandole questi due cognomi riesco a convincerla che il problema è superato?

Sono eccezioni che confermano la regola. La loro era una Milano che nasceva e aveva bisogno di nuove intelligenze, in questa realtà anche loro avrebbero difficoltà ad affermarsi.

Parlando con lei sembra quasi emergere una destra del sud che si pone in posizione dialettica con quella del nord.

Comincio a pensarlo. Con tutti i difetti, noi siciliani abbiamo sempre avuto un approccio nei confronti dell’esterno che è andato oltre l’aspetto strettamente economico. Ecco, a mio avviso, con il passare del tempo, anche sul piano politico si è andata sviluppando questa differenza. Si pensa solo al mercato, all’economia e si dimenticano i valori dell’individuo. E la destra del sud ha qualcosa da insegnare a quella del nord.

Però senza soldi è difficile parlare di altri temi. In che cosa la destra del sud, secondo lei ha qualche lezione da impartire?

Penso al concetto di patria. Va estesa oltre i confini territoriali.

In che senso?

Le comunità degli italiani che sono in Argentina o in altri continenti, sono meno italiane di noi? Se ha modo di interloquire con loro si rende conto che il loro attaccamento alla patria è spesso superiore a quello di tanti che vivono qui.

Patria al di là dei limiti territoriali, e poi?

E poi una destra che ha cuore la tradizione ha come riferimento modelli di sviluppo tradizionali.

Andiamo nel concreto…

La mia Sicilia ha un’industria formidabile come quella del turismo, della cultura, dell’arte. Non avrei mai investito in Termini Imerese, dove un operaio siciliano deve costruire una Panda che poi va a finire a Torino per essere rivenduta magari nuovamente a Termini Imerese.

Idee suggestive…

Il problema è che non ne parliamo più. Non ci confrontiamo. Alla base dei grandi cambiamenti ci sono le parole. La mia destra ha cominciato a non dare peso a questo. Si discute poco. Si bada più ai numeri, a gestire l’esistente. Abbiamo bisogno di discutere perché gli italiani ci chiedono questo. E ora la saluto perché devo continuare a votare. Per parlare con lei non sono riuscito a capire se il mio capogruppo ha detto di premere il tasto rosso o il tasto verde.