«Tranquilli, il ministro non diventa liberista»

Il peso fiscale sulle aziende «è eccessivo con costi come tempo perso, stress, e occasioni di corruzione. Un’oppressione fiscale che dobbiamo interrompere. Deve esistere il diritto a dire “non mi rompete più di tanto”». Parola del ministro dell’Economia Giulio Tremonti. Che dopo mesi di polemiche contro le banche, attacchi al “mercatismo”, elogi provocatori a Carlo Marx sembra ora riscoprire accenti più marcatamente liberisti. Ma, spiega Ugo Lisi, deputato del Pdl, la contraddizione è solo apparente.

Allora, onorevole Lisi, Tremonti è tornato all’ovile del capitalismo selvaggio abbandonando ogni tonalità “sociale”?

No, direi che la contraddizione è solo apparente. Nessun liberismo, io sin dal liceo ho imparato che ogni “ismo” contiene in sé una degenerazione. Quindi direi che quello di un Tremonti divenuto liberista è un falso problema.

D’accordo, ma un’impresa che dice allo Stato “non mi rompete più di tanto” ricorda vecchi schemi che pongono in conflitto tra loro pubblico e privato…

Vede, Tremonti è un ministro attento alle dinamiche europee e globali, alle quali inevitabilmente dobbiamo far riferimento. Ha il termometro della situazione, partecipa a tavole rotonde e workshop con le università, con le imprese… Insomma, sa di cosa parla. Ed evidentemente ha ricevuto questo tipo di input.

Che intende dire?

Che questo è quello che chiedono gli imprenditori. La nostra burocrazia sconcerta, lascia bloccato chi vuole investire. Sul punto c’è un certo grado di allarme che tutti noi abbiamo presentito, soprattutto al sud e nelle terre da cui provengo.

Queste sono le esigenze delle imprese. E il resto della società?

Guardi, è del tutto ovvio che le regole ci devono sempre essere. Insomma, bisogna contemperare le giuste esigenze di tutti, non certo darsi al liberismo cieco. Anche perché avere uno Stato più dinamico è nell’interesse di tutti.

In che senso?

Che quando un’idea imprenditoriale viene bloccata non si crea del disagio solo nei confronti dell’imprenditore coinvolto, ma anche a tutto il contesto sociale in cui avrebbe potuto operare.

Insomma, l’oppressione burocratica è veramente insostenibile, per le aziende?

Certo, questa è la richiesta che ci giunge, non solo dagli addetti ai lavori.

Tempo fa era uscita fuori l’idea di operare in questo senso cominciando a cambiare l’articolo 41 della Costituzione. Era solo una boutade?

No, non lo era. Ma sappiamo come sia difficile, in Italia, modificare la Costituzione. Si determinano immediatamente dibattiti molto ampi, sono cose che non possono essere buttate lì come se nulla fosse. No, non era affatto una boutade, ma credo che prima di mettere mano alla Carta bisogna riflettere molto con le parti sociali e immaginare tutti i possibili risvolti di una riforma del genere…

Ma si potrebbe rispondere a Tremonti che, essendo lui ministro ormai già da un po’, forse dovrebbe cambiare ciò che non va, non limitarsi a indicare i fattori di criticità…

Io credo che il ministro abbia le idee chiare e se dice certe cose ora non è perché fino ad ora se ne era dimenticato. Solo che nel frattempo c’è stata la crisi dei mutui e delle banche negli Usa, la difficile congiuntura economica globale… In questo contesto la priorità era salvare la baracca. Tremonti, in tutto ciò, ha agito bene tanto da meritarsi  persino i complimenti di Napolitano. Abbiamo posto argine a una situazione difficile, ora possiamo guardare alle riforme….