Quell’eroe della porta accanto

Sì, alla fine esistono ancora. Esistono uomini capaci di trasformarsi – in punta di piedi – in un modello da seguire. Uomini capaci di risvegliare la fantasia creativa della gente comune, della signora della porta accanto, quella che ha bisogno di punti di riferimento, di aver fiducia in qualcosa e in qualcuno, magari di aggrapparsi all’immagine di un eroe contemporaneo. Un eroe diverso dal Mito, da un Enea o da un Achille, ma fortemente e orgogliosamente uomo nella sua santità. Nessuna retorica, nessun bisogno di parlare di beati. Karol Wojtyla è indubbiamente il personaggio-simbolo degli ultimi decenni, al di là degli steccati o dell’appartenenza. Politico, quando la politica ha la “p” maiuscola e riesce a elevarsi. Concreto, quando la concretezza non significa rinuncia a un sogno. Santo, quando la santità abbandona le astrattezze e si cala nella fede e nel lavoro di ogni giorno, da quello fisico di un umile operaio in una cava di calcare a quello legato alla figura di uno dei Pontefici più amati della storia.
Il Primo maggio il “Papa operaio” da eroe moderno senza cappa e senza spada diventerà beato, quasi ad accontentare il “Santo subito” ritmato dalla folla in piazza San Pietro nei giorni della sua sofferenza. Con un qualcosa in più rispetto al solito iter: a parlare non sono tanto gli atti o gli episodi miracolosi, ma è la sua vita, quel che è riuscito a regalare alla gente con un semplice sorriso, ai giovani con una semplice parola di speranza. Quasi come un paradosso, a rendere più solida la sua immagine sono stati proprio i problemi fisici che fecero seguito all’attentato di Ali Agca, di cui il Pontefice fu vittima nel 1981. E a renderlo ancora più “mito” il lavoro ai fianchi del comunismo, sgretolando la “cortina di ferro” dei Paesi dell’Est che alla fine cedette.
Il generale Wojciech Jaruzelski racconta che al momento della sua elezione a Pontefice, il 16 ottobre del 1978, gli alleati del Patto di Varsavia parlarono di «dito nell’occhio» del regime. Ma neppure dando sfogo alle previsioni più nere si sarebbero potuti immaginare quanto il Papa polacco avrebbe inciso nel crollo dei regimi comunisti dell’Est Europa. Le avvisaglie in ogni caso si erano avute fin dal 1979, con il viaggio di Giovanni Paolo II in Polonia, e successivamente con «l’agosto polacco» del 1980, dal quale nacque Solidarnosc, il primo sindacato libero di un Paese comunista. Il dado era stato gettato e non bastarono spie inserite in Vaticano e sacerdoti al soldo dei servizi segreti dell’Est per impedire al seme di germogliare. Il ruolo deteminante? «Non è stato del Papa, ma del cristianesimo», amava dire Wojtyla, che fu avversario del comunismo, ma non amò nemmeno il capitalismo e il consumismo, considerati antitetici alla ricerca della giustizia sociale, causa di sperequazione tra i popoli e lesivi della dignità dell’uomo.
Nessuno quanto lui ha incontrato folle immense in ogni angolo del pianeta. «La Chiesa deve servirsi di più e con maggiore competenza dei mezzi di comunicazione sociale per la diffusione del Vangelo», aveva detto all’inizio del pontificato. E con lui questa regola è stata sicuramente messa in pratica con ogni mezzo. I viaggi nei cinque continenti del pianeta non sono stati che un aspetto della comunicazione dei Wojtyla: tv, cinema, radio, videocassette, foto, cd, internet e persino gli sms sono stati utilizzati a tutto campo facendo del Papa venuto dall’Est una vera e propria icona multimediale. Una scelta consapevole, perché di comunicazione il Pontefice ha anche parlato molto, sottolineandone luci e ombre. Per questo, già nel 1982, chiese l’elaborazione di un codice di deontologia  giornalistica. «I mezzi di comunicazione – osservò – devono essere al servizio della libertà e della verità, mentre una parte della stampa contiene anche microbi di morte, soprattutto per i ragazzi».
Ex attore, con i maxi-raduni  delle Giornate mondiali della gioventù ha saputo riavviare un rapporto con i giovani quando la Chiesa occidentale  era ancora traumatizzata dalle contestazioni studentesche. Ex seminarista operaio, si è battuto per il diritto al lavoro. Avendo conosciuto due totalitarismi, è stato il papa della tutela dei diritti umani. Uomo di profonda spiritualità, ha impresso un’accelerazione irreversibile al riavvicinamento  con gli altri cristiani e al dialogo interreligioso. È stato contestato dai non credenti, incompreso da gran parte dell’intellighentia mondiale, ostacolato dai laicisti. Ma è stato anche accompagnato da un consenso crescente dell’opinione pubblica che lo ha visto invecchiare e accettare la malattia, le cadute, la fatica quotidiana degli impegni pubblici, le operazioni chirurgiche che lo hanno tormentato dal ’92 senza per questo ridurre il suo slancio missionario. Neanche quando, all’inizio del 2002, non è stato più in grado di camminare senza essere sostenuto, e dal 2003 ha dovuto rassegnarsi alla sedia a rotelle, fino alla progressiva riduzione della capacità di parola.
Karol Wojtyla ha caratterizzato il suo pontificato pure per una serie di richieste di perdono per le colpe commesse dalla Chiesa durante la sua storia. Dallo schiavismo alle crociate, dalla passività di fronte all’olocausto agli ostacoli alla realizzazione delle donne, passando per le azioni contro l’unità dei cristiani, le persecuzioni di dissidenti o i peccati contro i poveri, gli ultimi, le etnie deboli. A molti, però, questo è sembrato non bastare. Il vaticanista della Stampa, Giacomo Galeazzi, e il giornalista d’inchiesta, Ferruccio Pinotti, proprio in questi giorni escono nelle librerie con un volume in cui viene posto l’accento su quelli che vengono definiti i «soldi sporchi» a Solidarnosc, la controversa figura di Paul Marcinkus, il prelato a capo dello Ior negli anni del crac Ambrosiano, lo scabroso capitolo della pedofilia, l’affermazione della potente prelatura dell’Opsu Dei. Questioni messe una accanto all’altra per parlare di «ombre» sulla beatificazione di Karol Wojtyla. Ma il dialogo con il mondo, le chiese, le altre religioni, i mea culpa che hanno caratterizzato il Giubileo del Duemila, hanno già fornito qualche risposta. Il resto lo dirà la storia. Intanto per il Primo maggio sono stati accreditati in 2.200 tra giornalisti della carta stampata, televisivi, radiofonici e di agenzie. A Roma i fedeli saranno almeno un milione. E non è certamente un caso.