Per il governo doccia svedese in stile padano

Consiglio dei ministri sulla Libia slittato alla prossima settimana e parole durissime di Umberto Bossi su tutti i quotidiani, a partire dalla Padania, che riferiva pure di una telefonata a Giorgio Napolitano in cui il Senatùr si lamentava a tutto spiano sia del merito dei bombardamenti sia dei metodi del premier. La giornata di ieri si è aperta nel peggiore dei modi per il governo, tanto che di prima mattina sembrava che la crisi fosse lì lì per esplodere. Poco dopo, però, il Carroccio ha frenato: «Sia chiaro a tutti che la nostra non è una discussione contro il governo, ma nel governo e nella maggioranza», ha detto il capogruppo alla Camera, Marco Reguzzoni, durante il dibattito nelle commissioni riunite Esteri e Difesa, davanti alle quali erano andati a riferire i ministri Franco Frattini e Ignazio La Russa. Reguzzoni, poi, rivendicando l’assoluto filo-occidentalismo della Lega ha chiarito che «i nostri comportamenti parlamentari saranno conseguenti». Dunque, sembravano accreditarsi le interpretazioni di chi in questi giorni, tanto nella maggioranza quanto nell’opposizione, ha teso ha minimizzare. «Reguzzoni ha chiarito che l’appoggio del Carroccio al governo non viene meno», ha sottolineato La Russa. La Lega «è usa ad abbaiare», ha commentato Walter Veltroni, che è stato anche fra i primi a sottolineare come l’intervento di Reguzzoni «segni già una retromarcia».
Altre ore, però, e il Carroccio ha riservato al governo una nuova doccia fredda: «Ho parlato poco fa con Bossi, la linea – ha detto Roberto Maroni – non cambia, ed è quella espressa ieri dal segretario e riportata oggi dalla Padania». «Siamo rimasti sorpresi dalla annunciata escalation, noi siamo stati e siamo contrari ai bombardamenti», ha aggiunto Maroni, chiarendo che la decisione del premier «è sbagliata» e che «un passaggio parlamentare su una vicenda di questo rilievo è inevitabile». Reguzzoni, invece, lo aveva giudicato superfluo.  
L’intervento di Maroni, se non ha riaperto gli scenari di crisi, ha comunque riaperto quelli dei fortissimi contrasti in seno alla maggioranza, che sembravano rientrati con le parole di Reguzzoni. Non è tanto una questione di contenuti, quanto di toni. Anche Reguzzoni, infatti, aveva detto che «la nostra posizione è chiara e coerente», ma per farlo si era appellato alla risoluzione Onu, agli americani, a Napolitano e pure al Papa. «Nella risoluzione avevamo chiesto delle rassicurazioni», ha detto il capogruppo durante la sua relazione, in cui ha fatto seguire l’elenco delle richieste avanzate: «L’azione di pattugliamento delle coste, ottenere dai partner europei contributi per le operazioni di riconoscimento degli immigrati, la piena applicazione della risoluzione 1973 per garantire la sicurezza dei cittadini, la concessione di basi e soprattutto garantire anche attraverso azioni politico-diplomatico che si arrivi a uno stato di non-conflittualità». Citate le Nazioni Unite, Reguzzoni è passato al Papa: «In questo contesto va ricordato anche il richiamo del sommo Pontefice delle ultime ore». Quindi, gli Usa: «Appare chiaro che la situazione è conseguenza di quanto deciso dagli alleati internazionali, primi fra tutti gli Stati Uniti d’America, con i quali i rapporti non sono e non possono essere messi in discussione». Più tardi, parlando con i giornalisti, ha guardato al Colle: «Siamo sulla linea di Napolitano», ha detto il capogruppo leghista, rassicurando sul fatto che «non si dimette nessuno». Ora c’è da ricordare che Napolitano ha dato una piena copertura politica ai bombardamenti, ma anche che a lui si è appellato Bossi di fronte all’accelerazione di Berlusconi. A riferirlo è stata la Padania, che ieri riportava i dettagli dell’umore nero del Senatùr e ne sintetizzava il pensiero così: «Berlusconi si inginocchia a Parigi». All’interno si leggeva che Bossi, nella serata di martedì, ha chiamato Napolitano per lamentarsi del fatto che «il Consiglio dei ministri non ha mai detto sì ai bombardamenti»; che esistono «gravi questioni di metodo» perché «le scelte del premier non sono state né annunciate, né discusse e tantomeno vi è stato su di esse il semaforo verde del Carroccio, che è alleato fedele e responsabile non certo cieco e sordo passacarte di qualsiasi stravaganza»; che ad «alcuni tra i migliori ministri come Giulio Tremonti e Roberto Maroni» Berlusconi «ha fatto fare la figura dei cioccolatai». Non è chiaro se Bossi volesse ricambiare il favore al premier, ma è certo che ieri, dopo le parole di Reguzzoni, le incongruenze della Lega sono state oggetto dell’attenzione dell’opposizione tanto quanto le divisioni nella maggioranza.
«La spada di Alberto da Giussano è dritta a Radio Padania, ma quando arriva a Roma si flette davanti a Berlusconi», ha detto Pierluigi Bersani, spiegando che «cerchiamo un punto di chiarezza, bisogna sapere cosa pensa la maggioranza di governo perché le sue posizioni ondivaghe ridicolizzano l’Italia». Allo studio c’è l’ipotesi di un passaggio parlamentare, che si fa sempre più concreta anche se ancora non ne sono state definite le modalità. Ne ha parlato Bersani e ne ha parlato anche il Terzo Polo. Si pensa a delle mozioni, che ogni forza presenterà per proprio conto ma che condivideranno lo stesso obiettivo: non mettere in discussione i nuovi impegni in Libia, ma «stanare la posizione della Lega che borbotta e poi – ha detto il leader dell’Api Francesco Rutelli – vota sempre secondo i comandi di Berlusconi». L’opposizione vuole dunque un passaggio in aula che «ratifichi l’iniziativa in Libia, ma che ratifichi anche – ha precisato il capogruppo di Fli alla Camera, Benedetto Della Vedova – l’esistenza o meno di una maggioranza a sostegno del governo. Credo sia essenziale». Una mozione, invece, è già stata presentata dall’Idv, che non condivide la scelta di responsabilità compiuta dalle altre forze di minoranza: «Non si può bombardare un altro Paese senza una discussione parlamentare e comunque – ha detto Antonio Di Pietro – noi siamo contrari a interventi di questo genere».
A quel punto della giornata, l’ipotesi di un voto non preoccupava più il governo, sebbene anche nel Pdl continuasse a farsi sentire il “fronte del no”: dai Cristiano popolari di Mario Baccini, che in caso di voto si sentirebbero liberi, al governatore della Lombardia Roberto Formigoni, per il quale la decisione del governo «è obbligata, ma non saggia», fino alla base del partito, che ha affidato la sua rivolta al web. «Un nuovo voto non è necessario, ma non è vietato», ha detto La Russa, sottolineando che «il problema dei contrasti con la Lega attiene al Consiglio dei ministri e non ai singoli ministri». «Il governo – ha aggiunto il ministro della Difesa – sta facendo bene e il presidente del Consiglio ha messo in atto uno sforzo lodevole e mi dispiace che l’opposizione cerchi di evidenziare solo una presunta debolezza del governo, mentre il capogruppo della Lega Reguzzoni ha chiarito che l’appoggio del Carroccio al governo non viene meno». Poi, però, ha parlato Maroni e il toto-Lega è ricominciato daccapo.