«Ma i toni dell’Anm non aiutano il dialogo»

Salvare quella parte della riforma che potrebbe «eliminare il problema del correntismo tra i magistrati», puntando a cercare un dialogo con la politica che viaggi su toni «meno accesi». È il punto di vista di Giuseppe Pavich, esponente di spicco di Magistratura Indipendente (di cui è stato vicepresidente), la corrente più moderata delle toghe, che analizza luci e ombre della riforma della giustizia. Il sistema è in grave affanno, fa notare Pavich, ma c’è una ricetta per eliminare la lunghezza dei processi. Alcuni degli ingredienti: depenalizzazione di una serie di reati, e rendere più efficace l’ambito delle notificazioni. Davanti a uno scontro che non accenna a placarsi, soprattutto tra toghe e politica, Magistratura Indipendente, pur criticando alcuni punti delle proposte riformatrici, si è distaccata dai toni «duri e poco costruttivi dell’Anm».

Qual è la vostra posizione?

Per quanto riguarda la posizione dello scontro istituzionale, siamo allineati con la magistratura associata sui punti critici della riforma. Ciò che ci vede in dissenso sono i toni spesso usati, toni che quando sono di contestazione “politica” non ci convincono. Lo scontro si riflette sull’immagine dell’intera magistratura e si presta spesso a strumentalizzazioni o a fornire argomenti a chi preme per quelle riforme che sono penalizzanti.

I pro e i contro della riforma, con un occhio strettamente tecnico e meno politico. Cos’è che lascerebbe senza dubbi nella proposta del Guardasigilli Alfano e cosa eliminerebbe?

In generale, sembra prematuro affrontare il discorso riforme quando le emergenze sono altre. L’elezione dei membri togati del Csm previo sorteggio dei candidati potrebbe peraltro contenere il problema del correntismo che affligge la magistratura. Sulla separazione delle carriere: è vero che in buona parte dei paesi europei esiste, ed è anche vero che in qualche modo è il codice di procedura penale che la introduce. Ma pensiamo ai possibili scenari: non ci tranquillizza l’ipotesi di un pm alle dipendenze dell’esecutivo, e non parliamo dell’esecutivo attuale ma in generale. In quasi tutti i paesi europei c’è però anche un organo indipendente che dà impulso alle indagini, che è il giudice istruttore. Sull’obbligatorietà dell’azione penale, ci rendiamo conto che di fatto non esiste da tempo e che rispetto al volume di notizie di reato che affluiscono nelle Procure, solo una parte ha un seguito. Ma affidare il compito alla politica in via esclusiva è sbagliato. Sarebbe più opportuno invece costituire un organo paritetico composto da figure di garanzia che stabilisca le priorità.

E sulla responsabilità civile dei giudici?

Nell’attuale normativa a rispondere è lo Stato, che poi ha diritto di regresso sulle toghe. È vero che non accade molte volte, ma se uno va a guardare la legge europea scopriamo che l’Italia, a parte la Spagna, è in linea con gli altri paesi Ue. In alcuni casi lo Stato può rivalersi sul magistrato solo se abbia agito con dolo. L’unica eccezione riguarda l’ordinamento spagnolo, dove la toga può essere chiamata direttamente a rispondere, ma sempre in alternativa allo Stato. 

Qual è la strada giusta da percorrere per ridare linfa vitale al sistema giustizia?

Riteniamo che sia importante partire dai dati e dagli elementi pratici che sono la spia di un sistema che non funziona. Problemi che nascono soprattutto dai numeri di fascicoli che affollano i Palazzi di giustizia. Siamo tra i primi per numero di processi penali e civili, e dunque ci troviamo di fronte a un lavoro più serrato per stare dietro a tanti procedimenti. Certamente ci sono forme processuali che rallentano il tutto: dalla necessità di ricominciare da capo un processo penale quando cambia il giudice al sistema arretrato di notificazioni. Una battaglia che ci vede impegnati riguarda la necessità di rivedere le circoscrizioni giudiziarie e gli organici che in alcuni uffici sono ridotti all’osso. Esistono situazioni paradossali dove ci sono pochissimi magistrati, e se a ciò si aggiungono trasferimenti e pensionamenti, le disfunzioni aumentano. Occorre un incremento delle risorse: anche se in Italia si spende molto per la giustizia, la spesa rapportata agli abitanti non è così alta.

Torniamo all’ipotesi di sorteggio, invece dell’elezione, dei membri laici dei due ipotetici Csm, destinati a diventare la metà rispetto ai membri eletti dal Parlamento. Nel dettaglio, cosa ne pensa?

Intanto il sorteggio non riguarderebbe direttamente i membri togati del Csm ma i candidati per l’elezione ed è una sostanziale differenza. Ritengo che l’elezione dopo il sorteggio dei papabili possa attenuare un problema che avvertiamo da tempo e di fronte al quale siamo più esposti: quello del correntismo. Ci potrebbe vedere d’accordo anche la proposta dell’Alta corte disciplinare, su cui possiamo discutere. Il fatto che però sia composta per metà da politici e per l’altra metà da toghe, non ci convince. Sarebbe preferibile investire un organo che sia composto da figure di garanzia, come ad esempio i giudici della Corte Costituzionale. Sullo scorporo della corte di disciplina dal Csm si può comunque discutere, anche se la magistratura già ora è l’unico ordine che non viene giudicato solo dai colleghi.

In questi giorni si discute di processo breve, e in particolare della prescrizione breve. Cosa ne pensa?

Premesso che non è equilibrato giudicare questo aspetto della riforma, partendo dal caso illustre del presidente del Consiglio, ossia il caso Mills, ritengo che con la prescrizione breve non si risolva il problema. Già ora si prescrivono grossi processi. I termini di prescrizione sono lunghi e il processo lunghissimo, siamo d’accordo, ma sarebbe più sensato studiare i problemi che lo rendono così lungo, procedendo ad esempio alla depenalizzazione di una serie di reati o ad altre riforme low cost che possono rappresentare la chiave di volta per contenere lungaggini processo. Il clima che si respira invece sembra ricondurre tutto alla pigrizia dei magistrati. Si può sempre migliorare ma le statistiche lo smentiscono, dicendo che le toghe italiane sono le più produttive d’Europa.

Tra le ipotesi di riforma, quelle che vogliono accorciare i tempi, sempre più lunghi e dilatati, del processo. Secondo lei, quali sono gli elementi base affinché si possa realmente realizzare il giusto processo?

Tra le proposte contenute in uno dei ddl governativi, che ci metterebbe al passo col resto d’Europa, c’è quella che riguarda la sospensione del processo se l’imputato è irreperibile o non rintracciabile. La situazione attuale, ci impone di trattare ugualmente le cause di imputati contumaci non rintracciabili, e le dobbiamo trattare comunque, come se fossero presenti. Condivido dunque la proposta, perché ci eviterebbe di affrontare una  quantità abnorme di processi. Penso che il giusto processo non possa essere avulso dal problema della sua durata. Un esempio su tutti: mi è capitato spesso di dover citare lo stesso testimone per la quarta volta, perché i giudici erano cambiati più volte. E allora, sarebbe giusto prevedere che la prova che si è formata davanti a un organo impersonale quale dovrebbe essere il giudice, venga cristallizzata. Una delle tante variabili che incide negativamente sul giusto processo.