Ma i manifesti di Ezra Pound erano più belli

«Vivere così che i tuoi discendenti ringrazino». La frase, dalle auliche reminiscenze, campeggiava orgogliosa sui muri di Rapallo. Si era in piena Rsi e la cittadina ligure si era svegliata tappezzata di manifesti che avrebbero voluto essere di “propaganda” ma che invece erano forse già arte. Prodotti in due tipologie di differenti dimensioni (40×70 e 10×70 cm), gli altri poster simili riportavano : «La filosofia di un uomo si dimostra più dalle sue azioni che dalle sue parole», «L’arciere che sbaglia bersaglio si volge e cerca in sé stesso la causa del proprio errore», «Funzioni separate senza fine in tempo e spazio senza fine», queste ultime tratte da Confucio. Quello che è interessante sottolineare è che l’inventore, il creatore e… “l’attacchino” di questi bizzarri manifesti era un poeta americano in pellegrinaggio nella sua «Repubblica di Utopia». Sì, parliamo di lui, Ezra Pound, il capostipite nobile dei tanti militanti che, negli anni, hanno sacrificato le loro nottate per tappezzare le città con manifesti ironici, rabbiosi, propositivi, sguaiati, raffinati, goliardici, pungenti. Perché il manifesto è una cosa seria, mica roba per provocazioni un po’ truculente che, entrando a gamba tesa nell’attualità, rischiano di fare più male che bene alla battaglia che pure vorrebbero sponsorizzare, come è il caso dell’iniziativa rivendicata da Roberto Lassini, candidato Pdl alle comunali di Milano. Se pensiamo che il primo Msi aveva tra i propri grafici di riferimento un certo Gino Boccasile, comprendiamo su quali livelli artistici una certa destra ha saputo proporre la propria propaganda murale. Il suo tratto sempre in bilico tra raffinato erotismo e virile linguaggio guerriero, senza tralasciare le sue frequenti e celebri puntate nel campo della pubblicità commerciale, avevano attraversato tutto il fascismo, Rsi compresa, per poi approdare, appunto, nella nuova formazione della fiamma tricolore, per la quale aveva composto manifesti e cartoline.
Il fatto che un disegnatore di prim’ordine come Boccasile, così centrale nella creazione dell’immaginario collettivo degli italiani, prestasse la sua penna all’estetica missina non deve stupire, se solo pensiamo che alla fondazione del Fuan, nel 1950, persino Giorgio de Chirico, convinto da un giovane dirigente del gruppo romano del Fuan-Caravella, Walter Gentili, partecipò al concorso per l’elaborazione del simbolo dell’organizzazione. Partecipò e… perse, in quanto il suo bozzetto con le teste affiancate di Dante, Petrarca e Virgilio venne ritenuto un po’ passatista. Ma bando alle divagazioni, parlavamo dei manifesti. A vederle oggi, quelle rudimentali forme di propaganda dei primi anni della democrazia post-bellica sembrano incredibilmente naif. Quanto meno nell’ironia, nei giochi di parole, nel tipo di linguaggio, perché invece nei riferimenti non mancavano citazioni sorprendentemente dotte. Questo vale, ovviamente, per tutte le forze politiche dell’epoca, ma certo che una destra ostracizzata e relegata fuori dall’arco costituzionale aveva maggiori ragioni per investire in una forma di comunicazione stradaiola, “di base”, che bypassasse le censure dell’informazione ufficiale. Su tutto dominava, nello stile dell’epoca, lo stratagemma dell’allegoria. In un manifesto piuttosto vecchiotto – ma che troviamo in rete senza data – è ad esempio riportata la figura di un enorme cavallo di Troia appoggiato sul Belpaese. “Psi”, recita la didascalia impressa sul dorso dell’animale, mentre un fiore posto in bocca all’equino reca lo scudo crociato della Democrazia cristiana. E come da precedente omerico, dal ventre del cavallo escono due figure rosse, una con vaghi tratti togliattiani e il secondo dalle fattezze del commissario del popolo sovietico. Tutto qui, nessuno slogan, solo un messaggio alegorico piuttosto trasparente e, in basso a sinistra, la fiammella tricolore del Msi. L’idea del “virus” comunista che viaggia attraverso più rassicuranti agenti incubatori era del resto un grande classico dell’epoca. «Guardati dalle sorprese», recitava lo slogan di un altro poster in un cui si vedeva una chiocxchia “targata” Dc che covava un pulcino rosso simbolo del Pci. Nello stesso periodo, del resto, anche gli altri partiti utilizzano questo tipo di pedagogia politica: un vecchio manifesto democristiano mostra l’Italia moderata incatenata al palo dalla falce e martello e bruciata dalla fiammella missina, a richiamare la necessità di allontanarsi dagli “opposti estremismi”. Altre volte il messaggio era decisamente più elementare. Negli anni di tangentopoli, ad esempio, un manifesto tricolore tuonava: «Tangenti ai partiti di regime, tasse ai cittadini». E, sotto il simbolo del partito di destra, il proclama finale: «Per salvare l’Italia, via i ladri dal potere». Ma si potrebbe citare, dello stesso periodo, quello che rafigurava un bel bambino con un casco di capelli biondi e lo slogan: «Perché cambi davvero». Con il passaggio dal Msi ad An (e, più in generale, dalla prima alla seconda repubblica) i toni cambiano e il linguaggio si fa più diretto, con uno stile più breve ed efficace, influenzato dal mezzo televisivo. Scompaiono le allegorie, i disegni, le metafore e si cerca l’impatto immediato, lo choc, il colpo mediatico. C’è ormai da fare i conti con cittadini ubriacati da una massa infinita di stimoli, messaggi e immagini, serve ormai la frase che colpisca e che distolga il passante dalla routine di tutti i giorni. Il partito postmissino dà il meglio di sé, dal punto di vista della comunicazione, sotto il governo Prodi, avendo il professore bolognese un phisique du role particolarmente adatto alla satira.
Pensiamo alla “tombolata di protesta” che accanto al volto dell’allora premier mostrava un significativo numero 47, messaggio in codice per gli amanti della Smorfia. E rispetto a una legge del centrosinistra particolarmente liberale nei confronti delle droghe leggere, qualcuno in An si inventò lo slogan “Tanto fumo, niente arresto”. Accanto alla destra erede del Msi, oviamente, la seconda repubblica è stata però dominata dalla comunicazione schiacciasassi di Silvio Berlusconi. Che, sin da subito, si impose con tormentoni più “americani”, di stampo pubblicitario, con un approccio totalmente differente rispetto a quello dei partiti classici, An compresa. Slogan come “Meno tasse per tutti”, nella sua disarmante semplicità, colpirono tutti di sorpresa, generando peraltro una serie pressoché infinita di parodie e prese in giro. Il che, comunque la si pensi, è sempre indice di successo comunicativo. Nel bene o nel male purché se ne parli, insomma. Ma senza esagerare.