Il nucleare? Io dico no, punto e basta

Le centrali nucleari in Italia non si faranno. Punto e basta. È ciò che emerge da una decisione incontrovertibile assunta dal Senato che abroga tutte le norme contenute nel quesito referendario anti-nucleare e nessuno può seriamente pensare a un governo di giocolieri pronto a rimangiarsi questa decisione passata l’estate. Abbiamo già sostenuto un referendum nel 1987 e ha avuto un esito plebiscitario, ora abbiamo i sondaggi che danno chiaramente due informazioni di rilievo: oltre l’80 per cento degli italiani e la maggioranza degli elettori di centrodestra sono contro le centrali nucleari.
Del resto il dibattito degli ultimi mesi è stato serrato, il disastro di Fukushima si sta ancora sviluppando secondo dimensioni e conseguenze che saranno molto peggiori di Chernobyl, la situazione in Giappone è fuori controllo e le preoccupazioni della comunità internazionale sono diffuse. Ogni paese dell’ex “grande Occidente” ha fatto un passo indietro, qualcuno addirittura – come la Germania del cancelliere Merkel, pluricelebrata dal partito di Casini (super-tifoso dei reattori atomici) – li ha fatti tutti, dichiarando in accordo con i Land della Repubblica federale la chiusura delle centrali esistenti e la rinuncia allo sviluppo di qualsivoglia programma di fissione nucleare. Una vera e propria rivoluzione copernicana si è innestata d’improvviso, incontrando l’additivo del dramma giapponese, ma risvegliando antichi quesiti in ordine allo sviluppo di questa tecnologia.
Sappiamo che l’uranio è tutt’altro che infinito e che entro pochi decenni il pianeta dovrà rivolgersi ad altri strumenti di produzione di energia. Sappiamo che, per quanti miliardi di euro si possano investire sulla messa in sicurezza delle attuali centrali, i reattori non saranno mai totalmente sicuri. Sappiamo che gli incidenti nucleari, diversamente dagli altri, producono danni permanenti che colpiranno generazioni di uomini, donne e bambini per decenni. Sappiamo che a oggi ancora nessuno è in grado di dirci come si possa decontaminare un sito nucleare, dove si possano stoccare le scorie radioattive in modo sicuro, a quanto ammontino i costi per smaltirle. Fermo restando che i pochi trattamenti di ripulitura delle barre di uranio dalla radioattività durano decenni e producono un materiale tutta’altro che innocuo, l’uranio impoverito, anch’esso destinato a restare “in sonno” per altri decenni. Un’infinita catena di pericoli cui nessuno può offrire serie garanzie, semplicemente perché nessuno ha poteri soprannaturali tali da sancire che non ci saranno terremoti, maremoti, uragani, alluvioni nei luoghi in cui sono ospitati i reattori nucleari. Nessuno può dire con matematica certezza che non ci saranno guasti o altri incidenti. Sappiamo che se si verifica un incidente in Francia l’Italia ne subirà le conseguenze, ma sappiamo anche che un incidente in Giappone ne produce di meno e uno in Italia ne produce di superiori. Sappiamo che tutte queste ragioni insieme hanno prodotto un serio problema economico che rischia di vanificare i benefici ottenuti dai paesi che producono energia dai funghi nucleari. Il ministro Tremonti lo ha chiamato «debito atomico», che si affianca al debito pubblico e a quello privato, e grava sui paesi nuclearizzati come un macigno. Da questo epilogo nessuno può salvarli… tutte le operazioni di decommissioning saranno a loro carico e costeranno centinaia di miliardi di euro.
L’Italia può ritenersi fortunata: dopo aver subito le negatività legate alla chiusura delle proprie centrali, può trovarsi con vent’anni di vantaggio sulle nuove tecnologie, le fonti rinnovabili, la ricerca per le energie alternative e per il nucleare pulito. Potevamo viceversa svegliarci tra vent’anni con quaranta di ritardo rispetto ai nostri partner occidentali. È questo il momento di proiettare l’Italia in avanti, di farla diventare capofila delle energie del futuro, di non introfletterla su tecnologie che sono vecchie e che non reggeranno il confronto con il domani. Questa è la sfida del nuovo piano energetico che dovremo costruire, una sfida che dovrebbe raccogliere anche l’opposizione che, ancora una volta, ha perso l’occasione per dimostrare di saper essere all’altezza delle proprie responsabilità di fronte alla comunità nazionale. Mentre il pianeta ridisegna il sistema dell’approvvigionamento energetico, Bersani abbaia alla luna.