Il fascismo tra Stato e partito

Studioso del sindacalismo rivoluzionario e di come a tale componente del fascismo Mussolini fosse stato sensibile, Francesco Perfetti lo era già stato. E così delle complesse opzioni di politica estera fascista: dall’amicizia italo-inglese degli anni Venti alla successiva partecipazione alla guerra civile spagnola e lungo questa via alla firma del “protocollo d’onore”, meglio conosciuto come Asse Roma-Berlino, dell’ottobre del 1936.
Ma il suo ultimo libro (Lo Stato fascista, Le Lettere, 2010), fin dal titolo ripropone ai lettori un profilo ancora più marcatamente defeliciano di ricerca storiografica. All’attenzione di Perfetti stavolta sono le istituzioni, suoi interlucutori, insieme al “maestro” De Felice, i defeliciani “di complemento” (Acquarone, Ghisalberti, Ungari) degli anni Settanta. Al centro della discussione il rapporto fra partito e Stato nell’Italia fascista. Fu proprio De Felice e con lui Fisichella, a sottolineare trent’anni fa le differenze fra il “regime” fascista e gli altri totalitarismi dl ventesimo secolo. Nell’Unione Sovietica comunista e nella Germania nazionalsocialista, infatti il partito era stato sovraordinato allo Stato. Nel fascismo, se non subordinato, ne sarebbe stato integrato con funzioni per lo più mutevoli e transitorie. Mussolini si era trovato assai presto a dover fronteggiare uno spirito di fronda serpeggiante nel fascismo: quello, da una parte, degli elementi moderati che ne invocavano la trasformazione in senso conservatore e quello, da un’altra parte, dall’antico squadrismo, in particolare tosco-emiliano, che criticava il processo involutivo di un fascismo che disinnescasse la propria carica rivoluzionaria. Per Mussolini entrambi gli atteggiamenti erano essenziali, dal momento che gli uni gli consentivano di stabilire  un ponte verso il mondo delle istituzioni, mentre gli altri gli permettevano di rammentare che il fascismo sarebbe pur sempre stato in grado di mobilitare un potenziale eversivo non trascurabile. Il che ne spiega il comportamento oscillante fra toni conciliativi e l’emanazione di provvedimenti repressivi. Il fallito e velleitario attentato a Mussolini, organizzato per il 4 novembre 1925, anniversario della vittoria, da un ex deputato socialista e già valoroso combattente della grande guerra, Tito Zaniboni, offrì l’occasione per varare provvedimenti autoritari che avrebbero costituito l’ossatura dello Stato fascista. Venne approvata, in pochi mesi, la legislazione sulle società segrete, sulla regolamentazione della stampa, sulla dispensa dal servizio di funzionari di non sicura e provata fede nell’applicare le direttive governative, sulla riforma dell’istituto podestarile, sulle attribuzioni e prerogative del capo del governo, sulla facoltà del potere esecutivo di emanare norme giuridiche, sull’estensione delle attribuzioni dei prefetti, sulla disciplina dei contratti di lavoro. Tutto questo complesso di leggi indipendentemente dalla maggiore o minore rilevanza costituzionale dei singoli provvedimenti, rappresentò sul terreno normativo, il sentiero dallo stato liberale allo stato fascista. Massimo artefice di questo edificio giuridico fu Alfredo Rocco, che proveniva dal nazionalismo, del quale era stato un teorico autorevole fin dal congresso milanese del 1914, e si riprometteva di creare una “nuova legalità” – di stampo monarchico e conservatore – per rientrare nella legalità. La costruzione legislativa di Rocco comportava vantaggi notevoli ai fini della stabilizzazione del regime e del potere personale di Mussolini. In virtù del suo accentuato carattere autoritario-conservatore, tale legislazione, infatti, riusciva a catalizzare le simpatie di taluni importanti fiancheggiatori, ma, al tempo stesso, per gli aspetti innovativi che pure conteneva, ben poteva essere presentata ai più irrequieti esponenti del fascismo come un esito, a livello istituzionale, dell’intransigentismo. Con Rocco, grazie a Rocco, si potè parlare di una rivoluzione fascista che sarebbe piaciuta al principe di Metternich. Il processo di svuotamento delle funzioni del partito fu portato avanti con sistematicità lungo l’intero arco del regime, attraverso una serie di provvedimenti che riguardavano, direttamente o indirettamente il ruolo del Pnf nel paese e sulla scena politica. Già nell’ottobre 1926 venne approvato uno statuto del Partito che collocava il duce al vertice della gerarchia, eliminava ogni forma di procedura elettiva a tutti i livelli, elevava il Gran Consiglio a organo supremo del fascismo. Qualche tempo dopo, il 5 gennaio 1927, una circolare ai prefetti ribadiva la preminenza dello Stato, riaffermando la volontà governativa di normalizzare le residue manifestazioni di sovversivismo. Il varo, nel dicembre 1928, della legge sulla costituzionalizzazione del Gran Consiglio, ossia la legge che trasformava il Gran Consiglio da organo di partito a organo costituzionale, malgrado le apparenze, rappresentava un altro colpo all’autonomia politica del partito. Intanto, però da rivoluzionario il sindacalismo si sarebbe fatto fascista. Al principio degli anni Trenta, sul tronco dello Stato fascista si innestò quello dello Stato corporativo.
Ancor più della biografia di Angelo Oliviero Olivetti e di Sergio Pannunzio, nella ricostruzione di Perfetti diventa fondamentale ed appassionante la discussione che ebbe luogo al convegno di studi sindacali e corporativi di Ferrara del 1932. Il tema non era più quello dei “deputati designati” del Gran Consiglio e indicati dalle corporazioni, o come scrisse Giuseppe Bottai, dei «fascisti comandanti del regime alla funzione legislativa». Si parlava ormai di «corporazione proprietaria». All’interno del fascismo si faceva strada il comunismo, seppur col volto e gli scritti di Ugo Spirito e non di Antonio Gramsci (pur interessantissimo al dibattito). La negazione, esplicita e radicale, della proprietà individuale serviva forse a cancellare e ad archiviare l’opera di Rocco e a restituire “movimento al regime”. Ma per una rifondazione sostanzialmente tecnocratica e manageriale dell’Italia, della sua storia, della sua organizzazione politica, della sua identità nazionale, fascismo e comunismo non avevano né avrebbero più avuto margini di affermazione. Così sembra concludersi la ricostruzione di Perfetti, ammesso e non concesso che i veri libri di storia trovino mai una conclusione.