Il disagio sociale “trasforma” pure i più piccoli

Bullismo, disagio sociale, mancati controlli. A sette anni picchiato e mandato in ospedale da due coetanei. Il bambino, che non è in pericolo di vita, ha raccontato che due compagni di etnia rom, i genitori sono pregiudicati per vari reati, lo tenevano fermo mentre un terzo lo prendeva a calci all’altezza del ventre. Dopo una notte insonne il piccolo, che frequenta l’istituto comprensivo Casalinuovo a Catanzaro, ha accusato malori e la febbre. Domenica mattina è stato sottoposto a una Tac dalla quale è risultato un ematoma che è stato aspirato in un intervento chirurgico. Ora è ricoverato in prognosi riservata all’ospedale Pugliese-Ciaccio.
Ma cosa spinge due bambini di sette anni a massacrare di botte un loro coetaneo? «È un fatto grave, ma lo non collegherei all’etnia – spiega la psicologa Roberta Ricci, psicoterapeuta della coppia e della famiglia e responsabile di un centro di riabilitazione per disagio mentale in provincia di Roma – Sono fenomeni che possiamo ritrovare a tutte le latitudini e in tutte le classi sociali. Proprio qualche giorno fa in una scuola di Huston tre bambini, due di sei anni e una di cinque, sono rimasti feriti da un colpo di arma da fuoco partito accidentalmente da una pistola che era stata portata da casa da uno dei tre piccoli. Certo qui la violenza non era voluta, però ci fa capire quale può essere il ruolo della scuola e, soprattutto, della famiglia».

Dal punto di vista psicologico l’aggressività è una manifestazione positiva…

Certo, un bambino aggressivo è un bambino che si espone, che ha rapporti con altri coetanei e che rivolge la parola alle persone senza eccessivi problemi. L’aggressività entra in gioco ogni qual volta ci muoviamo dal nostro ambito personale per incontrare gli altri.

Allora quando diventa sinonimo di patologia?

Quando la manifestazione dell’aggressività attiva modalità che sono distruttive, dannose, squalificanti per il bambino e le persone che gli stanno intorno: come picchiare i compagni, picchiare i genitori, reagire con scatti di ira, poco o scarso controllo alla frustrazione lieve. Ci sono bambini che tendono ad adottare costantemente atteggiamenti di questo tipo, altri invece che la sublimano in altri comportamenti, socialmente accettati, come, per esempio, la razionalizzazione o l’eccessivo agonismo sportivo.

Prendiamo il caso dei bambini che picchiano i compagni, o addirittura i genitori…

Devono imparare a rispettare i genitori e gli altri, non tanto per il principio “non si deve fare”, poiché per un bambino che soffre questo non vuol dire nulla. Occorre fargli capire che se va avanti adottando comportamenti del genere finisce solo per squalificarsi.

Come recuperare un’energia, come l’aggressività che di per sé è vitale, e darle uno sbocco positivo e costruttivo senza che si ritorca contro il bambino e le persone a lui care?

Di soluzioni preconfezionate sicuramente non ne esistono, e la nostra società ne è una dimostrazione. Diciamo che diventa fondamentale da parte del genitore la comunicazione, l’interazione con il proprio figlio.

Qual è il ruolo delle famiglie quando i fenomeni prendono una piega più pericolosa?

Sono ancora molti i genitori distratti che pensano di gestire il problema dell’aggressività da soli, a volte spostano anche il problema su altre situazioni di gestione del minore come scuola, centri ricreativi e sport non chiamandosi in causa perché per loro sicuramente è più doloroso. Ma, accanto a queste, ci sono anche famiglie che vivono in ambienti socialmente deprivati e deprivanti…

Ovvero…

Gli ambienti deprivati sono quelli che non hanno le caratteristiche per poter dare al bambino elementi per uno sviluppo armonico della sua personalità. Ambienti, quindi, che sono deprivanti perché poi formano personalità devianti.

Quindi, in questo secondo caso quali sono gli interventi…

La prognosi per un bambino che vive in questi ambienti può essere grave e se non si interviene con misure mirate sul comportamento problematico quei bambini si trasformeranno in adolescenti e poi in adulti violenti e disadattati.

Spesso l’aggressività “fisiologica” sfocia in prepotenza, violenza, abusi, sopraffazione: la cronaca è piena di fatti del genere, così come i film. Ma allora, quelle dei bambini sono solo reazioni aggressive volte ad affermarsi o potrebbero essere reazioni al sentimento di sentirsi costantemente aggrediti?

Per un bambino è devastante percepire o subire aggressività verbale e fisica. Tutto ciò può essere motivo di scoppi di “ira” e di profonda confusione interiore e se non viene aiutato a capire può sfociare nel disagio psicologico. Spesso i bambini che si sentono così “arrabbiati” sono votati all’autosqualifica e alla disistima di sé, che si amplifica e si cronicizza quando genitori, insegnanti, o comunque adulti che sono i loro riferimenti, inconsapevolmente, rimarcano questo loro comportamento.

Sì, ma c’è anche il ruolo della scuola…

La scuola ha il compito di educare e attualizzare un percorso formativo, purtroppo oggi gli insegnanti hanno una difficoltà accentuata a gestire i comportamenti problematici e soprattutto il bullismo che si estende a una fascia d’età ampia che va dai bimbi dell’asilo agli studenti delle superiori.